Buoni pasto 2026, come funzionano, a chi spettano e importi

Money.it Guide

29 Gennaio 2026 - 17:40

Dall’aumento della soglia di esenzione nel 2026 al (quasi) completo passaggio all’elettronico: ecco come funzionano e a quanto ammontano i buoni pasto oggi

Buoni pasto 2026, come funzionano, a chi spettano e importi

I buoni pasto si confermano anche oggi uno dei benefit aziendali più apprezzati dai lavoratori italiani. Nati come sostituti del servizio mensa, oggi rappresentano un pilastro del welfare aziendale moderno, capace di unire flessibilità, risparmio fiscale e semplicità d’uso.

Che si tratti di una pausa pranzo al bar sotto l’ufficio o della spesa settimanale al supermercato, i ticket restaurant consentono a milioni di dipendenti di accedere ogni giorno a un vantaggio concreto, migliorando il proprio potere d’acquisto senza pesare sulla busta paga.

Con la Legge di Bilancio 2026 (n.199 del 30 dicembre 2025), il Governo ha introdotto un’importante novità: l’aumento della soglia di esenzione fiscale per i buoni pasto elettronici da 8€ a 10€ al giorno. Una misura che risponde all’esigenza di contrastare gli effetti dell’inflazione e di sostenere il reddito dei lavoratori, senza gravare sui costi aziendali.

Nel frattempo, il mercato dei ticket si è quasi completamente spostato verso il digitale, con carte elettroniche e app dedicate che rendono l’esperienza d’uso ancora più rapida, sicura e sostenibile. Ma come funzionano esattamente i buoni pasto nel 2026? Chi ne ha diritto e a quanto ammontano i nuovi importi?

Cosa sono i buoni pasto nel 2026 e tutte le novità in vigore

I buoni pasto, o ticket restaurant, sono voucher di valore predeterminato che permettono ai lavoratori di pagare pasti o generi alimentari durante la giornata lavorativa. Rappresentano un’alternativa alla mensa aziendale (o una vera e propria sostituzione in caso di assenza della stessa), offrendo libertà di scelta e convenienza sia per i dipendenti che per le imprese.

Nel 2026, il settore dei buoni pasto ha raggiunto una fase di completa maturità digitale. Oggi è possibile distinguere tre principali tipologie di buoni, ognuna con caratteristiche specifiche.

  • Cartacei: i buoni pasto cartacei, una volta molto diffusi, restano tuttora in uso, anche se in forte calo. Si tratta di voucher fisici con un importo prestabilito, generalmente firmati e consegnati all’esercente al momento del pagamento. Ogni buono è identificato da un codice univoco e può essere utilizzato solo dal titolare. Sono accettati in bar, ristoranti, supermercati e altri esercizi convenzionati.
  • Elettronici: la forma oggi più comune è quella elettronica, tramite carte prepagate con o senza supporto di smartphone. Ogni dipendente riceve un accredito mensile del valore corrispondente ai propri ticket. Questi buoni sono più sicuri e tracciabili, non rischiano di essere smarriti e garantiscono una gestione semplificata per aziende ed esercenti.
  • Digitali: negli ultimi anni si è affermata anche la versione completamente digitale, utilizzabile tramite app dedicate, che permettono non solo il pagamento contactless ma anche l’accesso a offerte, promozioni e gestione in tempo reale del saldo disponibile.

Nel tempo, il mercato dei buoni pasto si è evoluto da semplice strumento sostitutivo della mensa a un vero e proprio pilastro del welfare aziendale. Oggi coinvolge milioni di lavoratori in Italia e migliaia di esercizi convenzionati, contribuendo anche a sostenere l’economia locale e i consumi.

La grande novità del 2026, introdotta dalla Legge di Bilancio n. 199/2025, è l’aumento della soglia di esenzione fiscale dei buoni pasto elettronici da 8€ a 10€ al giorno, misura che porta con sé un vantaggio economico potenziale fino a 440€ annui per ciascun lavoratore e un incremento stimato dei consumi di 1,9 miliardi di euro.

Come funzionano i buoni pasto e le novità in vigore dal 2026 per regole e tassazione

Il funzionamento dei buoni pasto oggi è semplice e regolamentato con precisione.

L’azienda assegna ai dipendenti un certo numero di buoni al mese - generalmente pari alle giornate effettive di lavoro -, ciascuno del valore stabilito dall’accordo con la società emittente.

I buoni pasto possono essere utilizzati in una rete di esercizi convenzionati che include ristoranti, bar, supermercati, tavole calde, agriturismi e perfino alcuni negozi di alimentari. Non possono essere convertiti in denaro contante, ceduti o utilizzati da persone diverse dal titolare.

Nel caso dei buoni elettronici, l’importo viene accreditato su una carta magnetica o gestito tramite app mobile, con pagamenti effettuabili via POS o smartphone. Ogni transazione è tracciata e sicura, garantendo un utilizzo conforme alla normativa.

Le regole fiscali attuali, aggiornate al 2026, stabiliscono quanto segue:

  • i buoni pasto elettronici sono esentasse fino a 10€ al giorno per dipendente;
  • i buoni cartacei mantengono la soglia di 4€ giornalieri di esenzione;
  • oltre tali limiti, la parte eccedente concorre alla formazione del reddito imponibile;
  • i buoni non possono essere ceduti, scambiati o convertiti in denaro.

In termini pratici, questo significa che un dipendente che riceve buoni pasto elettronici da 10€ per 220 giorni lavorativi annui può beneficiare di un importo esentasse pari a 2.200€.

La normativa vigente, aggiornata dal Decreto MISE n. 122/2017 e successivamente dalle Leggi di Bilancio 2020 e 2026, prevede inoltre che i buoni possano essere utilizzati fino a otto alla volta per la spesa, favorendo così la libertà di utilizzo del lavoratore.

La spinta verso la digitalizzazione, infine, è chiara: l’obiettivo governativo è il progressivo superamento del cartaceo a favore dei sistemi elettronici, più sostenibili, sicuri e difficilmente cedibili a terzi.

Importi e valore minimo dei buoni pasto: ecco a quanto ammontano

Con la nuova soglia dei 10€, i lavoratori possono ricevere, come detto, fino a 440€ in più all’anno di importo non tassato, mentre le aziende possono aumentare il valore dei buoni senza incrementare il costo del lavoro. In pratica, un dipendente che riceve buoni pasto da 10€ anziché 8€ mantiene un beneficio netto, poiché il valore aggiuntivo non viene trattenuto né sottoposto a contributi.

L’obiettivo dichiarato dal Governo è quello di rafforzare il potere d’acquisto dei dipendenti e, allo stesso tempo, favorire le imprese, che possono continuare a offrire questo beneficio senza aggravare il costo del lavoro. In concreto, ogni lavoratore potrà ricevere fino a 2.200 euro annui di buoni pasto completamente esentasse, contro i 1.760 euro precedenti, calcolati su una media di 220 giornate lavorative.

Per i buoni pasto cartacei, la soglia di esenzione resta ferma a 4 euro al giorno, come stabilito dalla Legge di Bilancio 2020 e confermato anche nel 2026. Ciò significa che, superata tale cifra, la parte eccedente concorre alla formazione del reddito imponibile del lavoratore e viene tassata come qualsiasi altra voce retributiva.

Oggi, la maggior parte dei buoni distribuiti in Italia si attesta su un valore medio compreso tra 6 e 10 euro, con variazioni a seconda del contratto collettivo, della località e delle politiche aziendali.

Le aziende del settore privato, soprattutto quelle di medie e grandi dimensioni, hanno progressivamente innalzato l’importo medio dei ticket in linea con l’inflazione e con i costi di ristorazione.

Tutti i vantaggi concreti dei buoni pasto (e quanto costano all’azienda)

I buoni pasto rappresentano uno dei benefit più diffusi e vantaggiosi del panorama lavorativo italiano, sia per i lavoratori che per le imprese. Oltre alla flessibilità d’uso, il loro successo è dovuto a un sistema di agevolazioni fiscali e contributive che li rende economicamente convenienti per entrambe le parti.

Per le aziende, la normativa resta estremamente vantaggiosa: i buoni pasto sono interamente deducibili dal reddito d’impresa e l’IVA applicata, al 4%, è integralmente detraibile. Non si pagano contributi previdenziali né imposte aggiuntive, il che rende il buono pasto un benefit “neutro” dal punto di vista del costo del lavoro, ma estremamente efficace in termini di fidelizzazione e benessere aziendale.

I liberi professionisti e le imprese individuali possono invece detrarre l’IVA al 10% e dedurre fino al 75% della spesa, nel limite del 2% del fatturato annuo.

Dal punto di vista dei lavoratori, il vantaggio è altrettanto chiaro: i buoni pasto non concorrono alla formazione del reddito e sono quindi netti al 100%. Un ticket da 10 euro equivale effettivamente a 10 euro di potere d’acquisto, senza trattenute.

Inoltre, la distribuzione dei buoni pasto migliora il clima aziendale, aumenta la soddisfazione e la fidelizzazione dei dipendenti e contribuisce a rafforzare la percezione positiva del datore di lavoro. Non a caso, secondo dati Pluxee 2026, il 74% dei lavoratori valuta i benefit aziendali come un elemento decisivo nella scelta di un nuovo impiego, e i buoni pasto figurano stabilmente tra i più richiesti.

Nel complesso, quindi, i buoni pasto costano poco alle aziende ma valgono molto in termini di produttività, reputazione e benessere dei lavoratori.

La differenza tra i buoni pasto e l’indennità sostitutiva di mensa

I buoni pasto, in qualunque forma vengano erogati, sostituiscono il servizio mensa quando l’azienda non dispone di una mensa interna o esterna convenzionata. In tali casi, il lavoratore può utilizzare i buoni presso bar, ristoranti, agriturismi o supermercati convenzionati per il consumo o l’acquisto di generi alimentari.

Se, tuttavia, la sede di lavoro è situata in una zona dove risulta impossibile utilizzare i ticket (ad esempio, in aree isolate o prive di esercizi convenzionati), l’azienda può riconoscere al dipendente un’indennità sostitutiva di mensa. Si tratta di una somma di denaro erogata direttamente in busta paga, pari al valore del buono pasto previsto.

Questa indennità è esente da tassazione alle medesime condizioni dei buoni pasto, purché sussistano determinati requisiti fissati dall’INPS:

  • orario di lavoro che preveda una pausa destinata al vitto;
  • assegnazione stabile a una specifica unità produttiva;
  • impossibilità di raggiungere, senza mezzi di trasporto, un esercizio convenzionato.

Anche per l’indennità sostitutiva valgono i limiti di esenzione di 4 euro per i buoni cartacei e 10 euro per quelli elettronici. In questo modo, viene mantenuta una piena equiparazione tra chi può usufruire dei ticket e chi, per motivi logistici, riceve invece l’importo equivalente in denaro.

A chi spettano i buoni pasto (e quando): la normativa vigente

Nel 2026, i buoni pasto spettano a tutti i lavoratori dipendenti – sia a tempo pieno che part-time – delle aziende che hanno scelto di aderire a questo sistema di welfare. Vengono generalmente distribuiti ogni mese, in proporzione ai giorni lavorativi effettivi, tramite società emittenti accreditate.

Possono riceverli non solo i dipendenti del settore privato, ma anche quelli pubblici, qualora previsto dal proprio contratto collettivo o da specifici accordi aziendali. L’erogazione dei buoni pasto è infatti una scelta facoltativa, salvo diversa disposizione nei CCNL di categoria, dove può essere obbligatoria.

In ogni caso, i ticket possono essere riconosciuti anche quando l’orario di lavoro non prevede una pausa pranzo vera e propria, purché si tratti di un orario che, per durata, la renderebbe teoricamente necessaria.

Le società emittenti si occupano di gestire le convenzioni con gli esercenti, assicurando ai lavoratori una rete capillare di punti vendita e ristorazione. Ogni buono – cartaceo o elettronico – può essere utilizzato solo dal titolare, e non può essere ceduto a familiari o terzi.

Nel caso dei lavoratori part-time, il diritto ai buoni pasto dipende dalle ore lavorate: se il turno comprende una pausa pranzo o cena, il buono spetta; diversamente, l’azienda può scegliere di non riconoscerlo.

Questa flessibilità è uno dei motivi del grande successo del sistema, che continua a espandersi anche nei settori del terziario e dei servizi.

I buoni pasto sono obbligatori?

No, i buoni pasto non sono obbligatori per legge. Nessuna norma impone ai datori di lavoro di fornirli, salvo che il contratto collettivo nazionale o un accordo aziendale ne preveda esplicitamente l’erogazione.

In assenza di obblighi, la loro concessione rientra nelle politiche di welfare discrezionali dell’azienda, che può scegliere di riconoscerli come benefit aggiuntivo o come forma di incentivo. Molte imprese, soprattutto nel settore privato, li considerano oggi uno strumento strategico di retention, utile a trattenere e motivare i dipendenti.

Tuttavia, quando un’azienda decide di introdurli, deve rispettare le normative fiscali e contributive vigenti, garantendo parità di trattamento tra i lavoratori appartenenti alla stessa categoria.

C’è un massimo di spesa giornaliera con i buoni pasto?

Sì, ma con regole precise. La normativa consente di utilizzare fino a 8 buoni pasto al giorno presso gli esercizi convenzionati, indipendentemente dal formato (cartaceo o elettronico).

Ciò significa che un dipendente può pagare, ad esempio, fino a 80 euro in un’unica transazione se i buoni hanno un valore unitario di 10 euro.

I buoni pasto possono essere spesi in ristoranti, bar, mense, supermercati, agriturismi, ittiturismi e spacci aziendali autorizzati alla vendita al dettaglio o alla somministrazione di alimenti e bevande.

Non è invece consentito utilizzarli per acquistare prodotti non alimentari, alcolici o altri beni diversi da quelli previsti dal decreto MISE n.122/2017. Inoltre, i buoni non sono cumulabili con altre promozioni o sconti se ciò comporta una riduzione non autorizzata del prezzo dei beni acquistati.

È bene ricordare che ogni ticket ha una data di scadenza (di solito 12 mesi dall’emissione) e che i buoni non utilizzati entro tale termine perdono validità.

Buoni pasto e smart working: c’è qualche differenza?

Con la diffusione dello smart working, molte aziende hanno scelto di mantenere i buoni pasto anche per i dipendenti in lavoro agile, garantendo loro lo stesso trattamento dei colleghi in presenza.

In Italia, non esiste una legge che obblighi i datori di lavoro a concedere i buoni pasto ai lavoratori da remoto, ma gli accordi aziendali e i CCNL possono prevederlo. In linea generale, se il lavoratore agile svolge la stessa attività e rispetta lo stesso orario dei colleghi in sede, ha diritto agli stessi benefit, inclusi i ticket restaurant.

Nel settore pubblico, invece, la situazione è più rigida: i dipendenti che lavorano da remoto senza vincoli di orario o luogo non possono ricevere buoni pasto, mentre chi segue orari identici a quelli dei colleghi in presenza può percepirli alle stesse condizioni.

In ogni caso, l’estensione dei buoni pasto allo smart working rappresenta una tendenza consolidata del welfare aziendale moderno, che punta a garantire equità e inclusione tra tutte le modalità di lavoro.

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