Si è aperto nel disinteresse generale il COP 25, ospitato quest’anno dal Brasile: da quando Donald Trump è stato rieletto alla Presidenza degli Usa, ed ha fatto cessare le sovvenzioni federali alla filiera industriale delle fonti energetiche rinnovabili ed a quella delle auto elettriche che tanto erano state care alle precedenti Amministrazioni democratiche, l’emergenza ambientale sembra essere passata di moda, mentre le fonti energetiche fossili sono tornate prepotentemente alla ribalta come strumento di riequilibrio geopolitico.
D’altra parte, nel suo primo mandato, Trump aveva già ritirato l’adesione degli Stati Uniti dal Trattato di Parigi sul clima, facendo balenare già nel corso del G7 di Taormina la prospettiva di fornire GNL all’Europa per riequilibrare il deficit commerciale. La guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia sono cadute… a fagiolo.
L’Europa è rimasta col cerino in mano, prigioniera della prospettiva di far decollare l’auto elettrica in Europa stabilendo il 2035 come data ultima per la immissione in commercio delle auto con motore a combustione interna: sta fallendo un intero comparto industriale.
L’idea da cui si era partiti era quella di costringere ad ogni costo i consumatori europei a cambiare le loro auto, per comprarne una elettrica: anche il traffico urbano doveva essere rivoluzionato, mettendo il limite di velocità a 30 km/h.
Le industrie automobilistiche europee pregustavano già l’affare del secolo.
Peccato che abbiano fatto male i loro conti: da quando è venuta meno la sponda americana, ci ritroviamo a contrastare da soli la concorrenza cinese, che riversa sul nostro Continente tutta la sua capacità di esportazione. Ed intanto, negli Usa si fanno investimenti per aprire nuove fabbriche che produrranno i soliti modelli a benzina vecchi di anni.
A Bruxelles hanno ripetuto l’errore che era stato fatto con i pannelli fotovoltaici: anche quello è stato un business cinese, pagato dagli Occidentali.
Ed è vano ipotizzare che la Germania, che per decenni ha fondato la sua potenza economica sull’industria automobilistica, possa rimediare aumentando le spese per la Difesa, con una conversione produttiva che ricorda il riarmo degli anni Trenta del secolo scorso. Immaginare che la produzione di carri armati e di cannoni, a centinaia di migliaia, possa rimpiazzare le linee di produzione automobilistiche è insensato: se una guerra convenzionale ci dovesse essere nel Continente europeo, sarà dominata dai combattimenti con i droni e dal controllo cibernetico.
Non basta dunque affermare, come pure ha fatto l’ex-Premier Mario Draghi, che non ci sono più le condizioni che indussero l’Unione europea a fissare come data ultimativa il 2035: il semplice rimedio di differire questo termine prolungherebbe l’agonia del settore automobilistico, che è afflitto innanzitutto dal disincanto del consumatore prima ancora che dalla concorrenza cinese: i nuovi modelli elettrici, usciti tutti insieme, non hanno nessuna delle caratteristiche stilistiche dei modelli precedenti a benzina o diesel, su cui si erano esercitati i più valenti designer per cercare caratteristiche estetiche, dettagli delle carrozzerie, colori sempre nuovi.
Le vetture elettriche hanno un enorme difetto di fondo: sono tutte uguali, praticamente indistinguibili tra una marca e l’altra. Questo appiattimento stilistico ha banalizzato l’impatto emotivo di un bene che per oltre mezzo secolo era stato centrale nelle dinamiche del consumo, e su cui si erano stati effettuati investimenti enormi per farne un oggetto di desiderio, rendendolo attraente per le prestazioni, i consumi, gli accessori e la conseguente personalizzazione degli interni.
Va da sé che, comunque, le nuove generazioni sono più attratte dagli smartphone piuttosto che dai ciclomotori, visto che oggi la vera libertà non è quella di allontanarsi da casa fisicamente ma di collegarsi con chiunque senza limiti: il consumatore è soprattutto confuso, perché utilizza i parametri consueti come l’autonomia di percorrenza, il costo e la durata della ricarica, e rinvia l’acquisto proprio per la continua messa in commercio di veicoli con caratteristiche migliori.
E non è immaginabile un ritmo di “rimpiazzo biennale” delle auto, che imiti quello degli smartphone: le auto elettriche perdono valore a mano a mano che ne escono di nuovi modelli e più performanti, e questo rende i consumatori ancora più diffidenti.
La concorrenza delle auto cinesi è insuperabile per via dei prezzi e dei volumi produttivi ormai raggiunti: ci sono solo tre alternative possibili.
La prima è quella di mettere dazi altissimi sulla loro importazione, con tutte le ritorsioni del caso.
La seconda è la soluzione americana, che consiste nella abrogazione completa di tutta la normativa sulle emissioni emanata finora, lasciando in vita solo quella vigente sulle emissioni di CO2. Sarebbe un colpo durissimo, finanziario e di immagine, ma con lo stratagemma dell’ibrido-elettrico e delle auto a metano o bio-combustibili qualcosa si potrebbe ancora salvare.
La terza soluzione è quella di “affittare” ai produttori cinesi gli impianti produttivi europei, dove verranno montati i pezzi prodotti in Cina, soprattutto le batterie, il sistema informatico ed il motore elettrico. Si cercherebbe di sopravvivere, evitando i licenziamenti di massa e le tensioni politiche e sociali, e soprattutto altri investimenti in perdita.
Gli errori si pagano sempre, ma il delirio di onnipotenza è il peggiore di tutti.