Le aziende tecnologiche sembrano pronte a rivedere il loro approccio con gli stipendi dei dipendenti nel 2025.
Dopo anni di utilizzo massiccio di compensazioni basate su azioni per attrarre e trattenere talenti, soprattutto in un’era caratterizzata da tassi d’interesse bassissimi e un’euforia post-pandemia, il settore sta ora affrontando una nuova realtà: la pressione degli investitori verso una maggiore redditività e una gestione più oculata dei costi.
Nel 2021, ben 121 aziende tecnologiche sono sbarcate in borsa, un livello che non si vedeva dai tempi della bolla dotcom.
Molte di queste realtà erano in rapida crescita ma non ancora redditizie e hanno sfruttato l’uso di azioni per compensare i dipendenti, risparmiando liquidità e scommettendo su valutazioni in continua ascesa. Per i dipendenti, l’equity appariva una scommessa sicura, considerato che l’indice BVP Nasdaq Emerging Cloud aveva raddoppiato il suo valore solo l’anno precedente.
Tuttavia, non erano solo le startup a seguire questa tendenza. Anche le aziende più consolidate, incluse quelle nell’indice Russell 3000, hanno fatto largo uso di questa strategia. Secondo Morgan Stanley, tra il 2006 e il 2022 la compensazione azionaria è cresciuta del 15% all’anno, superando di gran lunga il tasso di crescita dei ricavi, fermo al 4%. Nel 2022, tale forma di retribuzione rappresentava circa l’8% della compensazione totale per le aziende pubbliche statunitensi, con una forte prevalenza nel settore tecnologico.
Oggi, con un aumento dei tassi d’interesse e una crescente attenzione alla redditività, il contesto sta cambiando. Le aziende tecnologiche, che avevano prosperato in un’era di «crescita a tutti i costi», sono ora costrette a focalizzarsi sull’espansione profittevole. Il calo dell’indice Emerging Cloud nel 2022 e l’ampliamento della distanza tra le aziende capaci di rispettare la «regola del 40» (che combina crescita dei ricavi e margine EBITDA) e quelle che non lo fanno, evidenziano il mutato contesto.
Inoltre, i compensi azionari comportano costi impliciti: la diluizione delle partecipazioni esistenti e una riduzione degli utili per azione. Persino un gigante come Salesforce ha dovuto rassicurare gli investitori nel 2023, impegnandosi a bilanciare la diluizione tramite programmi di buyback. Tuttavia, ciò appare sempre più come una strategia contorta per evitare costi immediati, trasferendoli però al flusso di cassa futuro.
Questi cambiamenti non influiranno solo sui bilanci aziendali, ma anche sulla capacità delle aziende di attrarre talenti. La compensazione in azioni ha rappresentato per anni una leva potente per le startup, consentendo loro di competere con colossi tecnologici per attrarre professionisti qualificati, nonostante budget ridotti.
Con il calo dell’attrattiva delle azioni, le aziende potrebbero dover riconsiderare i pacchetti retributivi, puntando su salari più competitivi o benefit alternativi. Questo cambiamento potrebbe anche influenzare la cultura aziendale, riducendo la sensazione di partecipazione diretta dei dipendenti al successo della società.
Un altro elemento chiave è la crescente pressione da parte degli investitori e della regolamentazione. Gli azionisti sono sempre meno disposti ad accettare politiche di compensazione diluitive che compromettono i loro guadagni futuri. Parallelamente, le autorità regolatorie stanno aumentando la trasparenza sui pacchetti retributivi, costringendo le aziende a giustificare meglio le loro scelte.
Con le banche centrali che probabilmente taglieranno i tassi più lentamente del previsto a causa di un’inflazione persistente, le aziende tecnologiche dovranno rivalutare l’uso delle azioni come parte della retribuzione. Questo potrebbe significare un ritorno alla liquidità, che garantisce maggiore trasparenza e stabilità per i dipendenti e riduce il malcontento tra gli investitori.