L’Istat ha diffuso il dato su occupati e disoccupati italiani:
“Ad agosto 2025 il numero di occupati, pari a 24 milioni 170mila, è in calo rispetto al mese precedente. Diminuiscono i dipendenti permanenti (16 milioni 432mila) e i dipendenti a termine (2 milioni 516mila) mentre crescono gli autonomi (5 milioni 223mila). L’occupazione invece aumenta rispetto ad agosto 2024 (+103mila occupati in un anno), per effetto della crescita dei dipendenti permanenti (+208mila) e degli autonomi (+139mila) e del calo dei dipendenti a termine (-245mila). Su base mensile, il tasso di occupazione cala al 62,6%, quello di disoccupazione è stabile al 6,0% e il tasso di inattività sale al 33,3%.”
Occupati in Italia
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Il trend di fondo non è effettivamente cambiato ma, analizzando il dato anno su anno, qualcosa di pericoloso potrebbe concretizzarsi nei prossimi mesi. L’aumento degli occupati, dopo il bottom 2020 a -1,21 mln di posti di lavoro, è in costante discesa dal top del 2022 quando registrò +990.000 nuovi posti rispetto all’anno prima (rimbalzo post covid). Non c’è ancora il pericolo di valori negativi, come è accaduto in America con la revisione del dato di giugno uscito negativo (in attesa dei dati di venerdì, shutdown permettendo). Il dato di agosto 2025, rispetto al valore del 2024, è in discesa rispetto ai precedenti e sui livelli del 2021. Cosa accadrebbe se i valori uscissero negativi nei prossimi mesi? Nulla, come nel 2005, se trattasi di poche migliaia di unità, invece potrebbe configurarsi uno spettro recessione se si arrivasse in zona -250.000! Le ultime tre recessioni hanno visto scendere i valori oltre i -250.000 abbondantemente, con la chiusura da covid si arrivò ai fatidici -1,21 mln! Il pil cresce seguendo la logica del prodotto lavoro*produttività, le due leve fondamentali per la crescita. Considerando il trend demografico, l’occupazione è già tirata la massimo, mentre la produttività in termini di stock di capitale è ancora indietro, come i salari reali degli italiani. Per far crescere il pil è necessario puntare sulla spinta della domanda interna, quindi sulla produttività, quindi sugli investimenti, efficientando le spese.
Nel Rapporto di Previsione “Investimenti per muovere l’Italia” Confindustria illustra molto bene il gap di “stock di capitale” che si è creato con la crisi 2008 e soprattutto 2011-12, è necessario tornare ad investire bene, sia nel pubblico che nel privato. Pagina 88 del documento:
Ancora necessario stimolare gli investimenti. Gli investimenti in macchinari e attrezzature in Italia negli ultimi anni hanno registrato un tasso di crescita molto elevato nel confronto internazionale. Il risultato è almeno parzialmente attribuibile allo stimolo che le misure di incentivazione fiscale hanno esercitato sulle decisioni di investimento delle imprese, come evidenziato dalle esistenti valutazioni di impatto ex-post. Tuttavia, rimane importante continuare a stimolare la crescita dello stock di capitale in macchinari e attrezzature, dato il decumulo rispetto ai livelli pre-crisi finanziaria (-3,4% nel 2023 sul 2007) che risulta ancora più critico quando confrontato all’avanzamento registrato in altri paesi (+21,8% in Germania, +20,0% in Francia, +16,0% in Spagna; Grafico B). Il sostegno agli investimenti in beni strumentali rimane quindi una priorità di politica pubblica in Italia, specie quello rivolto a beni (materiali e immateriali) a elevato contenuto tecnologico e digitale, dato l’ampio gap che ancora il nostro Paese sconta sull’adozione e sviluppo di tecnologie avanzate. In particolare, i beni immateriali sono ormai considerati una componente essenziale della crescita: oltre agli investimenti in R&S, brevetti o software, che rappresentano fattori chiave dell’innovazione, anche altre tipologie di asset intangibili – quali banche dati, design, competenze manageriali, nonché reti organizzative e distributive – hanno assunto una rilevanza crescente, in larga misura grazie alla loro complementarità con le tecnologie digitali. La propensione all’investimento in questi asset è cresciuta nel tempo in Italia, in particolare a partire dal 2014, raggiungendo in media circa il 9% del valore aggiunto tra il 2021 e il 2023. Tuttavia, tale quota rimane inferiore rispetto a quella osservata in altre economie avanzate: circa il 10% in Germania, il 14% nel Regno Unito e il 16% in Francia e negli Stati Uniti.
Roberto Torrini (Banca d’Italia) si è focalizzato, durante la presentazione del Rapporto di Previsione “Investimenti per muovere l’Italia“, sulla necessità di puntare sulla domanda interna per le prossime politiche europee sulla scia dell’agenda Draghi:
Lo stock di capitale cresce sempre, il fatto che da noi sia crollato dopo la crisi dei debiti sovrani ci dà la misura dell’impatto della crisi sull’economia italiana e comunque poteva andare anche peggio, abbiamo mostrato una capacità di crescita ma è stata estremamente lenta. Quindi noi abbiamo innanzitutto un problema di recupero, come è stato detto e gli investimenti sono un driver fondamentale. Il fatto che il capitale cresca poco fa si che il rapporto capitale/lavoro sia in continua diminuzione, ovvero l’occupazione cresce molto con il capitale che cresce poco. Che significa avere un capitale/lavoro che cresce poco? Questa è una delle determinanti importanti della produttività del lavoro. Ora, sulla dinamica dell’occupazione ha inciso abbastanza in maniera significativa la forte moderazione salariale, da noi nonostante i recuperi recenti di questi ultimi anni siamo ancora in media con sette punti in meno del 2019. Noi ovviamente siamo contenti che l’occupazione cresca ma è necessario un maggior bilanciamento tra crescita dell’occupazione e crescita del capitale, quindi investimenti, soprattutto innovazione perché ovviamente la tfp (total factor productivity) è quello che conta, c’è lo stock c’è l’innovazione, vorremmo più investimenti ma soprattutto in innovazione. Nei prossimi anni, dato lo scenario demografico, la crescita potrà essere guidata soltanto dalla crescita della produttività, quindi senza maggiore accumulazione senza crescita della produttività, l’economia si ferma perché, anche assumendo una fortissima ripresa dei tassi di attività e occupazione, il calo demografico così forte creerebbe forze che al più tenderebbero a compensarsi. Lavoratori x produttività = pil, se i lavoratori si fermano al pil serve un aumento della produttività. È una prospettiva realistica non siamo condannati alla stagnazione…espandere il settore privato, le imprese hanno bisogno di incentivi ma soprattutto di infrastrutture e servizi pubblici. Politiche di attrazione e politiche di marketing territoriale. Servirebbe una gestione migliore di scuola e giustizia con investimenti pubblici che devono essere spesi meglio con obiettivi di risultato precisi, le risorse non sono poche, ad oggi.