Bagno di realtà per i BTP di Meloni. Impennata per i rendimenti e per lo spread BTP-Bund all’indomani degli annunci della BCE. Esplode l’ansia sui bond sovrani.
Esplode l’ansia per i bond dell’area euro e, in particolare, per i BTP. All’indomani del secondo BCE Day del 2026, gli smobilizzi sui Titoli di Stato italiani non si fermano, anzi si intensificano, al punto da far volare i rendimenti decennali dei BTP al 3,93%, ovvero - nella sola sessione di oggi - di ben 16 punti base.
Ormai la soglia pericolo del 4% è a un passo.
In rialzo anche i rendimenti dei Bund tedeschi a 10 anni, che avanzano di 7 punti base, dunque in misura inferiore, superando il 3%.
Il fatto che la carta italiana venga scaricata in modo più aggressivo rispetto a quella tedesca infiamma inevitabilmente lo spread BTP-Bund a 10 anni, che balza fino a 91 punti base.
Vale la pena di ricordare che, prima della guerra in Iran, lo spread viaggiava ai minimi dal 2008, a quota 60 punti base. Il differenziale si è impennato di ben 30 punti base in meno di tre settimane, a conferma di come gli shock geopolitici e dei mercati in generale riescano a mandare gli asset in tilt, soprattutto se si tratta poi di asset che vengono considerati rischiosi.
L’ansia per i BTP di Meloni aumenta, anche se va detto che è da un po’ di tempo che il trend dei Titoli di Stato italiani era tornato sotto il radar degli investitori, insieme allo spread BTP-Bund a 10 anni, e non per motivi positivi, contrariamente a quanto era avvenuto negli ultimi due anni.
Per la precisione, non per quella caduta dello spread di questi ultimi due anni che ha fatto tanto gongolare il governo Meloni.
Più volte la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti hanno fatto notare infatti agli italiani con grande orgoglio l’appetito degli investori - di casa, ed esteri - verso il debito pubblico della Patria.
Ma ora le cose sono cambiate, come conferma il continuo scatto dei rendimenti dei BTP, schizzati già ieri fino a +11 punti base, balzando anche oltre la soglia del 3,80%, che corrisponde al record dall’aprile del 2025. Oggi, venerdì 20 marzo 2026, la situazione peggiora, tanto che, a essere superata, è stata anche la soglia del 3,90%. Ormai la soglia pericolo del 4% è dunque a un passo.
Negli ultimi mesi, prima dell’escalation delle tensioni in Medio oriente il dietrofront del differenziale tra i rendimenti dei BTP e quelli dei Bund a 10 anni era stato impressionante: da oltre 200 punti base alla fine del 2023 a quota 60, fino alla fine di febbraio.
I BTP erano riusciti a battere per diversi mesi anche gli OAT francesi, mostrando rendimenti decennali più bassi rispetto a quelli transalpini.
Spiegato in parole semplici, i mercati erano arrivati a considerare il debito pubblico francese più rischioso di quello italiano. La situazione si è tuttavia ribaltata, fermo restando che gli economisti hanno spesso avvertito l’Italia di Meloni di non cantare vittoria per il calo dello spread, facendo notare come la flessione dell’indicatore fosse dovuta più al balzo dei rendimenti dei Bund, che non alla flessione sostenuta dei rendimenti dei BTP.
Il bagno di realtà si è presentato nella settimana immediatamente successiva all’attacco contro l’Iran sferrato dagli Stati Uniti e da Israele il 28 febbraio scorso.
L’avversione al rischio significativa che ha travolto i mercati a causa dell’impennata dei prezzi del petrolio e del gas ha portato gli investitori a scaricare un po’ tutto: azioni e titoli di Stato. Questi ultimi sono stati venduti, in alcuni casi a man bassa, sia nell’area euro che negli Stati Uniti a causa della prospettiva di tassi di interesse destinati a essere necessariamente alzati dalle banche centrali, per effetto di una inflazione attesa più calda, per le pressioni rialziste sul trend dei prezzi provocate dal balzo delle quotazioni del crude oil e del gas.
Non per niente, oggi, nel Day After della riunione della BCE, le aspettative dei mercati e degli economisti sono di una Banca centrale europea costretta a tornare ad alzare i tassi entro la fine del 2026.
E se i BTP sono finiti sotto attacco in misura maggiore rispetto ai Bund è per il solito vecchio motivo. Per quanto destinata a indebitarsi con il bazooka fiscale, la Germania di Friedrich Merz presenta tuttora conti pubblici sotto controllo, a fronte di un debito dell’Italia che continua a essere considerato monstre, in rapporto al PIL.
In momento di evidente avversione al rischio, o anche di risk off, si continua insomma come sempre a vendere Italia, più che Germania. D’altronde, per quanto le agenzie di rating abbiano premiato i BTP, la pagella rimane tuttora decisamente al di sotto di quella di Berlino, che può vantare ancora la tripla A.
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