Chi può bloccare lo Stretto di Hormuz? Le regole spiegate in modo semplice

Emanuela Ceccarelli

17 Luglio 2026 - 09:42

Chi può bloccare lo Stretto di Hormuz? Le regole del diritto internazionale spiegate in modo semplice.

Chi può bloccare lo Stretto di Hormuz? Le regole spiegate in modo semplice

Lo Stretto di Hormuz rappresenta da decenni il punto più sensibile della geopolitica energetica globale. Attraverso questa stretta via d’acqua transita quotidianamente circa un quinto del petrolio mondiale, rendendo qualsiasi instabilità nell’area una minaccia immediata per i mercati finanziari e l’approvvigionamento energetico delle nazioni occidentali e asiatiche.

Quando le tensioni geopolitiche si acuiscono, si ripresenta puntualmente lo spettro di una chiusura dello Stretto. Tuttavia, stabilire chi abbia il potere legale o l’autorità di bloccare questo passaggio non è così intuitivo. Entrano in gioco complessi equilibri geopolitici, trattati internazionali non ratificati da tutte le superpotenze e interpretazioni divergenti delle norme che regolano la navigazione marittima.

La geografia dello Stretto e la sovranità delle acque

Per comprendere gli aspetti giuridici dello Stretto di Hormuz è indispensabile partire dalla sua conformazione geografica”. Nel suo punto più stretto, la distanza tra la costa iraniana e la penisola omanita è di appena 21 miglia nautiche (circa 39 chilometri). Questo dettaglio è di fondamentale importanza alla luce delle regole stabilite dal diritto internazionale moderno, il quale prevede che ogni Stato costiero abbia il diritto di rivendicare una fascia di mare territoriale che si estende fino a 12 miglia nautiche dalla linea di costa.

Poiché la larghezza totale dello stretto è inferiore alla somma delle acque territoriali dei due Paesi (pari a 24 miglia), nello Stretto di Hormuz non esiste una striscia di acque internazionali o di alto mare in cui la navigazione sia completamente svincolata dal controllo statale. Dunque, qualsiasi imbarcazione che attraversa lo Stretto deve transitare all’interno delle acque territoriali dell’Iran o dell’Oman. Per garantire l’ordine sono stati stabiliti dei corridoi di navigazione dedicati ai flussi commerciali, situati prevalentemente all’interno della giurisdizione omanita.

I due diversi regimi giuridici: passaggio inoffensivo e di transito

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), firmata a Montego Bay nel 1982, definisce i diritti e i doveri degli Stati costieri e di quelli naviganti, introducendo una distinzione fondamentale tra due diversi regimi di navigazione che si applicano all’interno delle acque territoriali.

Il primo è il passaggio inoffensivo, ovvero la regola standard che si applica alle normali acque territoriali di uno Stato. Questo consente alle navi straniere di transitare liberamente, a patto che il passaggio sia rapido, continuo e non minacci la pace o la sicurezza dello Stato costiero. Nel caso in cui uno Stato ritenga che una nave stia violando queste condizioni, ha il diritto di sospendere temporaneamente il transito per proteggere i propri confini.

Il secondo regime è il passaggio di transito, creato appositamente per evitare il blocco dei grandi flussi commerciali globali. Questa norma si applica esclusivamente agli stretti utilizzati per la navigazione internazionale che collegano parti di alto mare o zone economiche esclusive. Il passaggio di transito garantisce a tutte le navi, inclusi i sottomarini e le navi militari, un diritto di transito continuo e non sospendibile. Dunque, uno Stato costiero non può ostacolare il flusso marittimo, né può imporre tasse o dazi di passaggio.

Le posizioni di Iran, Oman e Stati Uniti

Lo Stretto di Hormuz rappresenta tuttavia un caso particolare a causa della mancata ratifica globale della Convenzione di Montego Bay. L’Oman, pur avendo ratificato la convenzione nel 1989, mantiene riserve legate alla propria sicurezza nazionale. Al tempo stesso, si sforza storicamente di mantenere un ruolo diplomatico neutrale e di facilitare il commercio internazionale.

Al contrario, l’Iran ha firmato il trattato nel 1982 ma non lo ha mai ratificato formalmente in Parlamento. Teheran sostiene che le regole del passaggio di transito siano vincolanti solo per gli Stati che hanno completato l’iter di ratifica della convenzione. Per questo motivo, l’Iran applica allo stretto di Hormuz il regime del passaggio inoffensivo. Questo regime, secondo l’interpretazione iraniana, concede a Teheran la possibilità di ispezionare, deviare o sequestrare le imbarcazioni che ritiene ostili o pericolose per la stabilità nazionale.

A contrapporsi alla visione iraniana sono gli Stati Uniti, che pur non avendo ratificato la convenzione UNCLOS ne riconoscono gran parte delle norme come diritto consuetudinario. Washington sostiene che il principio del passaggio di transito sia ormai una consuetudine internazionale consolidata, applicabile a qualsiasi stretto strategico globale, indipendentemente dalle firme apposte ai trattati.

Proprio da questa discrepanza giuridica nascono i costanti attriti militari e diplomatici che caratterizzano l’area, con le marine occidentali pronte a scortare i mercantili per garantire quello che considerano un diritto universale alla libera navigazione.

Come si realizza un blocco di fatto senza violare formalmente la legge

In tempo di pace, una dichiarazione formale di chiusura dello Stretto da parte dell’Iran o dell’Oman non avrebbe alcuna legittimità giuridica e verrebbe equiparata a un atto di aggressione militare, a cui seguirebbe inevitabilmente una risposta armata internazionale. Se questo è vero sulla carta, la realtà geopolitica dimostra che un blocco efficace può essere attuato anche senza una formale dichiarazione di guerra.

L’interruzione delle rotte commerciali può infatti avvenire attraverso dinamiche di guerra asimmetrica o pressioni burocratiche. Ad esempio, il sequestro temporaneo di navi cisterna con il pretesto di violazioni ambientali, l’utilizzo di droni o la semplice minaccia di posizionare mine navali sono sufficienti a destabilizzare l’intera area.

In questi scenari la chiusura dello Stretto non viene decretata da una legge o da un governo, ma dalle leggi del mercato assicurativo. Non appena il rischio percepito sale oltre una certa soglia, le compagnie di assicurazione aumentano i premi per il rischio di guerra a livelli insostenibili, oppure si rifiutano del tutto di coprire le navi dirette nello Stretto. Privi di copertura assicurativa, gli armatori scelgono autonomamente di non rischiare le proprie imbarcazioni e i carichi, determinando un blocco reale dei flussi di petrolio senza che sia stato sparato un solo colpo di cannone contro le rotte mercantili.

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