Stai comprando azioni o stai scommettendo sulla politica di Trump?

Gerardo Marciano

4 Giugno 2026 - 14:12

Gli USA investono in terre rare e quantum computing. Quando lo Stato entra in Borsa, compri tecnologia o scommetti sulla politica?

Stai comprando azioni o stai scommettendo sulla politica di Trump?

Per decenni il capitalismo americano è stato raccontato come il regno del mercato, della concorrenza, dell’iniziativa privata e di uno Stato che al massimo arbitrava, mai giocava. L’imprenditore innova, il mercato premia, il governo regola e possibilmente si fa da parte. Era una narrazione quasi religiosa, e chi la metteva in discussione veniva liquidato come nostalgico del welfare o, peggio, socialista.

Qualcosa si è rotto.La competizione con la Cina, la fragilità delle catene di approvvigionamento emersa con la pandemia, la corsa ai semiconduttori, il controllo delle terre rare e la nuova frontiera del calcolo quantistico stanno ridisegnando, silenziosamente, ma in modo radicale, il rapporto tra politica e finanza. Settori che fino a ieri sembravano dominati solo da venture capital e ingegneri visionari sono diventati improvvisamente questioni di sicurezza nazionale. Ed è qui che la storia si fa interessante. E un po’ paradossale.

Il nuovo capitalismo di Stato americano

Chiamarlo «socialismo» è provocatorio, certo. In senso stretto non stiamo parlando di nazionalizzazioni né di piani quinquennali. Ma quello che sta emergendo assomiglia sempre meno al libero mercato che Washington ha predicato per mezzo secolo.
Il modello è più simile a un capitalismo strategico guidato dallo Stato. Le società restano quotate, gli investitori privati comprano e vendono, i CEO continuano a incassare stock option stellari. Però il governo entra direttamente nel capitale delle aziende ritenute decisive: compra quote, sostiene filiere, e soprattutto segnala al mercato quali imprese potrebbero diventare i nuovi campioni nazionali.

Questo cambia tutto. Perché quando Washington mette i soldi su una società, il mercato non valuta più soltanto ricavi, margini e rapporto debito/equity. Inizia a valutare la probabilità che quella società riceva altri fondi pubblici, commesse militari, protezione normativa. Un’azione smette di essere un titolo industriale e diventa una scommessa geopolitica.

La lezione cinese e l’imbarazzo di ammetterlo

C’è qualcosa di ironico nella situazione. Per anni gli Stati Uniti hanno criticato il modello cinese: sussidi di Stato, campioni nazionali protetti, distorsione del mercato globale. Poi la Cina ha conquistato batterie, pannelli solari, terre rare, auto elettriche, e Washington si è trovata a dipendere da Pechino per componenti critici della propria difesa.
A quel punto l’ideologia ha ceduto alla realtà.

Non si tratta di copiare integralmente il modello cinese, almeno non ufficialmente, ma di adottarne la logica di fondo: alcune tecnologie sono troppo importanti per essere lasciate alle forze spontanee del mercato globale. Chi controlla semiconduttori, magneti al neodimio, infrastrutture di calcolo e tecnologie quantistiche può esercitare una leva enorme. Non solo economica. Militare. Politica.

Il risultato è un massiccio intervento pubblico in aree che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate terreno quasi esclusivo del capitale privato. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’autonomia strategica americana. L’effetto collaterale è una forte, a tratti distorcente, influenza sulle valutazioni di Borsa.

Terre rare: qui il bisogno è già concreto

Tra i settori più tangibili c’è quello delle terre rare. Materiali fondamentali per magneti permanenti, motori elettrici, sistemi di difesa, radar, missili, turbine. La Cina controlla gran parte della filiera, dalla raffinazione ai magneti finiti. Per Washington, ridurre questa dipendenza non è più un’opzione: è una priorità.

In questo contesto operano società come MP Materials e USA Rare Earth.

MP Materials appare, tra quelle analizzate, quella con il profilo industriale più solido, nel senso che ha qualcosa di misurabile su cui ragionare. Il titolo quota 64,61 dollari, con un target medio degli analisti a 80,40 dollari: un potenziale teorico del 24,44%. Il consenso è compatto: 15 giudizi «compra adesso» e 3 «compra», nessun «mantieni» e nessun «vendi».

Soprattutto, MP Materials non è solo una promessa: ha ricavi annui per 275,46 milioni di dollari e una capitalizzazione di 11,51 miliardi. Perde ancora, 85,87 milioni l’anno, EPS TTM a -0,42, ma le stime indicano un possibile ritorno alla redditività già nel 2026 (EPS atteso a 0,24), con una traiettoria più convincente verso il 2029 (1,85). I ricavi stimati passano da 456 milioni nel 2026 a oltre un miliardo nel 2029. Non è certezza, ma è una storia industriale leggibile.

USA Rare Earth ha un’altra natura. Il titolo quota 27,31 dollari, target medio a 37,43 dollari, potenziale teorico del 37,05%. Tutti e 7 gli analisti che la coprono dicono «compra adesso», un consenso che suona quasi sospetto nella sua uniformità.
I fondamentali però impongono sobrietà: la società capitalizza 6,09 miliardi, ma i ricavi annui sono di appena 1,64 milioni. La perdita netta supera i 297 milioni, l’EPS è -3,88. Il mercato non sta comprando la società di oggi, sta scommettendo su quella che potrebbe esistere tra cinque anni, se riuscirà a costruire una filiera industriale completa. Le previsioni sono aggressive: da 80 milioni di ricavi nel 2026 a 2,35 miliardi nel 2029. Se lo scenario si realizza, chi compra oggi avrà fatto un affare. Se non si realizza, avrà pagato caro un’idea.

Quantum computing: qui siamo ancora più avanti nel tempo

Il calcolo quantistico è un fronte diverso. Le terre rare rispondono a una domanda industriale già esistente: magneti e motori li usiamo adesso. Il quantum computing è qualcosa di più lontano: potenziale enorme, ma maturità commerciale ancora limitata.
Le applicazioni teoriche sono impressionanti, farmaceutica, crittografia, simulazioni militari, intelligenza artificiale, ma «teoriche» è la parola chiave. La maggior parte delle società del settore ha ricavi ridotti, perdite importanti e valutazioni che riflettono più la narrativa che i numeri.

D-Wave Quantum è forse il nome più conosciuto. Il titolo quota 29,16 dollari, target medio a 36,38, potenziale teorico del 24,78%. Tredici analisti «compra adesso», due «mantieni». La società capitalizza 10,78 miliardi, con ricavi annui di 24,59 milioni e una perdita netta di 355 milioni. I ricavi dovrebbero crescere fino a 270 milioni nel 2029, ma l’EPS resta negativo lungo tutto l’orizzonte stimato. Il mercato sta pagando una tecnologia che potrebbe essere strategica domani. Non una redditività visibile oggi.

Rigetti Computing ha caratteristiche simili, con qualche segnale di cautela in più. Il titolo quota 25,12 dollari, target a 31, potenziale del 23,43%. Il consenso è meno compatto: 9 «compra adesso», 3 «mantieni», 1 «vendi adesso», dettaglio che vale la pena non ignorare. Capitalizzazione 8,36 miliardi, ricavi annui 7,09 milioni, perdita 216 milioni. L’EPS resta negativo fino al 2029. Alta leva speculativa, dipendenza forte dalla narrativa del settore.

Infleqtion quota 16,01 dollari, con un target medio a 21 e potenziale teorico del 31,21%. Ma il consenso si basa su soli 2 analisti, una base troppo stretta per fidarsi molto delle stime. La società capitalizza 3,50 miliardi, ha ricavi praticamente a zero nella scheda sintetica, perdita netta di 66,93 milioni, EPS TTM -1,54. Titolo da frontiera: tema industriale interessante, fondamentali ancora quasi inesistenti.

Il mercato sta comprando politica, non solo tecnologia

La domanda che il risparmiatore dovrebbe porsi non è se queste aziende siano «buone o cattive», categoria che ha poco senso in finanza. La domanda è: cosa sto comprando davvero?
In molti di questi casi non stai comprando utili. Non stai comprando dividendi. Non stai nemmeno comprando multipli convenienti. Stai comprando un mix di tecnologia, sicurezza nazionale, protezione pubblica implicita e aspettative di crescita futura molto ottimistiche.

Questo cocktail può generare rialzi violenti. Ma quando il sostegno pubblico si riduce, quando cambiano le priorità politiche, quando le stime si rivelano troppo ambiziose, la correzione può essere altrettanto violenta.

Il rischio che nessuno nomina abbastanza: i conflitti d’interesse

C’è un secondo problema, meno tecnico ma non meno reale. Quando un governo entra nel capitale di società private, può creare valore pubblico, se rafforza davvero filiere strategiche. Ma può anche creare qualcos’altro: favoritismi, distorsioni competitive, selezione dei vincitori basata più su relazioni politiche che su merito industriale.

In un mercato ideale, vince chi innova meglio. In un mercato pesantemente influenzato dallo Stato, può contare anche la capacità di essere al posto giusto nella strategia pubblica. Per gli investitori questo aggiunge una variabile che i modelli tradizionali faticano a prezzare: il rischio politico. Un titolo può salire non perché i conti migliorano, ma perché il mercato scommette su un favore governativo. E i favori governativi cambiano con le elezioni.

Come guardare questi titoli senza perdere la testa

Il confronto tra le società analizzate suggerisce una distinzione pratica. MP Materials è la più industriale: ricavi già significativi, ruolo chiaro nella filiera, traiettoria verso la redditività. Rischiosa, ma con una storia leggibile. USA Rare Earth ha un potenziale teorico più elevato secondo gli analisti, ma parte da fondamentali fragilissimi e da ricavi quasi nulli.

Nel quantum computing, D-Wave ha la base di ricavi più consistente tra i titoli considerati, ma resta lontana dalla redditività. Rigetti e Infleqtion sono ancora più dipendenti dalla promessa e dalla narrativa. Possono avere upside importanti se lo scenario si materializza. Incorporano anche rischi elevati se non si materializza.

La logica di fondo: più una società dipende da ricavi futuri, sostegno pubblico e tecnologia non ancora commercializzata, più il rischio sale. Il target degli analisti è un indicatore di sentiment, non una previsione. Va letto come tale.

Cosa tenere d’occhio

Nei prossimi mesi contano alcune cose concrete. Prima: l’evoluzione dei ricavi, le società devono dimostrare di trasformare narrativa in vendite. Seconda: la traiettoria delle perdite, crescere va bene, bruciare capitale indefinitamente no. Terza: il rapporto tra capitalizzazione e fatturato, quando una società vale miliardi e incassa pochi milioni, il margine di errore è sottile.
Quarto, e forse più importante: il ruolo dello Stato. Nuove partecipazioni pubbliche, commesse federali, accordi con la difesa possono cambiare rapidamente il sentiment di mercato. Ma allo stesso modo un rallentamento politico o un cambio di priorità può sgonfiare l’entusiasmo altrettanto in fretta.

La trasformazione in corso è profonda. Gli Stati Uniti stanno riscoprendo una politica industriale interventista, simile nella logica ad alcuni aspetti del modello cinese, pur restando dentro una cornice formalmente di mercato. Wall Street lo ha capito e sta premiando le società che potrebbero diventare centrali nella nuova competizione geopolitica.

Per chi guarda questi titoli, la prudenza non è un invito alla paralisi. È un prerequisito per non confondere un’opportunità con una certezza. Terre rare e quantum computing sono settori strategici, non rifugi sicuri. E quando la politica entra così profondamente nel capitale delle imprese, il valore di Borsa dipende non solo dalla tecnologia, ma anche da chi è al potere e da quanto ci resterà.