Cos’è un PAC, come funziona e quanto si guadagna?

Flavia Provenzani

19/08/2026

Cos’è e come funziona un piano di accumulo di capitale (PAC)? Come funziona l’investimento? Ecco tutto quello che c’è da sapere

Cos’è un PAC, come funziona e quanto si guadagna?

Un PAC, o piano di accumulo di capitale, è una strategia che consiste nell’investire una somma fissa a intervalli regolari, tipicamente ogni mese, invece di impiegare tutto il capitale in una volta sola. Si può partire da 50 euro al mese con un fondo bancario, da 1 euro con alcune piattaforme di investimento online.

È lo strumento con cui la maggior parte delle persone entra nei mercati, per una ragione molto semplice: chi ha uno stipendio non ha necessariamente un grosso capitale da investire, ma ha un flusso mensile da destinare.

In questa guida trovi come funziona il meccanismo del cost averaging, quanto costa davvero un PAC oggi, come viene tassato e in quali casi conviene, in quali no.

Cos’è un PAC

Un piano di accumulo di capitale (PAC) è una modalità di investimento che prevede l’acquisto periodico di quote di uno strumento finanziario, che sia un fondo comune, un ETF (Exchange Traded Fund) o un OICR (Organismo di Investimento Collettivo del Risparmio).

Le caratteristiche di base sono quattro:

  • si versa un importo costante, deciso in partenza;
  • i versamenti avvengono a scadenza regolare (mensile, bimestrale, trimestrale, semestrale o annuale);
  • ogni versamento acquista un numero di quote diverso, perché il prezzo dello strumento cambia nel tempo;
  • la gestione degli acquisti è automatica: una volta impostato, il piano procede da solo.

L’alternativa è l’investimento in un’unica soluzione, che nel gergo si chiama PIC (Piano di Investimento di Capitale) o lump sum - si prende la somma disponibile e la si investe tutta insieme.

Il PAC su fondo comune, offerto da banche e reti di consulenza, è un contratto. Si sottoscrive, si concorda una durata e un numero di rate, e uscire prima della scadenza può comportare costi. È il modello storico, quello che gli italiani conoscono da trent’anni.

Il PAC su ETF, offerto da banche online, SIM e broker, non è un contratto, bensì un ordine di acquisto ricorrente. Si imposta, si modifica, si sospende o si cancella dall’app in qualunque momento, senza penali e senza vincoli di durata. Non esiste, quindi, una «scadenza» da rispettare.

Come funziona il PAC e il meccanismo del cost averaging

Il principio su cui si regge il piano di accumulo si chiama cost averaging, o mediazione del prezzo di carico. Funziona così: investendo un importo fisso e non un numero fisso di quote si comprano automaticamente più quote quando il prezzo scende e meno quote quando il prezzo sale.

Facciamo un esempio, ipotizzando un investimento di 100 euro al mese in uno strumento il cui prezzo oscilla:

Mese Prezzo della quota Importo versato Quote acquistate
1 10,00 € 100 € 10,00
2 8,00 € 100 € 12,50
3 12,00 € 100 € 8,33
Totale 300 € 30,83

Hai versato 300 euro e possiedi 30,83 quote. Il tuo prezzo medio di carico è quindi 300 ÷ 30,83 = 9,73 euro.

Ora osserva: la media semplice dei tre prezzi è 10 euro (10 + 8 + 12, diviso 3). Il tuo prezzo di carico è più basso della media dei prezzi pagati grazie alla proprietà matematica del meccanismo, che produce una media armonica anziché aritmetica.

Attenzione, però. Il cost averaging non genera rendimento e non protegge dalle perdite. Riduce la probabilità di aver comprato tutto al prezzo peggiore. È una tecnica di gestione del rischio di ingresso, non una strategia per guadagnare di più.

PAC o investimento in un’unica soluzione

Vanguard ha confrontato l’ingresso graduale con l’investimento immediato su periodi mobili di un anno, usando dati storici dal 1976 al 2022 su Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Europa, Australia e mercati emergenti. Il risultato? Investire subito ha battuto la diluizione in circa due terzi dei casi - 68% sull’indice globale, con valori compresi tra il 66% e il 68% nella quasi totalità dei mercati analizzati. Il vantaggio, misurato come differenza di ricchezza dopo dodici mesi, dipende da quanto azionario c’è in portafoglio: 2,2% per un portafoglio interamente azionario, 1,8% per un 60/40, 1,2% per un 40/60.

Ogni euro che resta liquido in attesa del prossimo versamento è un euro che rinuncia al premio al rischio. E più si allunga la finestra di ingresso, più il costo opportunità cresce. Passando da una diluizione su tre mesi a una su sei, la quota di casi in cui conviene investire subito sale dal 67,7% al 72,6% sull’indice globale.

La diluizione ha comunque battuto il restare liquidi nel 69% dei casi.

Perché investire in PAC

Vanguard distingue due significati dello stesso termine: da un lato l’investimento di un importo fisso prelevato da ogni busta paga, dall’altro la decisione su come impiegare una somma già disponibile. L’analisi riguarda il secondo caso: 50.000 euro ereditati, un TFR liquidato, la vendita di un immobile.

Ma se i 200 euro al mese sono quello che ti resta dello stipendio, non stai scegliendo tra due strategie: il PAC è l’unica opzione disponibile. Il confronto con l’investimento in unica soluzione semplicemente non si pone, perché non esiste alcuna somma da investire in blocco.

Da qui una regola pratica:

  • per chi ha un flusso mensile di risparmio il PAC è la scelta naturale, e più lungo è l’orizzonte meglio è;
  • per chi ha già un capitale e un orizzonte lungo, i dati storici favoriscono l’ingresso immediato;
  • per chi ha un capitale ma non regge l’idea di entrare tutto in una volta gli esperti consigliano di diluire, ma su una finestra breve: la ricerca suggerisce di restare nell’ordine tre mesi, perché ogni mese in più aumenta il costo opportunità.

Lo stesso studio, applicando un modello di utilità con avversione alle perdite, trova che per gli investitori più avversi alle perdite la diluizione è effettivamente la scelta preferibile. Un piano che l’investitore riesce a rispettare vale più di un piano ottimale che abbandona alla prima correzione.

Quanto rende un piano di accumulo

Il rendimento di un PAC dipende da tre variabili: importo, durata e rendimento dello strumento. Se la terza non è controllabile, le prime due sì.

Prendiamo un versamento di 200 euro al mese per 20 anni, quindi 48.000 euro complessivamente versati, e vediamo tre scenari di rendimento medio annuo composto.

Rendimento medio annuo Capitale finale lordo Guadagno lordo Netto dopo imposta 26%
4% 73.355 € 25.355 € 66.763 €
6% 92.408 € 44.408 € 80.862 €
8% 117.804 € 69.804 € 99.655 €

Elaborazione su capitalizzazione mensile composta. Valori indicativi, al lordo di costi e inflazione.

Nello scenario al 6%, quasi la metà del capitale finale non deriva dai versamenti ma dai rendimenti maturati sui rendimenti. È l’interesse composto, e ha bisogno di anni per esprimersi. Gli stessi 200 euro al mese per 10 anni anziché 20 producono molto meno della metà del risultato. Nello stesso scenario, un costo annuo aggiuntivo di un solo punto percentuale, che riduce il rendimento effettivo al 5%, porta il capitale finale a circa 82.200 euro. Sono oltre 10.000 euro in meno a fronte degli stessi 48.000 euro versati. In altre parole, un punto percentuale all’anno, su vent’anni, vale più di cinque anni di versamenti.

Quanto costa un PAC

I costi vanno letti su due livelli: quelli del prodotto e quelli della piattaforma.

Sono le spese trattenute dal fondo o dall’ETF, indipendentemente da dove lo compri. Le trovi nel KID (il documento informativo che l’emittente è obbligato a fornirti prima della sottoscrizione), alla voce costi ricorrenti.

Un ETF indicizzato su un indice azionario ampio ha costi correnti di norma inferiori a mezzo punto percentuale annuo. Un fondo comune a gestione attiva si colloca abitualmente su valori diverse volte superiori, a cui in alcuni casi si aggiungono commissioni di performance. La differenza, applicata all’esempio precedente, è esattamente il punto percentuale che vale diecimila euro.

Nel PAC su fondo sottoscritto in banca si possono trovare:

  • una commissione di sottoscrizione, spesso caricata in modo sbilanciato sulle prime rate;
  • diritti fissi trattenuti su ogni versamento;
  • spese amministrative;
  • e in alcuni contratti penali in caso di interruzione anticipata.

Il diritto fisso merita attenzione particolare: 2 euro trattenuti su una rata da 100 euro sono un costo del 2% pagato prima ancora che l’investimento cominci a rendere. Chi versa importi piccoli è penalizzato in proporzione e ridurre il numero di rate annue, contrariamente all’intuizione, può convenire.

Nel PAC su ETF il quadro è diverso. Diverse piattaforme oggi non applicano alcuna commissione sull’esecuzione del piano, né costi di apertura o di gestione; altre applicano un canone mensile fisso o una commissione per ordine. Non esistono penali di uscita, perché non c’è un contratto da interrompere.

Prima di scegliere, quindi, occorre chiedersi quanto costa ogni singola esecuzione, quanto costa vendere (alcune piattaforme azzerano l’acquisto ma non la vendita) e quali spread di cambio si applicano se lo strumento è denominato in valuta diversa dall’euro.

La fiscalità del PAC

Il regime fiscale di un piano di accumulo non è quello del PAC in quanto tale, ma quello dello strumento sottostante.

La tassazione avviene solo al momento della vendita, sulla plusvalenza realizzata, con imposta sostitutiva del 26%. Fa eccezione la quota di portafoglio investita in titoli di Stato di Paesi in white list, tassata al 12,5%: rilevante per chi accumula su ETF obbligazionari governativi, irrilevante per chi accumula su azionario globale.

Un ETF ad accumulazione reinveste automaticamente dividendi e cedole nel patrimonio del fondo. In Italia questi proventi reinvestiti non vengono tassati anno per anno, ma l’imposta si paga solo alla vendita finale.

Un ETF a distribuzione eroga i proventi periodicamente e su ogni distribuzione l’intermediario applica subito il 26%.

Nell’ETF ad accumulazione l’imposta non pagata resta investita e continua a produrre rendimento. Per chi accumula in ottica di lungo periodo, e non ha bisogno di una rendita periodica, l’accumulazione è di norma la scelta fiscalmente più efficiente.

Il fisco italiano divide i redditi finanziari in due categorie che non comunicano tra loro:

  • redditi di capitale: dividendi, cedole e le plusvalenze da vendita di ETF armonizzati;
  • redditi diversi: plusvalenze e minusvalenze da azioni, obbligazioni, ETC, certificati, e anche le minusvalenze da ETF.

Quando vendi un ETF in guadagno, quel guadagno è reddito di capitale. Quando lo vendi in perdita, quella perdita è reddito diverso. E le due categorie non si compensano.

Cosa significa, in pratica? Vendi l’ETF A con 1.000 euro di plusvalenza e l’ETF B con 1.000 euro di minusvalenza. Risultato economico: zero. Risultato fiscale: paghi 260 euro sul guadagno, mentre la perdita finisce in un credito separato che non puoi usare contro quel guadagno.

La minusvalenza entra in quello che gli operatori chiamano zainetto fiscale ed è utilizzabile entro il quarto anno successivo a quello in cui è stata realizzata. Ma può abbattere solo plusvalenze che siano anch’esse redditi diversi, ovvero provenienti da azioni singole, ETC, certificati. Mai altre plusvalenze da ETF.

Chi costruisce un portafoglio di soli ETF, quindi, accumula un credito fiscale che con ogni probabilità non riuscirà mai a utilizzare e che scadrà.

Se l’intermediario opera come sostituto d’imposta in regime amministrato, calcola e versa le imposte a ogni operazione e non devi fare nulla in dichiarazione.

Se invece non lo è (è il caso di diversi broker esteri), sei tu a dover dichiarare plusvalenze e a compilare il quadro RW per il monitoraggio delle attività estere. Non è impossibile, ma comporta un costo di gestione, spesso un commercialista, e un rischio di errore. Per un PAC da poche centinaia di euro al mese, il regime amministrato è quasi sempre la scelta più sensata.

Come scegliere durata, importo e strumento

Non esiste una durata «giusta» in assoluto, ma una durata coerente con l’obiettivo. Alcuni riferimenti utili:

  • sotto i 5 anni: un PAC azionario è sconsigliabile. L’orizzonte è troppo breve perché la volatilità si compensi e il rischio di dover vendere in un momento sfavorevole è concreto;
  • tra 5 e 10 anni: ha senso una componente azionaria contenuta, affiancata da obbligazionario;
  • oltre 10 anni: è l’orizzonte in cui il piano di accumulo esprime il suo potenziale, e in cui una quota azionaria più alta è statisticamente sostenibile.

Nei PAC su fondo la durata è contrattuale e va dichiarata in partenza. Nei PAC su ETF non esiste una durata formale: l’orizzonte è quello che decidi tu, e puoi cambiarlo.

La regola operativa è che la rata deve essere sostenibile nel mese peggiore, non nel mese medio. Un piano interrotto dopo diciotto mesi perché la rata era troppo alta produce un risultato peggiore di un piano più prudente portato avanti per vent’anni.

Prima di impostare qualunque versamento, però, viene il fondo di emergenza: da tre a sei mesi di spese, tenuti liquidi e accessibili. Senza quel cuscinetto, la prima spesa imprevista costringe a vendere l’investimento nel momento sbagliato - che statisticamente è proprio il momento in cui i mercati sono scesi.

I criteri di selezione dello strumento, in ordine di importanza, sono i seguenti:

  1. Diversificazione. Un indice azionario globale contiene migliaia di titoli di decine di Paesi. Un ETF settoriale o tematico no, e concentra il rischio.
  2. Costi correnti. Sono l’unica variabile del rendimento futuro che conosci con certezza in anticipo.
  3. Dimensione del fondo. Gli ETF di dimensioni ridotte hanno maggiore probabilità di essere chiusi o fusi dall’emittente, con conseguente realizzo forzato e tassazione anticipata.
  4. Politica dei proventi. Accumulazione per il lungo periodo, distribuzione se serve un flusso di cassa.
  5. Domicilio e conformità UCITS. Gli ETF quotati sulle borse europee sono nella quasi totalità armonizzati. Quelli quotati solo sui mercati statunitensi seguono un regime fiscale diverso e generalmente più oneroso per il residente italiano: prima di acquistarli conviene verificarne il trattamento.

I vantaggi del piano di accumulo

Non serve un capitale di partenza. Con cinquanta euro al mese si accede a un paniere di migliaia di titoli, una diversificazione che comprando azioni singole sarebbe semplicemente impossibile con quelle cifre. Per chi ha uno stipendio e non un patrimonio, il piano di accumulo è la porta d’ingresso più bassa che i mercati finanziari offrano.

Poi c’è l’automatismo. Un piano impostato una volta procede da solo, elimina la decisione ripetuta, che è esattamente il punto in cui la maggior parte delle persone si blocca. Non è la scelta iniziale a essere difficile, quanto doverla riconfermare ogni mese, con i mercati che nel frattempo salgono e scendono. Il PAC toglie di mezzo quel passaggio.

Da qui discende un vantaggio che è emotivo prima che finanziario. Un piano automatico continua a versare anche nei mesi in cui nessuno avrebbe voglia di comprare, quando i titoli scendono e l’istinto suggerisce di aspettare che «si chiarisca la situazione». Sono proprio i mesi in cui, a parità di importo, si portano a casa più quote. Chi investe manualmente, in quei mesi, tende a “saltare il turno”.

Il piano di accumulo dispensa poi dal problema del market timing. Non devi indovinare il momento giusto per entrare, perché entri sempre, un po’ alla volta. Rinunci all’idea di comprare sui minimi ma è una rinuncia sensata, visto che indovinare i minimi con continuità non riesce quasi a nessuno, professionisti inclusi.

I rischi e gli errori da evitare

  • Il PAC non protegge dalle perdite. Se il mercato scende del 30% e il tuo capitale accumulato è già consistente, quel capitale scende del 30%. Il cost averaging incide sul prezzo di carico, non sulla volatilità del portafoglio.
  • L’effetto mediazione si affievolisce nel tempo. Dopo molti anni, il capitale già accumulato è enormemente più grande della singola rata: un versamento da 200 euro su un portafoglio da 60.000 euro non sposta più il prezzo medio in modo apprezzabile. Il PAC maturo, di fatto, si comporta come un investimento in unica soluzione già effettuato e da lì in poi il rischio è tutto di mercato.
  • L’interruzione nei ribassi. Fermare i versamenti quando i mercati scendono significa rinunciare esattamente alle rate che comprano al prezzo più basso.
  • I costi ricorrenti sottovalutati. Un punto percentuale annuo sembra poco, ma su vent’anni può valere più di cinque anni di versamenti.
  • L’uscita anticipata dai PAC su fondo. Dove esistono commissioni caricate sulle prime rate, uscire nei primi anni può azzerare o superare il rendimento maturato.

Quando un PAC non conviene

Per completezza, vale la pena elencare i casi in cui questa soluzione non è la risposta giusta.

Il primo riguarda chi non ha ancora messo da parte un fondo di emergenza. La priorità è quella e viene prima di qualunque investimento. Discorso simile per chi ha debiti a tasso elevato, perché estinguere un credito al consumo al 9% equivale a un rendimento certo del 9%, che nessuno strumento finanziario può garantire.

Se i soldi serviranno entro due o tre anni, la volatilità dei mercati è incompatibile con quella scadenza, e il piano di accumulo non risolve il problema, lo sposta soltanto.

Un caso diverso è quello di chi un capitale ce l’ha già e davanti ha molti anni. Come abbiamo visto, i dati storici favoriscono l’ingresso immediato, eventualmente diluito su una finestra breve, nell’ordine dei tre mesi.

Attenzione, infine, a non aprire un PAC soltanto per placare l’ansia da mercato. Diluire l’ingresso compra tranquillità in cambio di rendimento atteso. È uno scambio legittimo, e per chi ha una forte avversione alle perdite può essere anche il più sensato. Ma è bene sapere che uno scambio è, e non un pasto gratis.

Domande frequenti sul PAC

Qual è l’importo minimo per aprire un piano di accumulo?
Dipende dallo strumento. I PAC su fondi comuni offerti dalle banche partono tipicamente da 50 euro al mese. Alcune piattaforme di investimento online consentono piani su ETF a partire da 1 euro.

Posso interrompere un PAC quando voglio?
Se il piano è su ETF tramite broker, sì: è un ordine ricorrente e si cancella senza penali. Se è un PAC contrattuale su fondo, la sospensione è generalmente possibile ma l’interruzione anticipata può comportare costi. Va verificato sul contratto.

Che differenza c’è tra PAC e PIC?
Il PAC investe a rate periodiche, il PIC (Piano di Investimento di Capitale) impiega la somma in un’unica soluzione. Sui dati storici il PIC ha reso di più in circa due casi su tre, ma presuppone di avere già il capitale disponibile.

Quanto viene tassato un PAC?
Con imposta sostitutiva del 26% sulla plusvalenza, applicata al momento della vendita. Scende al 12,5% sulla quota investita in titoli di Stato di Paesi white list. Con un intermediario che opera in regime amministrato, il prelievo è automatico.

Il PAC protegge dalle perdite?
No. Riduce il rischio di aver investito tutto nel momento peggiore, ma il capitale accumulato resta esposto alle oscillazioni del mercato.

Meglio un PAC mensile o trimestrale?
La frequenza incide poco sul rendimento. Incide sui costi: dove esiste una commissione fissa per esecuzione, ridurre il numero di rate abbassa l’incidenza percentuale del costo. Dove le esecuzioni sono gratuite, la cadenza mensile è preferibile perché avvicina il versamento al momento in cui il denaro è effettivamente disponibile.

Conviene un PAC su un solo ETF o su più strumenti?
Un singolo ETF azionario globale è già diversificato su migliaia di titoli. Moltiplicare gli strumenti aumenta la complessità e, dove i costi sono per piano, anche le spese, senza necessariamente migliorare la diversificazione.

Cosa succede se salto una rata?
Nei PAC su ETF, nulla: il piano riprende al versamento successivo. Nei PAC contrattuali su fondo le condizioni variano e vanno verificate nel prospetto.

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e divulgative. Non costituisce consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento. Prima di sottoscrivere qualunque prodotto è necessario leggere la documentazione informativa (KID e prospetto) e valutare la coerenza dello strumento con i propri obiettivi e con il proprio profilo di rischio.