Conto corrente, pignoramento con regole diverse per dipendenti, pensionati e partite IVA

Anna Maria D’Andrea

15 Aprile 2021 - 16:52

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Conto corrente, pignoramento con limiti per dipendenti e pensionati, ma non per i lavoratori autonomi. Le regole differenti previste per le partite IVA sono state esaminate in Commissione Finanze della Camera, nel corso delle risposte alle interrogazioni del 14 aprile 2021.

Conto corrente, pignoramento con regole diverse per dipendenti, pensionati e partite IVA

Conto corrente, regole sul pignoramento differenti per dipendenti, pensionati e partita IVA.

Per i lavoratori autonomi, il conto corrente è pignorabile al 100%. Al contrario, per lavoratori dipendenti e pensionati sono previsti diversi limiti, volti a garantire al soggetto pignorato un “minimo vitale” per soddisfare le proprie esigenze di vita.

Nel dettaglio, sui conti correnti di dipendenti e pensionati, il pignoramento per le somme già depositate è ammesso per la parte che eccede l’importo dell’assegno sociale, moltiplicato per tre. Per le somme accreditate dopo la notifica del pignoramento, il limite è fissato a un quinto dell’importo.

Una regola finalizzata ad evitare che le pretese dei creditori rendano difficile il sostentamento economico del soggetto pignorato. Una regola di buon senso che, tuttavia, non si applica anche ai lavoratori autonomi.

Il tema dei limiti differenti in materia di pignoramento è stato al centro di un’interrogazione in Commissione Finanze della Camera del 14 aprile 2021.

Come evidenziato dal Ministero della Giustizia, è la diversa natura delle somme percepite da dipendenti, pensionati ed autonomi a rendere necessari limiti differenti; merita in ogni caso attenzione ogni situazione che dovesse privare il titolare di partita IVA delle risorse necessarie per una vita libera e dignitosa.

Conto corrente, pignoramento con regole diverse per dipendenti, pensionati e partite IVA

Ad interrogare il Governo circa le iniziative da intraprendere per superare il problema dei limiti differenti in materia di pignoramento del conto corrente è il deputato della Lega Massimo Bitonci.

La materia è quantomai attuale, anche alla luce delle difficoltà economiche causate dalla pandemia da Covid-19.

A rispondere all’interrogazione in Commissione Finanze della Camera, in data 14 aprile 2021, è il Ministero della Giustizia, evidenziando innanzitutto che il pignoramento del conto corrente è parte della più ampia categoria del pignoramento presso terzi, disciplinato dagli articoli 543 e seguenti del Codice di Procedura Civile.

In merito ai limiti ai pignoramenti su stipendi e pensioni, si ricorda che:

  • le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà;
  • le somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego nonché a titolo di pensione, nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore, possono essere pignorate per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale, quando l’accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento;
  • gli stipendi accreditati sul conto corrente dopo la notifica del pignoramento, possono essere pignorate nella misura massima di 1/5. Le percentuali variano se il creditore è l’Agenzia delle Entrate Riscossione.

La ratio della norma è evidente: il pignoramento non deve impedire al soggetto di vivere in maniera dignitosa.

I limiti previsti alla pignorabilità dei crediti non si applicano però ai lavoratori non dipendenti.

Per gli autonomi, le somme depositate sul conto corrente sono pignorabili al 100% perché, secondo il Ministero della Giustizia, i proventi derivanti da attività di impresa o professionale, non avendo cadenza fissa e regolare, possono variare sia nell’importo che nella modalità di percezione e sfuggire dagli effetti del pignoramento.

Il pignoramento dello stipendio o della pensione ha carattere “permanente”, sottolinea il Ministero della Giustizia, e può avvenire in modalità regolare e continuativa fino al pagamento del credito dovuto.

Al contrario, per i lavoratori autonomi il pignoramento:

“si esaurisce nell’unica attività istantanea consistente appunto nel pignoramento di tutte le somme ivi presenti, potendo il titolare bloccare i successivi accrediti e percepire la propria remunerazione con altre modalità o ottenere dal giudice la liberazione del conto corrente una volta prelevato tutto quanto ivi depositato.”

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Il Ministero della Giustizia evidenzia le differenze che intercorrono tra rapporto di lavoro dipendente ed autonomo, per legittimare l’impossibilità di applicare anche ai titolari di partita IVA le tutele previste per i titolari di redditi da lavoro dipendente ed autonomo.

Il lavoratore autonomo, prosegue la risposta all’interrogazione,

“ha un’organizzazione lavorativa propria e, di norma, percepisce più retribuzioni/compensi da diversi clienti e non si può individuare un rapporto di lavoro in cui vi sia un solo datore/mandante e un lavoratore/ mandatario; ne deriva che prevedere il limite di pignorabilità su ogni singola fattura o prestazione non risponderebbe alla ratio dell’articolo 545 cpc.”

Insomma, è legittimo che siano differenti i limiti alla pignorabilità dei conti correnti.

Parafrasando quanto affermato dal Ministero della Giustizia, è la “garanzia” che il dipendente o il pensionato percepiranno una determinata somma in un determinato periodo a rendere possibile l’individuazione di un freno al pignoramento delle somme percepite.

Al contrario, considerando le peculiarità dei rapporti di lavoro autonomo, c’è il rischio di non riuscire a recuperare l’importo da pignorare in caso di dilazione su più mesi.

Nonostante ciò, e sebbene non vi siano limiti di legge alla pignorabilità dei conti correnti dei titolari di partita IVA, meritano attenzione le situazioni in cui il lavoratore autonomo dovesse trovarsi privato dei mezzi economici necessari per condurre “un’esistenza libera e dignitosa”.

Come evidenziato in chiusura dal Ministero della Giustizia, è l’articolo 36 della Costituzione il limite che non si può oltrepassare.

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