Nel 1974, a seguito dell’embargo petrolifero OPEC, il Congresso approvò la National Maximum Speed Law, firmata dal Presidente Richard Nixon. La legge imponeva a tutti gli stati di adottare un limite massimo di 55 miglia orarie, pena il taglio dei finanziamenti federali per le autostrade. L’obiettivo era ridurre i consumi di petrolio negli Stati Uniti. All’epoca, le campagne pubblicitarie per informare i cittadini dicevano: “Non è solo una buona idea, è la legge.”
Con lo stesso spirito, l’idea che la Federal Reserve debba godere di un notevole grado di indipendenza dal Presidente e dall’esecutivo non è soltanto una buona idea (che lo è), ma è anche la legge. Gary Richardson e David W. Wilcox ne ricostruiscono la storia legislativa in “How Congress Designed the Federal Reserve to Be Independent of Presidential Control”, pubblicato nell’edizione estate 2025 del Journal of Economic Perspectives (dove lavoro come managing editor).
La storia legislativa parte dalla Grande Depressione. Come ricordano Richardson e Wilcox, il disegno originale della Federal Reserve nel 1913, con 12 banche regionali e una sede principale a Washington DC, mirava a decentralizzare il potere monetario. In effetti, le banche regionali avevano un certo margine di autonomia nel definire la politica monetaria nei propri distretti. Ma nel 1933, durante la crisi, il Congresso concesse a Franklin D. Roosevelt il controllo temporaneo della politica monetaria per fronteggiare l’emergenza. Non sorprende che Roosevelt gradisse tale controllo. Così, nel percorso che portò al Banking Act del 1935, fu avanzata la proposta di attribuire in via permanente al Presidente le decisioni di politica monetaria.
Una figura di primo piano in questo dibattito fu Marriner Eccles, nome ben noto agli studiosi della storia della Fed – non a caso l’edificio della Federal Reserve a Washington porta il suo nome. Eccles entrò nel Board of Governors nel 1934, vi rimase fino al 1951 e fu presidente dal 1936 al 1948. Di fatto, Eccles redasse un disegno di legge poi presentato alla Camera dei Rappresentanti, che proponeva di centralizzare il potere della politica monetaria a livello federale, affidando al Presidente il compito di definirla. A sostegno della sua posizione Eccles scrisse:
“[Un’amministrazione], quando entra in carica, è chiamata a occuparsi dei problemi economici e sociali della nazione. La politica non è altro che questo: affrontare problemi economici e sociali. Mi sembra estremamente difficile per qualsiasi amministrazione riuscire ad agire e a occuparsi di tali questioni in modo intelligente restando completamente separata dal sistema monetario. Ci deve essere un legame tra l’amministrazione e il sistema monetario — un rapporto di reciproca interazione.”
Un disegno di legge in stile Eccles, che dava al Presidente il potere di fissare la politica monetaria, fu approvato dalla Camera dei Rappresentanti. Tuttavia, si scontrò con la visione opposta emersa al Senato, dove quasi tutti i testimoni concordavano sul fatto che la politica monetaria dovesse essere decisa a livello nazionale, ma si opponevano fermamente all’idea che fosse il Presidente a determinarla. A titolo di esempio, Henry Morgenthau, allora Segretario al Tesoro, presidente del Board della Federal Reserve e stretto confidente di Roosevelt, sosteneva che l’autorità monetaria dovesse essere “concentrata in un’agenzia governativa indipendente” e dovesse operare “in modo indipendente da qualsiasi influenza esterna — il più indipendente possibile… come la Corte Suprema… indipendente dal Presidente… Nessun membro del board potrebbe essere rimosso se non per impeachment.”
Vi era infatti la preoccupazione che il controllo politico sulla politica monetaria potesse portare a decisioni viziate dall’interesse elettorale (i politici hanno sempre l’incentivo a stimolare l’economia prima delle elezioni) o, peggio, dal potere di gruppi organizzati come i grandi interessi bancari e finanziari. Si osservava inoltre che le banche centrali delle principali economie erano strutturate per essere indipendenti dalla politica. Così, il Banking Act del 1935, approvato e firmato da Roosevelt, incluse le disposizioni sull’indipendenza della Fed che conosciamo oggi: mandati non rinnovabili di 14 anni per i sette membri del Board of Governors, e decisioni di politica monetaria affidate al Federal Open Market Committee (FOMC) composto dai governatori e dai presidenti di cinque banche regionali, scelti a rotazione.
Uno dei motivi per cui Roosevelt accettò di firmare la legge che sanciva l’indipendenza della Fed fu che i nuovi membri del Board sarebbero entrati gradualmente: in tal modo, Roosevelt avrebbe potuto contare ancora per alcuni anni su un Board a lui favorevole, da lui stesso nominato.
Alla luce delle attuali pressioni di Donald Trump e dei suoi consiglieri, che vorrebbero un controllo più diretto sulla politica monetaria, questa storia merita di essere ricordata. L’idea che il Presidente decida direttamente la politica monetaria fu provata in via d’emergenza nei primi anni ’30. Fu poi proposta come misura permanente e ampiamente dibattuta al Congresso. Tuttavia, il Banking Act del 1935 stabilì chiaramente che l’indipendenza politica della Federal Reserve non è una buona idea, ma la legge.
Naturalmente, il Congresso conserva l’autorità ultima sulla Fed. Ad esempio, il Federal Reserve Reform Act del 1977, firmato da Jimmy Carter, introdusse il cosiddetto dual mandate: perseguire sia la massima occupazione sia la stabilità dei prezzi. (Tecnicamente, la legge richiede anche di mantenere una crescita di lungo periodo di moneta e credito e tassi di interesse moderati sul lungo termine, ma se il dual mandate è rispettato, gli altri obiettivi tendono a realizzarsi automaticamente). Il Congresso potrebbe, se volesse, modificare gli obiettivi della politica monetaria e ridefinire il ruolo della Federal Reserve. Inoltre, può convocare audizioni e interrogare la leadership della Fed su bilanci e piani di spesa. Il Congresso ha senza dubbio il potere di modificare la legge per obbligare la Fed ad attuare politiche decise dal Presidente e dall’esecutivo.
Alcune questioni legali richiedono di valutare circostanze specifiche e sfumature di grigio. Ma finché il Congresso non cambia la legge, l’indipendenza politica della Federal Reserve dal controllo presidenziale è “black letter law”: vale a dire, una legge chiara e incontestabile.
Questo articolo è ripreso e tradotto da Conversable Economist.