CBDC, cosa sono e come funzionano le valute digitali delle banche centrali

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15 Luglio 2026 - 16:33

Le CBDC sono le valute digitali delle banche centrali. Ma come funzionano? Ecco quali sono le caratteristiche e le prospettive attuali e future

CBDC, cosa sono e come funzionano le valute digitali delle banche centrali

Non una nuova criptovaluta, non l’ennesima app di pagamento, ma un’infrastruttura che può cambiare pagamenti, risparmio, concorrenza bancaria, privacy e persino il modo in cui gli Stati fanno politica economica. Le Central Bank Digital Currency sono la conseguenza dell’avvento della blockchain e della diffusione massiva delle criptovalute, fenomeni che hanno modificato gli equilibri di lungo periodo dell’ecosistema bancario e finanziario tradizionale.

Una rivoluzione tecnologica accolta rapidamente dagli operatori finanziari, che hanno integrato le soluzioni offerte dall’industria Fintech, meno dalle banche centrali: consapevoli dell’elevato potenziale, ma storicamente più lente nell’abbracciare l’innovazione digitale. La necessità di riguadagnare la centralità perduta e la spinta a giocare un ruolo predominante nel mercato dei pagamenti digitali le hanno condotte a esplorare una nuova forma di denaro digitale, la CBDC.

Vediamo, quindi, cosa significa CBDC, quali sono le caratteristiche, i vantaggi e i rischi, e a che punto sono i progetti nel mondo, a partire dall’euro digitale della Bce.

Le Central Bank Digital Currency in breve

Prima di entrare nel dettaglio, ecco i punti fermi:

  • una CBDC è moneta digitale emessa dalla banca centrale: se hai euro digitali in un wallet ufficiale, non hai un saldo presso una banca commerciale, ma una forma di moneta pubblica, l’equivalente elettronico del contante;
  • è l’opposto della filosofia delle criptovalute: è centralizzata nell’emissione e pienamente inserita nel perimetro normativo;
  • non è una stablecoin: non promette di valere come l’euro, è euro (o l’altra valuta nazionale) in versione digitale;
  • esistono due grandi famiglie: le CBDC retail, per i pagamenti quotidiani di cittadini e imprese, e le CBDC wholesale, per banche e mercati finanziari;
  • a metà 2026 solo poche CBDC retail sono realmente operative (Bahamas, Nigeria, Giamaica, Caraibi Orientali e la cinese e-CNY), mentre secondo l’Atlantic Council oltre 130 Paesi, pari a quasi il 98% del Pil globale, stanno studiando una moneta digitale di banca centrale;
  • in Europa il tema ha un nome preciso, euro digitale: la Bce ha concluso la fase preparatoria e, se la legislazione Ue verrà adottata nel 2026, punta a una possibile prima emissione nel 2029.

Cosa significa CBDC

CBDC è l’acronimo di Central Bank Digital Currency, la sigla che definisce le valute digitali delle banche centrali. Si tratta di versioni digitali di valute fiat, come euro o dollaro, emesse direttamente da una banca centrale.

La differenza rispetto al denaro che vediamo oggi sull’app conta più di quanto sembri. Quando sul telefono leggi un saldo di 1.000 euro, tecnicamente stai guardando un credito verso un intermediario privato, la tua banca. Le banconote, invece, sono moneta della banca centrale. Le CBDC mirano a portare quel «pezzo di Stato» anche online: se hai euro digitali in un wallet ufficiale, non hai un deposito presso una banca commerciale, ma moneta pubblica a tutti gli effetti.

A differenza delle criptovalute, basate su un sistema di registri decentralizzati chiamato blockchain, le CBDC sono controllate a livello centrale dall’istituto monetario che le emette. E si differenziano anche dalle stablecoin, il cui valore è ancorato a una valuta fiat attraverso un rapporto 1:1: le stablecoin come USDT o USDC sono strumenti privati, emessi su più blockchain pubbliche e senza autorizzazione, che cercano di replicare la stabilità delle valute fiat ma con un rischio di controparte legato all’emittente e alle riserve.

Una CBDC no: non «promette» di valere come l’euro, è euro in versione digitale, con lo stesso profilo di rischio del contante.

Come si sono evolute le Central Bank Digital Currency

Per capire perché così tante banche centrali oggi lavorano a una moneta digitale bisogna guardare le tre ondate che hanno rimodellato il denaro nell’ultimo decennio.

Prima fase: le criptovalute decentralizzate

Tutto inizia con Bitcoin e le criptovalute. Sono asset decentralizzati, privi di un emittente statale, basati su architetture Dlt (Distributed Ledger Technology) di cui la blockchain è la variante più nota: registri distribuiti, non soggetti a garanzia, controllo ed emissione di autorità centrali, non connessi a valute a corso legale e con valori spesso molto volatili. La loro diffusione ha dimostrato che era tecnicamente possibile trasferire valore, in modo rapido e globale, senza passare dal sistema bancario tradizionale. È il primo campanello d’allarme per le banche centrali.

Seconda fase: le stablecoin

Il secondo scossone arriva con le stablecoin, il cui valore è ancorato a una valuta fiat con un rapporto 1:1. A differenza delle criptovalute più speculative, offrono stabilità di prezzo, velocità e programmabilità, e sono diventate un’importante fonte di liquidità per i pagamenti, soprattutto sul fronte cripto. Restano però strumenti privati, con un rischio legato all’emittente e alla qualità delle riserve. La loro ascesa ha reso evidente un rischio strategico per gli Stati: se il denaro digitale che circola è privato ed è agganciato al dollaro, la sovranità monetaria di molti Paesi rischia di essere eroso da attori non pubblici. Non a caso, quando nel gennaio 2025 l’amministrazione statunitense ha promosso a livello mondiale le stablecoin ancorate al dollaro, il tema è diventato immediatamente politico anche in Europa.

Terza fase: la risposta istituzionale con le CBDC

La CBDC è la risposta istituzionale a queste due ondate. Le banche centrali hanno deciso di non subire l’innovazione ma di guidarla, offrendo una forma di moneta pubblica nativa digitale che combini i vantaggi del digitale (velocità, programmabilità, accessibilità) con le garanzie del contante (corso legale, valore stabile, assenza di rischio di controparte). Non è «la moda del digitale»: è il tentativo di mantenere una moneta pubblica accessibile a tutti in un mondo che usa sempre meno banconote.

Quali sono le differenze tra CBDC e denaro in forma elettronica

È il punto che genera più confusione. Se già oggi paghiamo tutto in digitale, a cosa serve una CBDC?

La differenza è nella natura di ciò che possiedi. Il denaro che hai sul conto o sulle app di pagamento è moneta bancaria o elettronica privata: un credito verso la tua banca o verso un istituto di pagamento. Se quell’intermediario ha problemi, il tuo denaro è esposto (entro le tutele previste, come i sistemi di garanzia dei depositi). Una CBDC, invece, è moneta della banca centrale: come una banconota, non è il debito di un soggetto privato ma una passività diretta dell’istituto di emissione.

C’è poi una differenza di infrastruttura. Il denaro elettronico privato viaggia sui circuiti di banche, carte e istituti di pagamento. Una CBDC viaggia su un’infrastruttura pubblica, pensata per essere resiliente, potenzialmente utilizzabile anche offline e accessibile anche a chi oggi è ai margini del sistema bancario. In altre parole: non è «un altro modo di pagare», ma una diversa forma di moneta che affianca quella privata.

Quali sono le caratteristiche principali delle CBDC

Non esiste un unico modello di CBDC: in vari Paesi sono stati sperimentati approcci e tecnologie diverse, in base agli obiettivi degli istituti emittenti. Alcune distinzioni sono però ricorrenti.

Retail e wholesale. Le CBDC retail (al dettaglio) sono pensate per cittadini e imprese, per i pagamenti quotidiani. Le CBDC wholesale (all’ingrosso) servono soprattutto a banche e mercati finanziari, per i regolamenti interbancari e per lo scambio e il settlement di strumenti finanziari. In entrambi i casi l’obiettivo è lo stesso: rendere più semplice «muovere» moneta di banca centrale, con regole e garanzie pubbliche.

Conti o token. Una CBDC può basarsi sui conti degli utenti (account-based), dove i trasferimenti avvengono tramite i conti aperti presso l’istituto emittente, oppure su token elettronici (token-based), come avviene per le criptovalute.

Tecnologia. Alcuni progetti utilizzano architetture distributed ledger, non necessariamente blockchain; altri si appoggiano a sistemi centralizzati. La Dlt permette di costruire sistemi interoperabili con altre valute e di integrare tecnologie più complesse come gli smart contract, utilizzati ad esempio nel progetto sperimentale Ubin di Singapore. Un altro sistema preso in considerazione in Europa è il Tips (Target Instant Payment Settlement), la piattaforma centralizzata già in uso per il regolamento dei pagamenti elettronici istantanei. Come vedremo, però, il caso brasiliano dimostra che scegliere la tecnologia «giusta» è tutt’altro che scontato.

In generale, il funzionamento delle CBDC combina tecnologie diverse a seconda degli obiettivi: migliorare i meccanismi dei sistemi di pagamento interbancari, fornire un’alternativa più efficiente al contante, ottimizzare gli strumenti di politica monetaria e ridurre il rischio e la frequenza delle crisi bancarie.

Quali sono i vantaggi delle CBDC

Il motivo per cui così tante istituzioni ci lavorano non è passeggero. Le motivazioni più solide sono almeno quattro.

  1. Resilienza dei pagamenti e alternativa pubblica. Se la società paga sempre meno in contanti, una banca centrale può voler garantire che anche nel digitale esista una forma di moneta pubblica accessibile a tutti, come oggi lo è la banconota. È una rete di sicurezza in caso di gravi disservizi dei sistemi bancari o delle società di carte.
  2. Pagamenti più efficienti, anche transfrontalieri. Il potenziale è enorme soprattutto nei pagamenti internazionali, dove oggi tempi e costi dipendono da catene di banche corrispondenti e da sistemi non sempre interoperabili. Progetti coordinati in ambito Bis (Banca dei regolamenti internazionali) sperimentano piattaforme in cui più valute digitali possono dialogare e regolarsi in modo più diretto, come nel caso di mBridge.
  3. Innovazione «programmabile», ma con paletti. Qui servono parole precise. Spesso si sente dire «il denaro diventa programmabile, quindi lo Stato decide come lo spendi». In realtà molte banche centrali distinguono tra programmabilità della moneta (regole imposte dall’emittente sul denaro) e pagamenti condizionati (funzioni offerte da intermediari e mercato: ad esempio un contratto che paga automaticamente al verificarsi di una condizione, come un rimborso automatico in caso di volo cancellato). Il confine è delicato, ed è uno dei punti che decideranno se una CBDC verrà accettata o respinta dall’opinione pubblica.
  4. Inclusione finanziaria. In diversi Paesi una CBDC retail può offrire un accesso base agli strumenti di pagamento digitali a chi oggi è escluso dal sistema bancario. In Italia il problema è meno estremo, ma resta il tema dell’accessibilità: costi, semplicità, copertura territoriale.

A questi si aggiungono i vantaggi «di sistema» spesso citati dalle autorità: snellimento e velocizzazione dei pagamenti, riduzione dei costi legati al contante e ai circuiti tradizionali, trasmissione più diretta della politica monetaria, contrasto a riciclaggio ed evasione fiscale.

Quali sono i rischi e i nodi da sciogliere delle CBDC

Le CBDC non sono «buone» o «cattive» per definizione: dipende da come vengono progettate. Ma alcuni rischi sono strutturali e vanno messi sul tavolo senza edulcorarli.

  1. Privacy: dal contante anonimo al pagamento tracciabile. Il contante, per sua natura, è difficile da tracciare. Una CBDC, per sua natura, è un sistema digitale e quindi può generare dati. La vera domanda non è «si può tracciare?», ma chi vede cosa, quando, con quali limiti, con quali garanzie e con quale controllo democratico. In Europa l’orientamento dichiarato è costruire un sistema che minimizzi la raccolta di dati e offra modalità offline con un livello di privacy più vicino al contante, ma il compromesso con gli obblighi di legge (antiriciclaggio, controlli, sicurezza) non sparisce.
  2. Rischio di disintermediazione bancaria. Se la CBDC retail diventasse un «deposito perfetto» in banca centrale, le banche commerciali potrebbero perdere raccolta, con effetti su quantità e costo del credito. Per questo molte proposte ruotano attorno a modelli intermediati (wallet e servizi gestiti da operatori privati vigilati, con la banca centrale dietro le quinte) e a meccanismi di limitazione dell’accumulo, soprattutto in fasi di stress finanziario.
  3. Politica monetaria più diretta (e più invasiva). Una moneta digitale potrebbe rendere più immediata l’erogazione di trasferimenti pubblici (bonus, rimborsi, aiuti), ma potrebbe anche amplificare strumenti controversi, come tassi negativi applicati in modo più pervasivo di quanto sarebbe possibile finché resta disponibile il contante. Non è uno scenario «da film», ma la conseguenza logica di una società completamente cashless: ed è anche per questo che molte banche centrali ripetono che una CBDC dovrebbe coesistere con il contante, non sostituirlo.
  4. Cybersecurity: il bersaglio più grande del Paese. Digitalizzare un’infrastruttura monetaria nazionale significa creare un target enorme. Non si parla solo di frodi individuali: il rischio è sistemico. Entrano in gioco standard di sicurezza, resilienza operativa, piani di continuità e difese contro attacchi statali e criminalità organizzata. È uno dei motivi per cui i progetti CBDC procedono per fasi e con test lunghi.

Quali sono le CBDC nel mondo: le iniziative delle banche centrali

Lo sforzo di creare una moneta digitale coinvolge banche centrali di tutto il mondo, ma con esiti molto diversi: c’è chi ha lanciato, chi sperimenta, chi ha rinviato e chi ha deciso di fermarsi. Ecco la mappa aggiornata.

Il Sand Dollar delle Bahamas

Nell’ottobre 2020 le Bahamas sono state il primo Paese al mondo a lanciare una CBDC retail: il Sand Dollar, versione digitale del dollaro delle Bahamas (a sua volta ancorato al dollaro Usa), emessa tramite istituti finanziari autorizzati. La motivazione era concreta: costi elevati di gestione del contante e continue interruzioni della distribuzione fisica dovute agli uragani. A distanza di anni, però, l’adozione resta modesta: la circolazione del Sand Dollar è rimasta ampiamente sotto l’1% della valuta totale in circolazione, con un utilizzo concentrato nei pagamenti tra le isole e nelle disposizioni pubbliche.

La valuta digitale DCash nei Caraibi Orientali

La Eastern Caribbean Central Bank (Eccb) è stata tra i pionieri con DCash, versione digitale del dollaro dei Caraibi Orientali, lanciata in via sperimentale nel marzo 2021 negli otto Stati dell’unione monetaria. Il progetto ha però mostrato tutte le fragilità di una CBDC alle prime armi: nel gennaio 2022 un’interruzione di sistema tenne la piattaforma offline per settimane. Il pilot si è concluso nel gennaio 2024 e la banca aveva annunciato un’evoluzione, DCash 2.0. Nel maggio 2026, però, il Consiglio monetario dell’Eccb ha sospeso lo sviluppo di DCash 2.0, scegliendo di concentrare le risorse su un sistema di pagamenti istantanei regionale (Fast Payment System) e sull’integrazione con il sistema di pagamenti dei Caraibi. È il segnale di una lezione che diverse banche centrali stanno imparando: spesso i cittadini non vogliono una nuova valuta, vogliono solo che il loro denaro si muova più velocemente.

eNaira, la moneta digitale della Nigeria

Nell’ottobre 2021 la Nigeria è diventata il primo Paese africano, e il secondo al mondo dopo le Bahamas, a lanciare una CBDC retail: l’eNaira, versione digitale della naira agganciata 1:1 alla valuta fisica. Sulla carta, l’ambizione era enorme: inclusione finanziaria, rimesse transfrontaliere più economiche, minore dipendenza dal contante in un Paese di oltre 220 milioni di abitanti. Nella pratica, l’adozione è stata deludente: pur avendo superato i 13 milioni di wallet creati, la quota di nigeriani che usano attivamente la piattaforma è rimasta sotto l’1%, con un valore in circolazione pari a una frazione minima della moneta totale. Tra le cause: la diffidenza verso i possibili usi di sorveglianza, la concorrenza agguerrita dei servizi privati di mobile money e un’esperienza d’uso iniziale poco convincente. L’eNaira resta operativa, ma è oggi considerata un caso di scuola su quanto sia difficile far usare una CBDC.

Lo yuan digitale e-CNY in Cina

La Cina è di gran lunga il laboratorio più avanzato. La sua valuta digitale, l’e-CNY, emessa dalla People’s Bank of China, è il più grande esperimento di CBDC al mondo. Secondo i dati diffusi dalla banca centrale cinese, a fine novembre 2025 le transazioni cumulate avevano raggiunto i 3,48 miliardi per un valore complessivo di 16,7 trilioni di yuan, pari a circa 2,37 trilioni di dollari secondo la stessa PBoC: un aumento di oltre l’800% rispetto al 2023. Risultavano aperti oltre 230 milioni di wallet personali e circa 18,84 milioni di wallet istituzionali.

Dal 1° gennaio 2026 l’e-CNY è entrato in una nuova fase, definita «2.0»: con un piano d’azione della PBoC, la moneta digitale passa dalla logica del «contante digitale» a quella di una valuta di deposito integrata nel sistema bancario, con saldi dei wallet trattati come depositi remunerati e tutelati dall’assicurazione sui depositi. Sul fronte internazionale, nel settembre 2025 è stato istituito a Shanghai il Digital Yuan International Operations Center, dedicato agli usi transfrontalieri, mentre a Pechino opera il centro per la gestione domestica: la cosiddetta architettura a «due ali». La spinta cinese si inserisce nel più ampio progetto mBridge per i pagamenti transfrontalieri, in cui l’e-CNY rappresenta oltre il 95% del volume regolato.

Il progetto Digital Euro della BCE

Per l’Italia il tema non è astratto: se e quando l’Eurozona introdurrà una CBDC retail, parleremo di euro digitale. L’euro digitale è una rappresentazione elettronica delle banconote e delle monete in euro: invece di stampare moneta, la Bce emetterebbe moneta virtuale con corso legale in parallelo al contante, utilizzabile per i pagamenti nei 20 Paesi dell’Eurozona perché garantita dalla Banca centrale europea.

Attenzione a cosa non sarebbe. Non una valuta virtuale ai sensi della direttiva antiriciclaggio, non una criptovaluta volatile priva di garanzie pubbliche, non una stablecoin, non uno strumento di investimento. Come sintetizzano gli stessi vertici dell’Eurotower, «l’euro digitale sarà una passività della banca centrale», l’equivalente elettronico del contante, con valore nominale costante e corso legale. Un cambio di paradigma capace di influenzare l’intera struttura del sistema bancario e le modalità con cui la banca centrale persegue il suo obiettivo di stabilità monetaria e finanziaria: l’emissione di una CBDC potrebbe infatti diventare un canale di trasmissione della politica monetaria, grazie a un maggior controllo sull’offerta di moneta.

L’euro digitale non sostituirebbe il contante, ma ne integrerebbe le funzioni, consentendo di: avere corso legale; effettuare pagamenti in tutta l’Eurozona in parallelo alle banconote; disporre di un metodo di pagamento veloce, sicuro e innovativo, utilizzabile anche offline e da chi non ha un conto corrente. Sul piano tecnico, potrebbe integrarsi con la piattaforma Target dell’Eurosistema, che oggi regola la libera circolazione di moneta oltre confine e sostiene la politica monetaria unica.

A che punto siamo?

La Bce ha avviato il progetto nel luglio 2021, ha condotto una fase istruttoria da ottobre 2021 a ottobre 2023 e una fase preparatoria conclusa nell’ottobre 2025. In quella fase sono stati sviluppati il rulebook (il regolamento comune), selezionati i fornitori dell’infrastruttura e condotti esperimenti con gli operatori. Nell’ottobre 2025 il Consiglio direttivo ha deciso di passare alla fase successiva. Il calendario, però, dipende dalla legge: nell’ipotesi in cui i co-legislatori europei adottino il regolamento sull’euro digitale nel corso del 2026, l’Eurosistema prevede un pilot dalla seconda metà del 2027 e punta a essere pronto per una possibile prima emissione nel 2029. La decisione finale sull’emissione sarà presa solo una volta completato l’iter legislativo. Secondo le stime della Bce, i costi di sviluppo ammontano a circa 1,3 miliardi di euro fino alla prima emissione, con costi operativi annui successivi intorno ai 320 milioni di euro, coperti come per le banconote dal signoraggio.

Sul progetto sono chiari due punti politici e tecnici. Il primo: la Bce insiste sul fatto che l’euro digitale dovrà avere un livello elevato di tutela della privacy e funzionalità offline, per avvicinarsi il più possibile alle caratteristiche del contante, senza diventare uno strumento di sorveglianza. Il secondo: l’equilibrio con le banche. Per evitare che i risparmi migrino senza limiti dai conti a un wallet «sicuro» in banca centrale, nelle discussioni europee compaiono limiti individuali di detenzione, assenza di remunerazione competitiva e modelli intermediati, con wallet gestiti da banche e prestatori di servizi di pagamento. A guidare il progetto per il Comitato esecutivo della Bce è oggi Piero Cipollone, che nel 2024 ha raccolto il testimone da Fabio Panetta (nel frattempo diventato Governatore della Banca d’Italia). Nel marzo 2026 la Bce ha selezionato 36 prestatori di servizi di pagamento per il pilot dell’euro digitale.

La sperimentazione dell’e-krona svedese

La Svezia è uno dei Paesi più «cashless» al mondo ed è stata tra i primi a studiare una CBDC. Il Riksbank ha condotto un progetto pilota tecnico dell’e-krona, la corona digitale, basato su tecnologia Dlt e concluso nel 2023, testando pagamenti, funzionalità offline e integrazione con i terminali esistenti. Non è però seguito alcun lancio: il Riksbank ha spostato il baricentro sul monitoraggio degli sviluppi internazionali, con particolare attenzione all’euro digitale. Nel Payments Report 2026 la banca centrale ha proposto di avviare un’indagine sulle modifiche legislative necessarie, così da poter introdurre un’e-krona in tempi ragionevoli se e quando il Parlamento svedese deciderà di autorizzarla.

Il progetto Digital Canadian Dollar (e lo stop degli Stati Uniti)

Non tutti vanno avanti. Nel settembre 2024 la Bank of Canada ha di fatto accantonato il «digital loonie», la CBDC retail canadese, dopo anni di ricerca: pur senza chiudere definitivamente la porta, l’istituto ha ritenuto che non ci fosse un caso convincente per procedere e ha spostato l’attenzione su una ricerca più ampia sui sistemi di pagamento. Pesano anche i sondaggi, con un’opinione pubblica largamente contraria e preoccupata per privacy e cybersecurity.

Ancora più netta la posizione degli Stati Uniti. Il Dollaro digitale, a lungo studiato dalla Federal Reserve, è stato di fatto archiviato: con un ordine esecutivo del 23 gennaio 2025 l’amministrazione statunitense ha vietato alle agenzie federali di istituire, emettere o promuovere una CBDC, citando rischi per la stabilità finanziaria, la privacy e la sovranità nazionale, e scegliendo di puntare invece sulle stablecoin private ancorate al dollaro (con il GENIUS Act, firmato nel luglio 2025). Nel giugno 2026 il Senato ha compiuto un ulteriore passo, approvando un divieto di legge che blocca la Federal Reserve dall’emettere un dollaro digitale almeno fino al 2030. È il segnale di una frattura strategica: mentre Pechino accelera con l’e-CNY, Washington rinuncia alla CBDC per lasciare campo al settore privato.

Il caso Brasile: Drex, il laboratorio che ha cambiato rotta

Il Brasile merita un capitolo a parte, perché racconta meglio di ogni altro le difficoltà reali di una CBDC. Il Paese aveva già innovato molto con Pix, il sistema di pagamenti istantanei diventato un successo di massa. Il progetto di moneta digitale, battezzato Drex (ex Real Digital), era nato con un’ambizione altissima: non «solo» fare pagamenti, ma creare un ecosistema per la tokenizzazione di asset e servizi finanziari (titoli, crediti, garanzie), con regole automatiche affidate agli smart contract su una piattaforma Dlt.

Proprio qui è emerso il nodo più duro, il cosiddetto «trilemma Drex»: garantire ai cittadini una riservatezza compatibile con le leggi brasiliane sulla protezione dei dati e, allo stesso tempo, assicurare alle autorità la piena visibilità per antiriciclaggio, controlli e sicurezza, senza sacrificare scalabilità e programmabilità. Le soluzioni di privacy testate non sono risultate sufficientemente mature. Il risultato è una svolta netta: nel 2025 il Banco Central do Brasil ha abbandonato la componente blockchain (basata su Hyperledger Besu) e, sotto la presidenza di Gabriel Galípolo, ha ridefinito Drex non più come una classica CBDC retail, ma come una piattaforma di tokenizzazione e infrastruttura finanziaria focalizzata su credito e riconciliazione delle garanzie, integrata con Pix, con una prima versione attesa nel 2026. Lo stesso Galípolo ha chiarito che «Drex non è esattamente una CBDC come la intende la letteratura». Il successo di Pix, del resto, ha ridotto l’urgenza di una moneta digitale al dettaglio. È la dimostrazione plastica che, quando una CBDC incontra il mondo reale (banche, big tech, compliance, privacy, scalabilità), le scelte architetturali contano più degli annunci.

Quale sarà il ruolo futuro delle CBDC

Per il pubblico italiano, e per chi legge Money.it, la domanda pratica è: quando cambierà la mia vita? La risposta più onesta è: non dall’oggi al domani. Se l’Eurozona andrà avanti, l’euro digitale tenderà a presentarsi come un’estensione dei pagamenti elettronici, con alcune differenze chiave: una forma di moneta pubblica utilizzabile digitalmente, una maggiore enfasi su resilienza e funzionalità offline, e un dibattito acceso su privacy e ruolo degli intermediari. Nel frattempo, l’industria si muove su binari paralleli, tra stablecoin regolamentate, tokenizzazione di asset e infrastrutture di pagamento istantaneo: la CBDC, se arriverà, dovrà incastrarsi in questo ecosistema senza creare squilibri.

Il quadro globale, del resto, è tutt’altro che uniforme. Poche CBDC retail sono davvero operative e nessuna ha finora raggiunto l’adozione sperata; alcune grandi economie, come Stati Uniti e Canada, hanno rinunciato o rinviato la versione retail preferendo le stablecoin private; la Cina accelera; l’Europa avanza con prudenza verso una decisione. Le CBDC possono rendere i pagamenti più efficienti, creare un’infrastruttura pubblica per l’era digitale e aprire spazi di innovazione anche per banche e fintech. Ma il prezzo dell’innovazione può essere alto se la tecnologia viene disegnata male o se la governance è opaca.