Il diritto internazionale è morto? Ne parliamo con Lorenza Morello, giurista d’impresa.
Nel 2026 il diritto internazionale sembra attraversare la sua crisi più profonda dalla fine della Seconda guerra mondiale. Quello che per decenni è stato presentato come un sistema di regole condivise, capace di limitare l’uso della forza e favorire la cooperazione tra Stati, oggi appare sempre più fragile, selettivo e spesso subordinato agli interessi geopolitici delle grandi potenze.
Dalle tensioni emerse al World Economic Forum di Davos allo scontro sempre più evidente tra multilateralismo e logica della forza, assistiamo a un cambiamento che sta ridisegnando gli equilibri globali: le regole comuni vengono progressivamente sostituite da accordi bilaterali, pressioni economiche, sanzioni selettive e rapporti di potere.
Per oltre settant’anni, l’ordine internazionale si è fondato su un principio chiave: nessuno Stato è al di sopra delle regole. Le istituzioni sovranazionali — dalle Nazioni Unite alla Corte Penale Internazionale, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio alle grandi convenzioni sui diritti umani — sono nate proprio per garantire che i conflitti venissero gestiti attraverso il diritto e non attraverso la forza.
Oggi, però, questo paradigma è messo in discussione.
La trasformazione dell’ordine giuridico globale non è solo una questione di geopolitica: è una sfida culturale e politica che riguarda il modo in cui intendiamo la convivenza tra Stati, la tutela dei diritti e la gestione dei conflitti.
Per approfondire questi temi, abbiamo intervistato Lorenza Morello, giurista d’impresa.
In questa intervista analizziamo le conseguenze pratiche di questa crisi per il mondo economico e produttivo, il ruolo delle aziende in un contesto geopolitico sempre più instabile e come il diritto possa — o debba — adattarsi a un sistema internazionale in rapida trasformazione.
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