Il conflitto tra Stati Uniti e Iran viene raccontato come un’oscillazione tra tregua e ripresa dei bombardamenti, in attesa di capire se prevarrà la via diplomatica o quella militare.
La mia lettura è diversa: entrambe le parti sono ormai vincolate, per ragioni strutturali più che per scelta, verso l’escalation piuttosto che verso l’accomodamento. Vale la pena spiegarne il perché, perché cambia cosa conviene osservare nelle prossime settimane.
Il contesto, in breve
La guerra è iniziata il 28 febbraio 2026 con un attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele che ha ucciso, nelle prime ore, la Guida Suprema iraniana; gli succede il figlio, mai apparso pubblicamente da allora. Un accordo di tregua negoziato a metà giugno è saltato nella prima settimana di luglio, dopo attacchi iraniani a navi commerciali nello stretto di Hormuz. Da allora gli Stati Uniti bombardano l’Iran ogni notte, il conflitto si è allargato (blocco Houthi sui porti sauditi, attacchi a impianti in Kuwait), e il petrolio è salito di circa il 30% dai minimi di inizio luglio, con la benzina USA tornata sopra i 4 dollari al gallone. Oggi Washington valuta due strade:
- una tregua di dieci giorni mediata da alcuni paesi della regione,
- oppure un’azione militare più ampia, insieme a Israele, per costringere Teheran a cedere del tutto. Nessuna decisione è stata ancora presa.
Perché Trump difficilmente sceglie la via prudente
Si potrebbe pensare che, con l’opinione pubblica sempre più ostile e l’energia cara, il presidente abbia ogni interesse a chiudere in fretta. Ma è già successo due volte ad aprile e a metà giugno e in entrambi i casi la tregua ha retto poche settimane prima di saltare di nuovo, con un costo politico che si ripete e si aggrava a ogni ciclo: una terza tregua fragile rischia di leggersi come debolezza, non come vittoria. C’è poi un secondo elemento che riduce l’incentivo alla prudenza: il rincaro della benzina non dipende solo dal prezzo del petrolio, ma da una carenza di capacità di raffinazione con cause anche esterne alla crisi iraniana impianti danneggiati in Arabia Saudita, produzione russa ridotta. I prezzi alla pompa difficilmente scenderanno in tempi brevi anche se Trump allentasse la pressione sull’Iran: il costo politico è, in un certo senso, già pagato in anticipo il che rende relativamente meno caro scegliere l’opzione più aggressiva.
Perché l’Iran difficilmente sceglie la via accomodante
Sarebbe naturale aspettarsi che un paese già colpito duramente cerchi di limitare i danni. Ma chi decide oggi dal lato iraniano non è uno stato unitario che ragiona per interesse nazionale complessivo: è un piccolo gruppo di vertici militari la Guida Suprema formale è di fatto assente dalla scena pubblica la cui sopravvivenza personale è già in gioco dopo l’uccisione del predecessore. In questa condizione vale un pattern comportamentale noto: chi si percepisce già in una posizione di grave perdita tende ad aumentare il rischio nel tentativo di recuperare, non a ridurlo. Per chi oggi ha in mano il potere a Teheran, mostrarsi accomodante rischia di essere più pericoloso, per la propria tenuta interna, che continuare a colpire.
L’elemento nuovo che può cambiare la natura dello scontro
Nelle ultime ore stanno emergendo informazioni, attribuite a fonti israeliane e statunitensi, secondo cui l’Iran avrebbe spostato gran parte delle proprie attrezzature per l’arricchimento dell’uranio in un impianto scavato molto più in profondità di quelli colpiti finora forse fuori dalla portata degli armamenti anti-bunker oggi disponibili. Se confermato, questo sposta il possibile bersaglio di un’azione americana più ampia: non più solo la sicurezza dello stretto di Hormuz, ma il programma nucleare stesso un obiettivo che offre una narrativa di vittoria molto più forte di “abbiamo riaperto una rotta commerciale”, anche se un’azione militare potrebbe danneggiare il sito senza distruggerlo davvero, vista la sua profondità.
Cosa mi aspetto, e cosa guardare
Lo scenario a cui darei più peso di quanto il mercato sembri fare oggi non è né la tregua di dieci giorni né la campagna generalizzata di cui si parla, ma qualcosa nel mezzo: un’azione mirata contro il sito nucleare, mantenendo aperto in parallelo il canale negoziale su Hormuz e una risposta iraniana che, invece di colpire direttamente le forze americane, si concentra su altre infrastrutture energetiche del Golfo, dove il danno relativo sarebbe più alto vista quanto è già tirata la capacità di raffinazione mondiale. Da tenere d’occhio nelle prossime settimane: l’andamento del traffico commerciale nello stretto di Hormuz; eventuali segnali di un dispiegamento militare americano su scala paragonabile a giugno 2025; e se il canale diplomatico iraniano finora tenuto aperto dal presidente del parlamento, che sta anche negoziando resta attivo o si interrompe.