Il 22 e 23 marzo si avvicinano sempre di più e, con l’avvicinarsi del voto, si fa più intenso anche il confronto tra le ragioni dei sostenitori del Sì e quelle di chi invece sostiene il No.
Tra pochi giorni, circa 50 milioni di cittadini italiani saranno chiamati alle urne per il referendum e esprimere il loro voto favorevole o contrario sulla riforma della giustizia. La riforma, su iniziativa del ministro della Giustizia Carlo Nordio, se approvata, modificherà alcuni articoli della Costituzione che cambieranno radicalmente il sistema giudiziario italiano.
Sul fronte del Sì si schiera la maggioranza di governo, insieme a gran parte dell’avvocatura e a una componente minoritaria della magistratura e dell’opposizione. Sul fronte del No, invece, i sostenitori sono la maggior parte dei magistrati e una gran parte dell’opposizione.
Vediamo quali sono le principali ragioni delle due posizioni.
| In una puntata di Money Talks, il podcast di Money.it, abbiamo intervistato due magistrati, uno a favore del Sì e uno per il No. GUARDA ORA su YouTube. |
Le ragioni del Sì
La maggior parte delle vittime di mala giustizia sostengono le ragioni del Sì.
Gabriele Elia, cofondatore del comitato “Chi accusa non giudica” e protagonista di una vicenda di mala giustizia - Voto Sì al referendum sulla giustizia perché la mia non è una posizione teorica, ma nasce da una vicenda personale che mi ha segnato profondamente. Nel 2015 fui arrestato alle cinque del mattino con elicotteri e mitra, trascorsi 3 giorni in isolamento, 25 giorni in carcere e 10 mesi agli arresti domiciliari. Da ex amministratore comunale di Cellino San Marco mi venivano contestati 40 mila euro di tangenti. Durante il processo vedevo sui social fotografie in cui il PM appariva sorridente e abbracciato, in occasioni private, al giudice che stava giudicando la mia vicenda. Quel giudice che mi condannò, qualche anno dopo, fu eletto al Consiglio Superiore della Magistratura da una delle correnti interne. L’anno scorso, dopo dieci anni di processo, in Cassazione mi sono ritrovato lo stesso pm che aveva disposto il mio arresto come giudice della stessa sezione. Nel mio caso non ha funzionato soltanto la separazione delle carriere, non ha funzionato neppure la separazione delle funzioni. Eppure, nonostante tutto, cinque giudici hanno annullato le sentenze di condanna, ero pronto a tornare in carcere, ma alla fine la giustizia ha vinto e sono stato assolto. Per questo sostengo il comitato “Chi accusa non giudica”: per una giustizia più imparziale, dove i poteri siano davvero separati e i diritti dei cittadini protetti. Il Sì è una scelta di libertà e di civiltà giuridica.
Sul fronte del Sì anche la maggioranza di governo che sostiene la riforma come necessaria per rafforzare imparzialità e autonomia nel sistema giudiziario.
Gian Marco Centinaio, Senatore Lega, Vicepresidente del Senato - Votare sì al referendum significa voler dare ai cittadini la possibilità di presentarsi davanti a un giudice finalmente imparziale, senza condizionamenti politici e corporativi. Sarebbe un mattone fondamentale nella costruzione di una giustizia veramente uguale per tutti. Sia i giudici che i pubblici ministeri saranno liberi di fare il proprio lavoro seguendo esclusivamente le leggi e riceveranno una formazione specifica per la carriera che decideranno di intraprendere. Oggi invece i giudici possono essere sottoposti a un doppio ricatto: dai pm se non favoriscono l’accusa, delle correnti se non accettano la loro ideologia. Perché sia i pm che le correnti determinano le loro carriere, decidendo trasferimenti, sanzioni e promozioni. Se vince il no, queste pressioni continueranno e la giustizia italiana non potrà mai essere davvero giusta. Se vince il sì, scardineremo questo sistema e potremo avere giudici davvero liberi e autonomi.
Tra le ragioni del Sì c’è anche il punto di vista di chi vive ogni giorno il processo penale sul piano professionale e considera centrale il tema delle garanzie per il cittadino.
Gaetano Scalise, avvocato penalista, già Presidente della Camera Penale di Roma (Moderati per il Sì, NOI MODERATI-MAIE) - In qualità di avvocato penalista, sostengo che il processo penale non è un tema solo per specialisti, è il luogo in cui lo Stato esercita il massimo potere che possiede, cioè quello di accusare un individuo e potenzialmente limitarne la libertà. Per questo il punto di vista da cui guardare la riforma non deve essere quello delle categorie professionali, magistrati, avvocati o politici, ma quello del cittadino che entra in un’aula di giustizia. Chiunque può trovarsi, nella vita, coinvolto in un processo penale: come imputato, come persona offesa, come testimone. In quel momento la domanda fondamentale è una sola: il giudice che decide è davvero terzo rispetto a chi accusa e a chi si difende? La riforma nasce per rafforzare proprio questa garanzia.
Tra i sostenitori del Sì figurano anche Pubblici Ministeri.
Gennaro Varone, Pubblico Ministero Procura di Pescara - Voto Si per avere valutazioni di professionalità autentiche e non legate al correntismo, per una magistratura responsabile, per una cultura delle indagini separata dalla cultura del processo.
Tra la maggioranza di governo che vota Sì c’è anche la volontà di intervenire sul funzionamento interno della magistratura, per rafforzare il criterio del merito.
Antonio Trevisi, Senatore Forza Italia - La riforma interviene per liberare il Consiglio superiore della magistratura dal peso eccessivo delle correnti che, da troppo tempo, finiscono per condizionare nomine e assegnazioni di incarichi. Il nostro obiettivo è quello di restituire centralità al merito e alla professionalità, rafforzando così la credibilità dell’intero sistema. Per queste ragioni invitiamo tutti gli italiani a partecipare al voto e a farlo in modo consapevole, informandosi sui contenuti reali della riforma. Perché in queste settimane dal fronte del “no” abbiamo ascoltato soprattutto disinformazione e ricostruzioni che attribuiscono alla riforma obiettivi e conseguenze che semplicemente non esistono.
Le ragioni del No
Tra le ragioni del No emerge soprattutto il timore che la riforma possa incidere sull’autonomia della magistratura e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Rocco Gustavo Maruotti, Magistrato e Segretario Generale ANM - Bisogna votare No per impedire una modifica della Costituzione che tradisce lo spirito repubblicano con cui la Costituzione è stata scritta nel secondo dopoguerra, e che, attraverso il meccanismo del sorteggio dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura e la creazione di una Corte disciplinare voluta solo per intimorire i magistrati, ha come unico obiettivo quello di indebolire la magistratura ed esporre i magistrati al controllo del Governo di turno.
Bisogna votare No anche perché con questa riforma, invece di liberare la magistratura da un fantomatico e inesistente giogo delle «correnti», si mira piuttosto ad assoggettare i magistrati al controllo dei partiti politici.
Infine, bisogna votare No perché solo se vince il No i magistrati potranno continuare a tutelare i diritti di tutti, soprattutto dei cittadini più deboli e meno garantiti, senza preoccuparsi se le loro decisioni saranno gradite o meno al Governo di turno, perché compito della magistratura non è collaborare all’attuazione di un programma politico, ma assicurare che la legge, scritta dal Parlamento, valga per tutti allo stesso modo.
Tra le motivazioni del No viene richiamato anche il timore che la riforma possa modificare il ruolo della magistratura, riducendone autonomia e garanzie costituzionali.
Giuseppe Bellelli, Procuratore capo Pescara, Giusto dire No Abruzzo - No ad una controriforma costituzionale che delegittima i magistrati considerandoli indegni di eleggere i loro rappresentanti nell’organo di governo autonomo. No al falso problema della separazione delle carriere in nome di un giudice terzo che già abbiamo nel processo penale da quando nel 1989 è stata abolita la figura del giudice istruttore, e che è il pretesto per allontanare il Pm dalla giurisdizione e trasformarlo in accusatore da controllare. No alla creazione di un tribunale speciale per minacciare gravi sanzioni contro i magistrati che adotteranno provvedimenti sgraditi alle maggioranze.
Tra le ragioni del No torna centrale il tema dell’equilibrio tra poteri dello Stato e della tutela delle garanzie costituzionali per i cittadini.
Francesca Ravizza, Sostituto Procuratore di Catanzaro, Coordinatrice del comitato Giusto dire NO di Catanzaro - La modifica della Costituzione, così come proposta, porta con sé moltissimi rischi e nessun beneficio. Il rischio è quello che la politica possa influenzare la giustizia e il lavoro dei magistrati; rischio che è ancora più concreto se si pensa a tutte le dichiarazioni che sono state espresse nella campagna referendaria dai sostenitori del Si che vorrebbero magistrati che contribuiscono al disegno del governo di volta in volta in carica. A fronte di questo grave rischio democratico non vi è alcun beneficio per l’efficienza e la velocità della giustizia: i processi non saranno più veloci e il cittadino non avrà un sistema più efficace nel rispondere alle esigenze di giustizia di ognuno. La separazione delle funzioni dei giudici e dei pubblici ministeri è presentata come la risoluzione di tutti i problemi ma nasconde il pericolo di creare una giustizia non più uguale per tutti.
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Tra i sostenitori del NO c’è anche la convinzione che la riforma intervenga sull’assetto costituzionale della magistratura senza affrontare i problemi reali della giustizia italiana.
Maurizio Paganelli, Giudice del Lavoro e Ruggiero Dicuonzo, Sostituto procuratore (Comitato Giusto dire No Marche) - La riforma tocca sette articoli della nostra Costituzione e mina profondamente gli equilibri tra i poteri dello stato: legislativo, esecutivo e giudiziario. La nota “separazione delle carriere” è solo un paravento: il testo approvato in tutta fretta, senza un vero confronto con il Paese, mortifica il parlamento e tutti i cittadini. Il centro della riforma è il depotenziamento del Csm, il Consiglio superiore della magistratura: organo costituzionale di assoluto rilievo, pensato dai padri costituenti proprio per garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura ed evitare le interferenze della politica sull’azione dei magistrati. Con la riforma, il Csm si presenterebbe diviso in due organi, uno per i pubblici ministeri e l’altro per i giudici. Inoltre, la nomina dei suoi membri, attualmente eletti, sarebbe sostituita da un sorteggio: ma solo i membri scelti tra i magistrati sarebbero estratti a caso. Gli altri, i membri laici, sarebbero sorteggiati da una lista ristretta compilata dalla maggioranza di governo. Il risultato: un Csm più debole e pericolosamente soggetto a influenze politiche. Per questo diciamo No”.
Tra le ragioni del No c’è anche chi sottolinea come questa riforma riguardi direttamente la tutela dei diritti, compresi quelli delle donne, e il ruolo di una magistratura autonoma nel garantire protezione e uguaglianza.
Stefania Pezzopane, già parlamentare, attivista femminista - Questo referendum non è neutro. Il mio NO è convinto, anche come donna che da sempre si batte per i diritti. Il passaggio da un sistema elettivo al sorteggio del CSM, compromette la qualità e l’equilibrio della rappresentanza negli organi di autogoverno della magistratura, anche dal punto di vista di genere. La tutela dei diritti non può essere affidata al caso, ma a competenze riconosciute e a un sistema di garanzie costituzionali. Inserisco anche una riflessione da femminista. La risposta ai problemi che ogni giorno vediamo nei processi di stupro e femminicidio non è consegnare la giustizia all’esecutivo o al caso, ma rafforzarne l’indipendenza e la qualità: formazione realmente efficace sulla violenza di genere, controlli trasparenti sulle archiviazioni, interventi disciplinari tempestivi contro prassi discriminatorie. Servono magistrate e magistrati preparati, indipendenti e responsabili. Difendere l’autonomia della magistratura significa difendere i diritti delle donne e la qualità della democrazia, questa volta serve dire NO.
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