Nel cuore delle economie sviluppate si sta profilando una crescente crisi di fiducia nel mercato del debito pubblico. I governi necessitano di ingenti somme per finanziare le proprie attività, ma i compratori tradizionali delle loro obbligazioni sovrane stanno svanendo. L’ultima analisi dell’OCSE mette nero su bianco una realtà preoccupante: nel 2025 l’emissione di titoli di Stato dei paesi membri raggiungerà i 17mila miliardi di dollari, rispetto ai 14mila miliardi del 2023. Il debito complessivo salirà così a 59mila miliardi, pari all’84% del PIL aggregato.
La fragilità del sistema si accentua considerando che circa il 45% di questo debito scadrà entro il 2027, costringendo i governi a rifinanziarlo a tassi d’interesse significativamente più alti rispetto al passato. In media, i costi per interessi sul debito rappresentano già il 3,3% del PIL dei paesi OCSE, superando la spesa per la difesa.
La soluzione più ovvia—ridurre i deficit fiscali—si scontra con dinamiche politiche complesse. Aumenti di tasse o tagli alla spesa rischiano di spingere gli elettori verso partiti populisti, spesso inclini ad espandere ulteriormente la spesa pubblica.
Fino a poco tempo fa, le banche centrali rappresentavano una domanda stabile grazie ai programmi di quantitative easing (QE). Tuttavia, l’attuale ciclo di quantitative tightening (QT) sta riducendo drasticamente la loro esposizione ai titoli di Stato: dal 29% del totale nel 2021 al 19% nel 2024. In questo scenario, un ritorno del QE appare improbabile.
Anche il ruolo dei fondi pensione si sta trasformando. I tradizionali fondi a prestazione definita (DB) acquistavano titoli di Stato per coprire le proprie passività. Tuttavia, i fondi a contribuzione definita (DC), ora maggioritari con il 59% degli asset globali, mostrano minore interesse per queste obbligazioni.
Con la ritirata degli acquirenti istituzionali, i governi sono sempre più dipendenti dagli investitori esteri e da attori speculativi come gli hedge fund. Secondo l’OCSE, nel 2024 gli stranieri detenevano il 34% del debito sovrano, in crescita rispetto al 29% del 2021. Ma questa dipendenza introduce un nuovo livello di volatilità: tali investitori sono guidati dalla ricerca del massimo rendimento e potrebbero ritirarsi rapidamente in caso di turbolenze.
Una fonte di rischio emergente è rappresentata dai movimenti dei tassi giapponesi. L’aumento dei rendimenti sui titoli nipponici ha minato la redditività del cosiddetto carry trade, in cui gli investitori prendevano in prestito yen a basso costo per acquistare titoli di Stati con rendimenti più elevati. Con il tasso decennale giapponese salito all’1,6% (e il trentennale al 3%), la sostenibilità di queste strategie è in bilico, costringendo molti a vendere.
La conclusione è chiara: l’aritmetica dei mercati obbligazionari è cambiata. All’aumento dell’offerta si contrappone un calo nella domanda affidabile. Il risultato è un contesto in cui i rendimenti obbligazionari devono salire per attrarre acquirenti, incrementando i costi di finanziamento degli Stati. Governare le economie avanzate, in queste condizioni, si rivelerà un esercizio sempre più complesso.