Coronavirus Italia: ancora 6 mesi difficili, ecco perché

In Italia il coronavirus non è scomparso e gli esperti ricordano che ci attendono almeno 6 mesi di massima allerta. I malati, anche ricoverati, ci sono e prima del 2021 non saremo fuori pericolo, ecco perché

Coronavirus Italia: ancora 6 mesi difficili, ecco perché

Massima prudenza almeno per altri 6 mesi, perché il coronavirus in Italia fa ancora paura.

Nonostante i numeri più rassicuranti che provengono dai bollettini quotidiani nazionali - il 19 luglio ci sono stati soltanto 3 morti - l’allerta resta a livelli molto alti. Alcune regioni sono al limite della tolleranza dei nuovi casi quotidiani e addirittura si parla di rischio lockdown nel Lazio.

Il virus viaggia e sebbene stia colpendo soprattutto persone giovani, con meno rischi di infettarsi in modo grave, i prossimi mesi saranno cruciali.

A confermarlo è stato anche il direttore di Malattie infettive di Tor Vergata, convinto che il coronavirus in Italia sia ancora da arginare.

Italia: ancora 6 mesi critici sul fronte coronavirus, lo dice l’esperto

Massimo Andreoni, direttore di Malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), conosce bene il virus COVID-19.

Per questo, intervistato da Il Messaggero, ha voluto lanciare un messaggio chiaro alla popolazione italiana, alle prese con l’allentamento delle misure e l’attenzione sui contagi sempre presenti:

“Dobbiamo gestire questo periodo di tempo che ci separa dal vaccino o da qualche strategia terapeutica. Abbiamo 5-6 mesi critici di fronte a noi... Purtroppo in questa fase estiva, in cui speravamo di avere una tregua, un’eccessiva imprudenza generalizzata, gli assembramenti e il sovraffollamento di alcuni luoghi....non ci stanno aiutando. E abbiamo gli effetti anche dell’arrivo di casi dall’estero

Un quadro sintetico di cosa sta succedendo in Italia. L’epidemia è sicuramente alla sua coda rispetto a marzo, ma non tutto è risolto. Anche se i ricoverati in terapia intensiva sono crollati e la capacità di trattamento dei positivi è molto migliorata, i motivi per non abbassare la guardia ci sono tutti:

“L’incremento dei numeri a macchia d’olio in tutta Italia è preoccupante. E anche il numero dei ricoverati non è basso, solo nel Lazio sono 180. In altri termini: i casi sono sì meno gravi..., ma solo perché sono soggetti più giovani. Di questo passo l’epidemia raggiungerà anche i più fragili e sarà un problema. Il virus non ha modificato le sue caratteristiche.”

Il professore Andreoni ha voluto quindi mettere in chiaro che fino a quando non ci sarà la disponibilità del vaccino, non saremo sicuri, nel mondo e in Italia. E il tempo da aspettare non sarà più breve di 6 mesi.

Perché temere ancora il COVID?

La medicina e la scienza stanno facendo passi in avanti importanti per trattare con efficacia il coronavirus. Tuttavia, dinanzi a un’epidemia nuova e di repentina diffusione, restano ancora zone d’ombra da non sottovalutare.

Le ha spiegate l’esperto di Tor Vergata. Innanzitutto ci sono dubbi sui trattamenti disponibili. L’antivirale Remdesivir, per esempio, è in uso al Policlinico di Roma, con effetti rilevanti, “ma ancora non abbiamo nel mondo una terapia efficace. Abbiamo migliorato la strategia, ma ancora abbiamo difficoltà nel controllare la malattia nei casi più gravi. Il Remdesivir ha una buona efficacia, ma non è risolutivo”.

E poi ci sono i segni che l’infezione lascia a chi è guarito. Il professore Andreoni ricorda che i postumi sono ancora da studiare e tra i casi gravi tornare allo stato di salute precedente è difficile nel 50% dei pazienti. L’insufficienza respiratoria, inoltre, può restare tra i guariti al 10%.

Segnali non incoraggianti, che parlano di una malattia ancora attiva e da capire scientificamente.

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