La settimana corta lavorativa è una realtà in molti Paesi, così come il salario minimo. L’Italia è indietro su entrambi i temi, ma è sulla possibilità di lavorare meno a parità di stipendio che ancora non c’è dibattito. Eppure alcune aziende hanno dato il via a una serie di iniziative di riduzione dell’orario a parità di busta paga.
L’aspetto fondamentale del lavorare meno a parità di stipendio e che non si riduce il fatturato o la produttività dell’azienda, ma aumentano i benefici per i dipendenti. Questi lavorano con meno stress, meglio e soprattutto evitano i casi di burnout. In definitiva la settimana corta lavorativa sembra essere uno strumento valido per evitare i licenziamenti di massa.
Spesso viene criticata la settimana corta lavorativa mettendo a confronto l’Italia con i Paesi ricchi che l’hanno adottata. Eppure non è così: non sono solo i paesi più ricchi ad aver introdotto una riduzione oraria a parità di stipendio. A sperimentare la settimana lavorativa di quattro giorni sono anche Paesi come la Grecia, in linea con l’Italia.
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Che cos’è la settimana corta lavorativa e cosa c’entra la “decrescita felice”?
La settimana corta lavorativa, anche detta “settimana lavorativa di quattro giorni”, è una proposta di organizzazione del lavoro per l’azienda che ha benefici anche per il dipendente. Non si tratta di lavorare meno per avere la stessa retribuzione, ma ridurre il numero di giorni lavorativi di una settimana, aumentando le ore nei quattro giorni restanti e con parità di stipendio.
L’aumento dell’orario giornaliero va in favore di una riduzione dei giorni lavorativi in una settimana. La logica vuole che la settimana corta lavorativa apporti una maggiore produttività, in considerazione di una riduzione del livello di stress legato a orari di lavoro estesi e intensi.
I temi della “settimana corta lavorativa” e del “salario minimo” sono spesso collegati alla teoria della decrescita felice. Il progresso tecnico e tecnologico permette infatti di lavorare meno, ma a parità di produttività. Sono i lavori del settore tecnologico e digitale ad aver adottato la settimana corta, mentre più difficile appare la strada per una riduzione dei giorni di lavoro in una fabbrica.
Affinché si abbracci questa nuova prospettiva è necessario un cambiamento culturale e una riconsiderazione del modello di lavoro in base alle nuove necessità, emerse con forza soprattutto in seguito alla pandemia di coronavirus.
Le esperienze della settimana corta lavorativa: all’estero e in Italia
In Italia la settimana corta lavorativa non sembra essere un’opzione. Molte aziende sono infatti legate a un modello di lavoro “tradizionale” e senza un approccio dall’alto, sindacale o politico, la gestione degli orari e dei giorni lavorativi difficilmente potrà cambiare. In buona parte le aziende sono riluttanti a ridurre l’orario senza diminuire la paga dei lavoratori e così la sperimentazione della settimana corta lavorativa in Italia trova diversi ostacoli.
Ci sono delle realtà, soprattutto molto grandi, che hanno avviato una sperimentazione. Si tratta di esempio di Intesa Sanpaolo che ha adottato un modello lavorativo di quattro giorni lavorativi per settimana, con una giornata lavorativa di 9 ore anziché 8 e la possibilità di lavorare in smart working. Anche Lavazza ha cambiato il proprio calendario lavorativo, decidendo di chiudere gli uffici il venerdì pomeriggio e aggiungendo una serie di agevolazioni per il lavoro da casa.
Le esperienze all’estero sono variegate. Per esempio nel Regno Unito 61 aziende hanno partecipato a una vasta sperimentazione della settimana lavorativa di quattro giorni e alla fine 56 aziende hanno deciso di continuare tale iniziativa.
In altri casi le proposte di legge sulla riduzione dell’orario di lavoro sono state confermate come in Belgio e in Olanda. Al momento le settimane lavorative più brevi si trovano nei Paesi Bassi con 32,4 ore settimanali, in Austria 33,7 ore, in Norvegia 34,1 ore, Danimarca e Germania con 34,6 ore settimanali.