Ci sono fasi in cui i mercati smettono di sembrare una semplice somma di numeri e iniziano ad assomigliare a un racconto sospeso. I grafici mostrano massimi ripetuti, le valutazioni sembrano tese come corde di violino e, dietro la facciata ordinata delle quotazioni, si avverte una tensione sottile. Non è il terreno delle profezie, ma quello in cui alcuni indicatori di lungo periodo entrano in aree “estreme” e costringono a porsi domande più profonde di un semplice “sale o scende?”. È proprio in questo spazio, tra storia e presente, che CAPE e Buffett Indicator diventano chiavi di lettura più narrative che operative.
La fotografia attuale: CAPE vicino a 40 e Buffett Indicator oltre il 220%
Due strumenti, per quanto imperfetti, aiutano a misurare la “temperatura” delle valutazioni: il CAPE (o Shiller PE) e il cosiddetto Buffett Indicator.
Il CAPE è una versione “levigata” del rapporto prezzo/utili: invece di guardare agli utili dell’ultimo anno, utilizza una media decennale corretta per l’inflazione. Oggi questo indicatore si trova su valori prossimi a 40, ben al di sopra delle medie storiche e vicino alle zone più alte mai toccate. In passato livelli di questo tipo si sono visti solo in corrispondenza di fasi molto particolari: prima del 1929, quando il CAPE superò i 30 punti, e alla fine degli anni Novanta, quando oltrepassò i 40 avvicinandosi ai massimi che precedettero la bolla tecnologica. All’opposto, valori molto bassi – intorno a 5–7 punti – hanno coinciso con periodi di forte sfiducia, spesso seguiti da lunghi cicli di espansione.
Anche il Buffett Indicator racconta una storia fatta di estremi. Questo rapporto confronta la capitalizzazione complessiva del mercato azionario con il prodotto interno lordo del paese: in sostanza misura quanto vale il listino rispetto alla “dimensione” dell’economia reale. Oggi l’indicatore si colloca oltre il 220%, cioè con un mercato che vale più del doppio del PIL nazionale. Nel dopoguerra, valori inferiori al 50% erano tipici di fasi di recessione o pessimismo diffuso; intorno al 100% indicavano mercati “pieni” ma non necessariamente surriscaldati. Prima della grande crisi finanziaria del 2007–2008, il superamento stabile del 100% fu uno dei segnali di una progressiva tensione nelle valutazioni.
leggi anche
Se compri queste azioni nel 2026 potresti avere guadagni a doppia cifra. Lo dice la statistica
L’elemento centrale, dunque, non è tanto il numero esatto, quanto la combinazione: un CAPE vicino a 40 e un Buffett Indicator oltre il 220% descrivono un punto di partenza in cui il mercato, nel suo complesso, incorpora già aspettative molto favorevoli sul futuro degli utili e sulle condizioni macroeconomiche. Non è una diagnosi di bolla, ma nemmeno un contesto neutrale.
Storia, trasformazioni e limiti di indicatori “in zona estrema”
Di fronte a questi livelli la tentazione è sempre la stessa: cercare una risposta netta. “Se il CAPE era alto nel 1929 e nel 1999, allora lo è anche oggi, quindi il finale sarà lo stesso”. Oppure, all’estremo opposto: “Il mondo è cambiato, gli indicatori del passato non hanno più alcun senso”. Entrambe le scorciatoie sono fuorvianti.
Il mercato odierno si muove in un ecosistema molto diverso. Molte società quotate generano ricavi in più continenti, sfruttano piattaforme digitali e asset intangibili, lavorano con economie di scala che rendono i margini più stabili di quanto accadesse in passato. È plausibile che una parte del livello elevato degli indicatori derivi proprio da questo: un mix di maggiore profittabilità strutturale e di tassi di interesse che, nel lungo periodo, sono stati spesso più bassi rispetto ai decenni del dopoguerra.
Allo stesso tempo, la storia ricorda che quando indicatori di valutazione di lungo periodo hanno deviato troppo a lungo dalle loro medie, l’aggiustamento è arrivato comunque. Non necessariamente sotto forma di crolli improvvisi: talvolta attraverso lunghi periodi di rendimenti reali modesti, talvolta con correzioni più nette, più spesso con una combinazione delle due cose. Gli estremi al rialzo non sono orologi che scandiscono il momento esatto di una svolta, ma barometri: non dicono quando cambierà il tempo, ma registrano una pressione diversa dal normale.
C’è poi la struttura stessa del mercato, più concentrata rispetto al passato. Una parte rilevante della capitalizzazione è in mano a poche grandi società che pesano moltissimo sugli indici. Questo amplifica sia le fasi di euforia sia i momenti di correzione: se i titoli dominanti salgono, gli indicatori di valutazione “salvano la media”; se entrano in difficoltà, l’impatto è immediato sull’intero listino.
Infine, occorre ricordare un punto metodologico: sia il CAPE sia il Buffett Indicator funzionano male come strumenti di timing. Sono pensati per offrire una cornice di lungo periodo, non per “indovinare” il comportamento del mercato nei prossimi mesi. Leggerli come semafori (“verde”, “giallo”, “rosso”) significa attribuire loro un potere previsionale che non hanno mai preteso di avere.
Come usare questi segnali senza trasformarli in inviti all’azione
Se questi indicatori non dicono cosa fare, a cosa servono? La loro utilità sta soprattutto nel modo in cui possono influenzare le aspettative, non nelle decisioni operative puntuali.
In primo luogo, aiutano a collocare il presente dentro una prospettiva storica. Sapere che il CAPE è intorno a 40 e che il Buffett Indicator supera il 220% significa, in sostanza, riconoscere che il mercato si muove oggi in una zona dove le valutazioni sono alte rispetto alla propria traiettoria di lungo periodo. Questo, a sua volta, suggerisce che i rendimenti futuri attesi – soprattutto su orizzonti lunghi – potrebbero essere più modesti della media storica, proprio perché si parte da livelli già “ricchi”.
In secondo luogo, funzionano come promemoria di prudenza. Non nel senso di “scappare dai mercati”, ma nel ricordare che scenari molto favorevoli sono in buona parte incorporati nei prezzi. In un contesto simile, le sorprese positive devono essere davvero significative per spingere ancora più in alto le valutazioni, mentre quelle negative possono avere effetti più amplificati.
In terzo luogo, invitano a rimettere al centro la gestione del rischio. Se il punto di partenza è un mercato storicamente caro, la qualità dei bilanci, la solidità dei flussi di cassa, la diversificazione tra settori e aree geografiche, la capacità di sopportare volatilità e drawdown diventano dimensioni ancora più importanti di quanto già non lo siano in condizioni “normali”.
Ciò che questo tipo di analisi non può e non deve fare è trasformarsi in sollecitazione all’azione. Non c’è nessuna indicazione su quando vendere o comprare, né su quali strumenti privilegiare. Il messaggio è più semplice e, insieme, più scomodo: il contesto di partenza è teso, gli indicatori a lungo termine lo segnalano con chiarezza, e qualsiasi lettura del futuro dovrà fare i conti con questo dato di realtà, senza certezze e senza scorciatoie.
Questo testo ha finalità esclusivamente informative e giornalistiche. Non costituisce in alcun modo sollecitazione del pubblico risparmio, né invito all’acquisto o alla vendita di strumenti finanziari o all’adozione di specifiche strategie. Qualunque decisione di investimento richiede valutazioni autonome, la verifica delle fonti e, se necessario, il supporto di un consulente finanziario abilitato, tenendo sempre conto del proprio profilo di rischio e della possibilità di perdite anche significative del capitale investito.