Lo shutdown più lungo della storia americana è finalmente terminato. Quaranta giorni di paralisi, agenzie federali ferme, uffici statistici chiusi, mercati in apnea. Tutto si è sbloccato con la firma del presidente Donald Trump, ma il sollievo sui mercati è stato solo apparente. Perché nel frattempo è successo qualcosa che rischia di ridisegnare le prossime mosse della Federal Reserve e, soprattutto, il percorso del cambio euro-dollaro.
Dopo aver testato la resistenza a 100 punti, l’indice del dollaro (DXY) ha ceduto di nuovo terreno. Il cambio euro-dollaro è invece tornato sopra quota 1,16, indicazione che potrebbe anticipare un allungo fino a 1,18.
Il dollaro perde i suoi punti di riferimento mentre l’Europa resta ferma
La fine dello shutdown non ha portato chiarezza, ma un vuoto informativo che pesa come un macigno. Il Bureau of Labor Statistics, il cuore pulsante della macchina macroeconomica statunitense, non ha ancora diffuso un calendario aggiornato e potrebbe scegliere di accorpare due mesi in un’unica pubblicazione, lasciando fuori completamente i dati di ottobre. Gli unici numeri arrivati finora sono quelli dell’inflazione, pubblicati in ritardo il 24 ottobre, mentre tutto il resto è rimasto congelato.
Gli economisti spiegano che alcuni dati possono essere recuperati, ma altri (come inflazione e occupazione di ottobre) rischiano di essere compromessi per via della metodologia di raccolta. E con la riunione della Federal Reserve fissata al 10 dicembre, la situazione diventa delicatissima. Se davvero i prossimi dati disponibili saranno solo quelli su disoccupazione di settembre e novembre, il mercato si troverà a interpretare la direzione della prima potenza mondiale con un mese di informazione mancante.
Per il mercato valutario è come viaggiare di notte senza fari. In questo vuoto, l’euro ha trovato un varco. La BCE ha mantenuto i tassi fermi, sostenuta da un’inflazione che si è stabilizzata meglio del previsto. La Fed, invece, sconta una probabilità del 55% di tagliare i tassi di 25 punti base a dicembre (la scorsa settimana era del 70%).
Verso 1,18? Cosa aspettarsi nel 2026
Rivedere l’euro-dollaro a 1,18 non è improbabile. Andrebbe però interpretato come il risultato naturale di una fase in cui la debolezza del dollaro pesa più della forza dell’euro.
Grafico EUR/USD
Fonte Tradingview
Il mix tra un taglio dei tassi atteso dalla Fed, l’assenza dei dati chiave di ottobre e un clima di fiducia in calo negli Stati Uniti sta ridisegnando gli equilibri, mentre l’Europa mantiene un profilo più prudente.
Il 2026 potrebbe aprirsi con un biglietto verde meno dominante e un mercato che deve muoversi senza tutti i punti di riferimento, una situazione che spinge investitori e risparmiatori a ragionare oltre l’immediato.
Un dollaro più debole significa che chi detiene strumenti finanziari denominati in valuta americana potrebbe vedere parte dei guadagni assorbita dal cambio, mentre un euro più forte rende meno onerose le importazioni dagli Stati Uniti e aiuta chi ha costi in dollari.
Per le aziende che vendono in America, però, un cambio più alto riduce la competitività dei prodotti europei e costringe a rivedere listini, margini e coperture. Dunque non è questione di inseguire un livello preciso del cambio, ma di leggere una fase di transizione più ampia, con equilibri che possono cambiare rapidamente.
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