Italia, Grecia, Spagna e Portogallo a confronto su crescita, debito, deficit e lavoro. I dati FMI ed Eurostat mostrano chi migliora davvero e chi resta indietro. Impietosa sconfitta per noi italiani.
Il mondo, per anni, ha guardato all’Italia, Grecia, Spagna e Portogallo attraverso un’unica lente. In molti ricorderanno che all’indomani della crisi del debito sovrano del 2010, l’acronimo «PIGS» era diventato il simbolo di un’Europa meridionale fragile, accomunata da finanze pubbliche fuori controllo e un’assenza cronica di crescita. Ma le cose sono cambiate, e i sono i dati a dimostralo. Gli ultimi report del Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook, aprile 2026) e di Eurostat dipingono una realtà capovolta.
Queste quattro economie hanno seguito delle traiettorie opposte in risposta agli shock dell’ultimo decennio e da questa evidenza nasce l’urgenza di confronto. Non più per misurare una crisi comune, ma a evidenziare come (e dove) l’Italia ha perso il passo rispetto ai suoi partner mediterranei.
Per farlo, ci concentriamo su quattro indicatori chiave: PIL, debito/PIL, deficit e disoccupazione.
1) PIL
Il divario più marcato emerge osservando il Prodotto Interno Lordo, la variabile che condiziona la sostenibilità di tutto il sistema. Se la crescita fosse una gara di velocità, la Spagna sarebbe oggi in testa: nel 2025 ha segnato un +2,9%, con proiezioni che la vedono correre sopra il 2% anche per l’anno in corso. Anche Grecia e Portogallo, un tempo maglie nere, si sono stabilizzate su ritmi solidi (intorno al 2%).
leggi anche
I Paesi più ricchi al mondo, la classifica 2026
Al contrario, l’Italia appare bloccata in una palude strutturale. Con un +0,6% nel 2025 e una previsione dello 0,5% per il 2026, il Belpaese sembra confermare un’incapacità cronica di generare ricchezza allo stesso ritmo dei vicini. E le conseguenze sono chiare, con minori entrate fiscali che si trasformano in una cronica scarsità di risorse per investimenti e welfare.
2) Debito/PIL
Se la crescita è la spinta, il debito pubblico resta la zavorra ma, anche qui, i percorsi divergono. La Grecia mantiene il primato del rapporto debito/PIL (146,1% nel 2025), ma la sua parabola è discendente e sostenuta da forti avanzi primari.
La vera sorpresa arriva da Portogallo e Spagna. Lisbona ha portato il debito sotto la soglia psicologica del 90%, mentre Madrid si è attestata intorno al 100%. L’Italia è invece ferma al 137,1%, sintomo di una certa difficoltà a invertire la rotta.
3) Deficit
Il distacco dell’Italia dagli altri tre Paesi diventa ancora più evidente nell’analisi del deficit. Nel 2025, il nostro Paese è rimasto l’unico tra i quattro a sforare il tetto del 3% fissato dalle regole europee (3,1%). Nello stesso periodo, la Spagna è rientrata al 2,18%, mentre Grecia e Portogallo hanno addirittura registrato surplus di bilancio rispettivamente dell’1,7% e dello 0,7%.
Il cambio di paradigma in questo caso ci appare ancora più forte. Atene e Lisbona stanno attuando una disciplina fiscale capace di ridurre lo stock del debito e, di conseguenza, di rassicurare i mercati. L’Italia, invece, continua a spendere più di quanto incassi, il che ci accolla un profilo di rischio più alto.
4) Disoccupazione
C’è però un ambito in cui l’Italia mostra una resilienza inaspettata, quello del mercato del lavoro. Con un tasso di disoccupazione al 5,9% a fine 2025, il dato italiano risulta migliore della media euro (6,1%) e nettamente superiore alle performance di Spagna (10,4%) e Grecia (8,6%).
Gli analisti, però, avvertono da tempo di come la tenuta dell’occupazione, pur essendo un segnale sociale positivo, non sia necessariamente sinonimo di salute economica se non accompagnata da un aumento della produttività e della qualità dei salari, ambiti in cui l’Italia continua a soffrire.
Andiamo oltre i dati...
La domanda ora sorge spontanea: come hanno fatto Grecia, Portogallo e Spagna a invertire la rotta, lasciando l’Italia nell’ultima corsia? Gran parte della risposta è da ricercare nella natura delle risposte politiche post-crisi. Spagna e Portogallo hanno puntato con decisione sull’attrattività per gli investimenti esteri e sulla diversificazione economica, alle quali hanno aggiunto una modernizzazione della pubblica amministrazione e liberalizzazione di diversisettori chiave.
Madrid, in particolare, ha beneficiato di una demografia più dinamica e di una forte spinta del settore dei servizi avanzati mentre la Grecia, pur nel dolore di un aggiustamento draconiano, ha azzerato i propri squilibri fiscali con una disciplina che l’Italia non ha mai adottato pienamente, e oggi oggi può raccogliere i frutti di una nuova credibilità internazionale.
L’Italia, al contrario, è rimasta vittima di un paradosso da cui è difficile uscire, fatto di una solida base industriale che però fatica a innovarsi a causa di una burocrazia asfissiante, peggiorata dalla giustizia lenta e dal calo demografico che erode la forza lavoro. Proprio mentre i partner iberici ed ellenici usavano la crisi per cambiare pelle, il sistema italiano preferiva misure protezionistiche del presente anziché investimenti nel futuro.
Il nostro debito enorme ha poi fatto il resto, sottraendo il tanto necessario ossigeno agli investimenti pubblici e creando un circolo vizioso - senza crescita il debito non scende, e con quel debito la crescita non riparte.
L’Italia si conferma, così, prigioniera di un triangolo pericoloso fatto di bassa crescita, deficit persistente e debito alto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA