Con Trump arriva l’inizio del super-Euro e la fine del super-Dollaro. Basta solo approfittarne

R. F.

22 Maggio 2025 - 12:42

Grazie alle disgraziate politiche di Trump, potrebbe iniziare l’era del super-Euro e finire quella del super-Dollaro.

Con Trump arriva l’inizio del super-Euro e la fine del super-Dollaro. Basta solo approfittarne

A partire da quella fatidica data del Liberation Day inaugurato con la conferenza stampa del 2 aprile alla Casa Bianca, molte cose sono cambiate nei mercati finanziari internazionali. Ma, a ben vedere, la crisi economica e finanziaria che Trump ha innescato negli Stati Uniti crea un’opportunità per la zona euro.

I sistemi monetari e finanziari internazionali non sono immutabili, ma nemmeno cambiano frequentemente. Per questo motivo, il turbinio scatenato dalla guerra commerciale e tariffaria del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è così straordinario - e così difficile da decifrare completamente per il lungo termine - che vale la pena di analizzarlo in una prospettiva a breve termine.

Tuttavia, grazie a Trump, sembriamo essere vicini ad una nuova fase di transizione. Nessun catastrofismo: il mondo non crollerà per colpa di Trump. Si formeranno invece nuove opportunità sul mercato internazionale dei capitali.

L’attuale Paese egemone della finanza internazionale - gli Stati Uniti - sembra autodistruggersi da solo, rifiutandosi di mantenere il regime della globalizzazione, che è essenzialmente basato sul libero scambio di merci e servizi in assenza di dazi o con dazi di basso livello.

Mi sembra però che l’amministrazione Trump sia convinta che la domanda globale di asset in dollari sia un fardello, in quanto Trump e i suoi collaboratori (Scott Bessent e Peter Navarro in primis) credono che faccia salire eccessivamente il valore della valuta. E quindi che possa danneggiare gli esportatori americani.

Se una valuta deve svolgere un ruolo fondamentale nel sistema dei pagamenti internazionale, deve essere generalmente accettata come moneta di scambio universale. E il Paese che la emette generalmente deve godere di preminenza economica, cioè deve occupare una posizione centrale nei volumi del commercio globale.

Queste qualità di egemonia economica dipendono però anche da altri fattori: dalle capacità tecnologiche e innovative degli USA e dal suo potenziale di crescita economica futura, senza sottovalutare la potenza militare e la centralità nelle alleanze geopolitiche, che giocano anch’essi un ruolo. Quindi, nessuna egemonia economica e finanziaria degli USA è possibile senza un’economia globale aperta, cioè caratterizzata da assenza di dazi oppure da dazi sopportabili, e senza istituzioni americane stabili e di alta qualità in termini di autorevolezza.

Indubbiamente Trump sta invece facendo l’opposto.

Sta perseguendo politiche che minano le istituzioni statunitensi (vedi l’attacco alla Fed), che indeboliscono la ricerca fondamentale (vedi lo stop ai finanziamenti all’università di Harvard), che inficiano il multilateralismo (Trump spesso sembra essere più alleato di Putin che non dei Paesi NATO) e che compromettono le prospettive di crescita a lungo termine dell’economia (la defiscalizzazione aiuta i consumi nel breve termine, ma nel lungo termine è negativa, perché se si tagliano le tasse si allarga il deficit pubblico e quindi il debito pubblico, gonfiando a dismisura la spesa per interessi sul debito pubblico USA che già oggi ammonta a ben 36,7 trilioni di dollari).

Insomma, quel che voglio dire è che gli Stati Uniti sotto la presidenza Trump stanno rapidamente erodendo la fiducia internazionale nel dollaro. Mai come dopo l’annuncio di Trump all’inizio di aprile, fatto di tariffe ultra-alte sui beni provenienti da decine di Paesi con surplus commerciali bilaterali, ciò è stato evidente.

I rendimenti del Tesoro degli Stati Uniti sono aumentati, il mercato azionario è sceso e il dollaro si è deprezzato: una combinazione che si osservava spesso solo nelle economie emergenti.

Ripetiamo: il dollaro statunitense sta diminuendo di importanza, mettendo in dubbio il suo ruolo di bene rifugio mondiale. Tariffe aggressive sui dazi e indebite pressioni politiche sulla Fed stanno alimentando le vendite dei dollari, e quindi il calo del dollaro nei confronti delle principali valute internazionali. Non possiamo escludere quindi che nel futuro i giapponesi e i cinesi e i grandi fondi sovrani internazionali continuino a vendere asset in dollari e a rimpatriare i soldi, con un dollaro che potrebbe arrivare a 1,15 e di lì a 1,20 contro euro.

Ecco quali asset potrebbero beneficiarne

Diciamo innanzitutto che la perdita dell’egemonia economica e finanziaria degli USA è un regalo di Trump all’Europa: un euro più forte a breve termine e una maggiore influenza geopolitica europea nel contesto internazionale a lungo termine.
Tuttavia, se siete investiti in asset denominati in dollari, per coprirli dal rischio di svalutazione del dollaro esistono già strumenti alla portata di tutti (vedi mio recente articolo qui: Come proteggere gli asset in dollari dal rischio di cambio)

Non abbiate quindi paura di Trump: la crisi economica e finanziaria che ha avviato negli Stati Uniti crea un’opportunità per la zona euro - che emette la seconda valuta internazionale più importante del mondo, l’euro appunto, in grado di conquistare parte di quel privilegio valutario esorbitante di cui gli Stati Uniti hanno goduto a lungo.

Se gli investitori internazionali abbandoneranno l’area dollaro, questo comporterà afflussi di capitali massicci nei prossimi anni nella zona euro (con i capitali che diventano più economici, cioè che affluiscono in Europa generando più liquidità nel sistema e costi di finanziamento più bassi per famiglie ed imprese). Un vantaggio sia per i governi che per le imprese della zona euro.

Se osservate il grafico Bloomberg al termine di questo articolo vi accorgerete che il fenomeno “Sell the USA” è solo agli inizi. Il che potrebbe supportare la sostenibilità fiscale dei deficit pubblici della zona euro, in quanto maggiori investimenti diretti e indiretti dei grandi investitori internazionali che escono dagli USA e approdano da noi possono aumentare il gettito fiscale dei governi dell’Eurozona.

E quindi si permetterà un rifinanziamento dei debiti pubblici europei più facile in tempi di crisi, poiché la domanda dei cinesi e dei giapponesi di asset “sicuri” in euro aumenterà, per esempio facendo scendere i rendimenti dei titoli di Stato nei Paesi beneficiati dagli acquisti esteri.

Sto parlando di un fenomeno generale che riguarderebbe sia i bond che le azioni. Se andate a vedervi le eccezionali performances dei listini azionari europei rispetto alla povera performance dell’SP500 da gennaio ad oggi, vi renderete conto che questo processo di riallocaziome dei capitali internazionali è già in atto. E, più in là nel tempo, le conseguenze di questo re-pricing dell’Eurozona nel contesto internazionale includono anche una maggiore influenza geopolitica, che è fondamentale in un momento in cui l’UE sta cercando di ottenere l’autonomia militare e tecnologica e strategica dagli USA.

Tuttavia, occorre fare di più per permettere all’Europa di aumentare il profilo internazionale dell’euro.

Per cominciare, la zona euro deve rafforzare il suo mercato unico di beni e servizi e le sue relazioni commerciali internazionali dove possibile. Attraverso accordi di libero scambio con Cina, India, con il sud-est asiatico e con il Giappone.

Come scrissi in un articolo post-Liberation Day, la globalizzazione non è finita con l’era Trump: sta solo cambiando forma (leggi qui: No, non è la fine della globalizzazione. È la fine di Trump (e degli USA)).

La zona euro dovrebbe anche impegnarsi a completare l’unione bancaria, con regole uniche circa la redazione dei bilanci degli istituti di credito, e l’unione fiscale sulla normativa della tassazione dei risparmi e degli investimenti, come indicato in numerosi rapporti politici recenti.

Per realizzare mercati del capitale profondi e integrati - cruciali per l’innovazione e la crescita - dovrebbero essere fatti sforzi per offrire un vero e proprio asset sicuro per l’investitore straniero a livello di tutta la zona euro, e non solo per singoli Paesi.

Un’emissione comune di debito per la spesa pubblica nel settore difesa e per le spese d’emergenza in seguito a panpandemi e a disastri naturali potrebbero essere un buon punto di partenza.

Cconcorderete con me che l’economia mondiale starebbe meglio se, mentre l’America si ritira dalla leadership economica e finanziaria globale, l’Europa intervenisse rapidamente nel riempire quel vuoto.

Finché governerà Trump, le premesse per la nascita del super-Euro ci sono tutte, basta solo approfittarne.

Andamento congiunto del cambio euro-dollaro (linea gialla, scala di destra) e del rendimento del decennale USA (linea bianca, scala di sinistra) da gennaio 2025 al 20 maggio 2025 Andamento congiunto del cambio euro-dollaro (linea gialla, scala di destra) e del rendimento del decennale USA (linea bianca, scala di sinistra) da gennaio 2025 al 20 maggio 2025 Fonte: Bloomberg Analysis

I due canali rialzisti, di colore verde e di colore rosso, evidenziano un fenomeno mai successo negli ultimi 60 anni di storia finanziaria degli USA: la risalita dei rendimenti del decennale Treasury insieme alla svalutazione del dollaro contro euro (e contro le altre valute internazionali).

In passato, infatti, le vendite sui bond governativi americani erano legate alla politica della Fed e alle aspettative inflazionistiche, ma la liquidità non fuoriusciva dagli USA, e il cambio addirittura rafforzava il dollaro contro le principali valute internazionali.

Nella settimana dal 4 aprile al 14 aprile, invece, le vendite sui Treasury e la risalita dei rendimenti si sono accompagnate alla svalutazione del dollaro su euro: si vendevano i Treasury e si vendevano i dollari per rimpatriare il denaro nei paesi di provenienza.

Qualcosa del genere si sta ripetendo anche nell’ultima settimana (vedi secondo canale rialzista di colore rosso). Il dollaro sta perdendo così di importanza per la perdita di fiducia nell’amministrazione Trump e nella sostenibilità del debito.

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