Chi è Alaa Faraj, «lo scafista che ha ammazzato 30 persone» e perché ha ottenuto la grazia

Ilena D’Errico

19 Luglio 2026 - 02:22

Roggero parlava di Alaa Faraj citando lo scafista che ha ammazzato 30 persone, ma chi è, cosa c’entra e perché ha ottenuto la grazia?

Chi è Alaa Faraj, «lo scafista che ha ammazzato 30 persone» e perché ha ottenuto la grazia

La vicenda di Mario Roggero continua a essere molto discussa e a scatenare paragoni e similitudini, spesso azzardati, in ogni fazione che si è creata sull’opinione pubblica. C’è però un nome che circola più di tutti, perché a citarlo è stato lo stesso gioielliere poco prima di entrare in carcere. Roggero parlava di Alaa Faraj quando ha sollecitato, per così dire, la grazia, dicendo:

Il presidente Mattarella ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti, penso dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza.

Roggero ha effettivamente sollevato un tema interessante e suscitato una forte indignazione. Il fatto che lui sia stato condannato dopo aver subito una rapina, in avanzata età e svolgendo una professione regolare mal si sposa con la grazia concessa a chi invece è stato giudicato come scafista e così responsabile di ben decine di morti.

Ma, tralasciando che a decidere non possa essere il sentimento popolare (che invece sì darebbe luogo a inevitabili favoritismi), il confronto non è corretto né utile. Ogni caso è giudicato in maniera individuale, senza tener conto di altre vicende (peraltro neanche simili), con tutte le svariate variabili possibili. E anche laddove vi siano degli errori sarebbe assurdo correggerli per uniformazione ad altre sentenze o provvedimenti del presidente della Repubblica in questo caso, o al contrario perseguire nell’errore.

Non è ovviamente un giudizio alla persona di Roggero né alle sue dichiarazioni, ma una questione importante da chiarire per comprendere l’operato del presidente Mattarella e in generale della giustizia nel nostro Paese. Conoscendo i fatti, poi, ognuno potrà trarne le proprie valutazioni personali.

Chi è Alaa Faraj

Alaa Faraj si è imbarcato per l’Europa il 14 agosto 2015, scappando dalla guerra civile per cui aveva dovuto lasciare gli studi di ingegneria e il calcio, dopo fallimentari tentativi di partenza legale. Il giorno dopo l’imbarcazione è stata soccorsa in Sicilia, con 49 persone morte su 362 per aver respirato i fumi del motore costrette nella stiva. Alaa Faraj, insieme ad altre persone, è stato immediatamente arrestato e ritenuto corresponsabile di quella che è stata poi soprannominata la strage di Ferragosto.

Ha ricevuto una condanna a 30 anni per concorso in omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo la difesa, supportata da alcune inchieste, le indagini sarebbero però viziate. Faraj, che ammette l’immigrazione illegale e il pentimento di aver partecipato a un’operazione che ha causato tante morti, continua a ribadire di non essere uno scafista. I dubbi sul processo e le indagini vanno dalle dichiarazioni ottenute in uno stato di trauma e senza interpreti corretti, all’uso del profiling con presupposti errati. In ogni caso, a maggio 2026 la Corte d’Appello di Messina ha disposto l’ammissibilità della revisione della sentenza, perciò si attende il nuovo processo per scoprire la verità.

Perché gli è stata concessa la grazia

Cominciamo ribadendo che la grazia è un provvedimento di clemenza rimesso completamente al presidente della Repubblica, vincolato soltanto dai principi costituzionali, per quanto comunque monitorato. La concessione della grazia, peraltro centellinata nella storia italiana, è stata sempre motivata da ragioni umanitarie, tenendo conto di tutti i dati sul condannato. Non è un premio di buona condotta, ma un atto di misericordia ragionato (peraltro sottoponibile a condizioni e revocabile) anche in base al pentimento, alla responsabilità, alla rieducazione e così via.

È una prerogativa e responsabilità del Quirinale, come sottolineato da Mattarella, ma comunque in qualche modo sottoposta a un controllo di legittimità costituzionale. Venendo al caso di Faraj, dobbiamo innanzitutto dire che è stata concessa una grazia parziale. Alla concessione Faraj aveva scontato 10 anni e gliene sono rimasti nove con la concessione della grazia, su una condanna a 30 anni. Procedendo con logica, possiamo ipotizzare che i seguenti elementi abbiano influito sulla decisione del presidente della Repubblica:

  • la giovane età del condannato all’epoca dei fatti, anche in un’ottica di reinserimento;
  • le particolari condizioni in cui il reato è stato commesso;
  • la rieducazione e il contesto, formativo e professionale, in cui si è impegnato il condannato;
  • il senso di responsabilità e il pentimento, il rispetto della condanna (anche se non condivisa) e la buona condotta;
  • le incongruenze (presunte) nelle indagini e nella condanna stessa.

L’ultimo punto merita approfondimento, perché non deve passare il messaggio che il presidente della Repubblica possa sostituirsi ai giudici, tanto che la grazia è stata parziale. A posteriori, però, l’ammissione alla revisione del processo, da cui è derivata la scarcerazione di Faraj, indica quanto meno che potesse suscitare dei dubbi.