Busta paga sbagliata in eccesso, i soldi in più vanno restituiti all’azienda

Simone Micocci

25 Giugno 2026 - 15:59

Errori in busta paga, obbligatorio restituire gli importi pagati in più dal datore di lavoro. Ma per il dipendente ci sono delle tutele.

Busta paga sbagliata in eccesso, i soldi in più vanno restituiti all’azienda

Sta facendo molto rumore la notizia dell’azienda Epta Costan di Limana, multinazionale della refrigerazione commerciale con sede in provincia di Belluno, che per un errore commesso nel calcolo della busta paga ha versato circa 600 euro in più a un gruppo di dipendenti.

Non appena si è accorta dell’errore, l’azienda ha prontamente chiesto ai lavoratori di restituire le somme percepite in eccesso.

Una richiesta che ha fatto scattare lo sciopero: i sindacati, infatti, chiedono che venga previsto un piano di rateizzazione più lungo rispetto a quello deciso dall’azienda, così da sostenere quei lavoratori che si trovano in situazioni economiche particolarmente complicate.

Per quanto vada detto che la principale ragione dello sciopero sia da individuare nei rallentamenti della contrattazione integrativa, è comunque utile capire cosa dice la normativa, così da fare chiarezza su chi si trovi, per così dire, dalla “parte giusta della storia”.

Nel dettaglio, in caso di errore in busta paga imputabile all’azienda, il datore di lavoro è legittimato a chiedere indietro i soldi pagati in eccesso? Tanto la legge quanto la giurisprudenza ci aiutano a dare una risposta chiara a questa domanda.

Busta paga sbagliata, cosa dice la legge

Secondo la normativa, gli errori commessi nel calcolo della busta paga devono sempre essere corretti e compensati il prima possibile. Tanto nel caso di stipendio più basso quanto in quello di stipendio più alto, quindi, è dovere del datore di lavoro procedere alla regolarizzazione.

In particolare, per quanto riguarda la busta paga pagata in eccesso, la norma di riferimento è l’articolo 2033 del Codice civile, dove si legge che chi ha eseguito un pagamento non dovuto - anche se non si parla direttamente di busta paga - ha diritto a riavere quanto versato. Anzi, nel caso in cui chi lo ha ricevuto fosse in malafede, ha anche diritto ai frutti e agli interessi dal giorno del pagamento.

Ovviamente non è questo il caso del lavoratore che si ritrova con un importo più alto in busta paga, fattispecie sulla quale più volte è intervenuta anche la giurisprudenza.

Lo ha fatto, ad esempio, la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 1963 del 2023, secondo cui l’azienda ha diritto a recuperare quanto effettivamente percepito in eccesso, aggiungendo però che al tempo stesso non può pretendere la restituzione degli importi al lordo delle ritenute fiscali, in quanto mai entrati nella sfera patrimoniale del dipendente. Di fatto, quindi, è recuperabile solamente l’importo netto.

Il tacito aumento

Attenzione però: affinché possa esserci l’obbligo di restituzione da parte del lavoratore, è necessario che vi sia effettivamente un errore di calcolo dimostrabile. È il caso, ad esempio, dei lavoratori della Epta Costan di Limana, ai quali sarebbe stata pagata due volte l’indennità di turno, dovuta invece una sola volta.

Diverso è il caso degli aumenti duraturi nel tempo, come ad esempio il pagamento costante di un premio di produzione in busta paga. In situazioni di questo tipo, la giurisprudenza ha più volte riconosciuto l’esistenza di un aumento tacito in favore del lavoratore, una sorta di superminimo. In quel caso, quindi, considerandosi l’aumento ormai consolidato, non ci sono le condizioni per richiedere il rimborso, o comunque diventa molto più complicato farlo.

Le tutele per i lavoratori

È buona regola, come tra l’altro fatto dall’azienda bellunese, prevedere contestualmente un piano di rateizzazione che tuteli il dipendente, specialmente quando si tratta di somme rilevanti e la segnalazione dell’errore arriva con particolare ritardo, lasciando presumere che nel frattempo le somme ricevute siano già state spese.

A tal proposito, in sentenze che hanno riguardato i dipendenti pubblici ma il cui principio potrebbe estendersi anche al settore privato - come la Cassazione civile, sezione lavoro, n. 10452 del 2025, o la più recente n. 4082 del 2026 - è stato chiarito che il recupero deve avvenire con buon senso, prevedendo piani di rateizzazione sostenibili e rispettosi del principio di equità.