Caos Turchia: dove (e cosa) guardano analisti e investitori

Dalle aziende italiane più esposte (Astaldi, Cementir, Recordati) al petrolio, passando per l’oro: le preoccupazioni degli analisti per la crisi in atto in Turchia

Caos Turchia: dove (e cosa) guardano analisti e investitori

Non solo le banche, anche grandi gruppi industriali italiani sono esposti nei confronti della Turchia.

Dopo il tonfo della lira, che sta mettendo sotto pressione i mercati di tutto il mondo e creando tensioni geopolitiche non indifferenti, gli analisti guardano con preoccupazione anche alle aziende che hanno interessi nel Paese di Erdogan.

Tra le quotate italiane che hanno esposizioni rilevanti verso Ankara, Mediobanca Securities segnala Astaldi, Recordati e Cementir, che stamani hanno iniziato in rosso le negoziazioni a Piazza Affari, per poi risollevvarsi nel corso della giornata.

Nello scenario più globale, inoltre, gli occhi sono puntati anche su petrolio e oro, due beni il cui andamento potrebbe essere influenzato dal deprezzamento della valuta turca.

Intanto, il governo della Turchia tenta la strada delle rassicurazioni e il prossimo giovedì 16 agosto, il ministro delle Finanze Berat Albayrak terrà una conference call con investitori di Stati Uniti, Europa e Medio Oriente.

Le aziende più esposte nei confronti della Turchia: Astaldi

Nei giorni scorsi, in Italia l’allerta rossa era scattata per Unicredit, l’istituto che tra quelli del nostro Paese si mostra più esposto nei confronti della Turchia a causa della sua partecipazione in Yapi Kredi, la quarta banca privata turca.

In realtà, gli interessi italiani nel Paese, che da giorni sta fronteggiando una crisi senza precedenti dopo il deprezzamento della valuta nazionale, sono diversi e riguardano anche tre tra i più grandi gruppi industriali operanti a livello internazionale.

Particolarmente esposto è Astaldi. Il gruppo italiano ha infatti due concessioni in Turchia il cui valore alla fine dello scorso anno era di circa 630 milioni di euro. Si tratta del Terzo Ponte sul Bosforo e dell’autostrada e del ponte Gebze-Orhangazi-Izmir, che stando a quanto previsto nel piano industriale si avviano verso la cessione.

In particolare, nelle ultime ore si sta facendo largo l’indiscrezione secondo la quale Astaldi, nonostante l’instabilità della Turchia, sarebbe intenzionata a procedere nelle trattative di vendita, soprattutto per quanto riguarda la prima concessione che vale da sola circa 350 milioni di euro.

L’operazione, d’altronde, è necessaria per realizzare l’aumento di capitale da 300 milioni di euro approvato dal Cda nel maggio scorso e, secondo gli analisti, potrebbe essere annunciata intorno al 20 agosto e perfezionata in dollari “per stemperare la volatilità della lira turca”.

La notizia di una possibile cessione a breve termine del Terzo Ponte sul Bosforo ha fatto recuperare terreno in Borsa: le azioni di Astaldi, partite decisamente in discesa, al momento della scrittura guadagnano 1,07% a 1,71 euro.

Le aziende più esposte nei confronti della Turchia: Cementir e Recordati

Possibili ripercussioni sono in agguato anche per altre aziende italiane che hanno investimenti in Turchia. A partire da Cementir, il cui titolo stamattina sta risentendo della crisi turca con una performance ballerina: al momento della scrittura le azioni vengono scambiate a 6,43 euro icon un guadagno dello 0,16%. Per la quotata italiana, la Turchia rappresenta circa l’8% ell’ebitda stimato per il 2018.

C’è poi Recordati, che in Turchia è presente dal 2011, quando cioè ha concluso l’accordo da 130 milioni di euro per rilevare la società turca Dr.F.Frik Ilaç. Nel Paese, il colosso della farmaceutica conta anche un nuovo impianto di produzione che dovrebbe servire anche a mercati al di fuori della Turchia. Il mercato turco, infine, nel 2017 ha inciso sulle vendite del gruppo italiano per circa il 7%. Al momento della scrittura, le azioni Recordati scambiano a 31,91 euro con un rialzo dello 0,60%.

Lira turca e petrolio

Le ripercussioni della crisi della lira turca potrebbero concretizzarsi anche sul consumo di petrolio in Turchia, Paese che rappresenta il 4% dei flussi globali e l’1% della domanda globale.

Gli analisti evidenziano che da inizio anno, i prezzi del Brent in lira turca sono quasi raddoppiati e la circostanza, a lungo andare, potrebbe incidere sul consumo domestico dell’oro nero.

Preoccupazioni fuori dai confini turchi sorgono, inoltre, in vista di eventuali spaccature geopolitiche in Turchia visto che il Paese è attraversato da due importanti oleodotti, uno dall’Azerbaigian e uno dal nord dell’Iraq, che complessivamente trasportano 1,3 milioni di barili al giorno.

La Banca centrale turca pronta a vendere l’oro?

Nei giorni scorsi, quando il tonfo della lira ha gettato nello sconforto la Turchia e i mercati mondiali, il presidente Erdogan aveva invitato i suoi concittadini a liberarsi di altre valute e dell’oro per puntare sulla moneta nazionale.

Una strada, quella di vendere l’oro, che potrebbe essere intrapresa dalla stessa Banca centrale turca, che nel 2017 ne è stata tra i maggiori accumulatore. Secondo Nitesh Shah, director of research di WisdomTree, ne ha acquistato ben 85,9 tonnellate, più di quanto abbia fatto qualsiasi altra banca centrale, seconda sola ai russi che ne hanno comprato 223,5 tonnellate.

La scorso settimana, intanto, il prezzo del bene rifugio per eccellenza è sceso dello 0,4% ed è difficile prevedere esattamente l’evoluzione della situazione, tant’è che l’analista spiega:

“Una parte della risposta dipenderà dalla natura della situazione di crisi in Turchia, se transitoria o destinata ad aumentare. Non possiamo offrire alcuna precisione significativa in questo caso (..) La Banca centrale turca potrebbe vendere altre valute prima di puntare sull’oro, lasciando uno scarso impatto sulla sua offerta. Questa potrebbe essere una strategia praticabile per la Banca centrale, ossia quella di penalizzare le valute appartenenti ad altri paesi piuttosto che l’oro apolide”.

Intanto, negli ultimi mesi le riserve d’oro detenute nella Banca centrale dalle banche commerciali sembrano essere state ridotte e, sottolinea Shah, “se le banche commerciali e i loro clienti in preda al panico del paese ritirano più oro, quest’ultimo svolgerà chiaramente il suo ruolo tradizionale. Ciò sarebbe positivo per il prezzo dell’oro.
E se il governo impedisse alle famiglie di acquistare oro? Quest’ultimo, secondo l’esperto, diventerebbe un bene ambito altrove.

Infine, conclude l’esperto di WisdomTree,

“l’oro non sempre reagisce rapidamente agli eventi di stress. Le emissioni della Turchia potrebbero pesare temporaneamente sui prezzi più delle crisi valutarie nelle aree in cui la banca centrale detiene poco oro. Il prezzo basso di oggi potrebbe offrire agli investitori un punto di ingresso interessante”.

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