Brexit, sì al rinvio dal parlamento britannico

Arriva il sì al rinvio della data d’uscita dall’Unione Europea. Respinta l’ipotesi secondo referendum

Brexit, sì al rinvio dal parlamento britannico

Westminster ha appena votato sì al rinvio della Brexit, riconoscendo che è necessario più tempo per superare lo stallo sul cosiddetto ’leave’ della Gran Bretagna dall’UE.

La mozione dà incarico al primo ministro Theresa May di modificare l’articolo 50, ovvero quello che disciplina le modalità d’uscita.

Con 412 sì contro 202 no il governo May può quindi chiedere all’Ue un rinvio breve della Brexit, per uno slittamento di 3 mesi, dal 29 marzo al 30 giugno.

Tuttavia va precisato che ogni tipo di slittamento rispetto alla data del 29 marzo richiede l’approvazione unanime dei restanti 27 stati membri dell’UE.

Il primo ministro potrebbe ora cercare l’estensione dell’articolo 50 in occasione di un summit del Consiglio europeo a Bruxelles giovedì prossimo.

Brexit, sì al rinvio dal parlamento britannico

Quello di scena a Westminster è stato l’ultimo voto sul fronte Brexit, il terzo in tre giorni per il parlamento britannico, che vive un clima di notevole caos e incertezza, sull’onda di numerosi e ripetuti dissidi interni al governo May.

Lo scenario è stato aperto dalla bocciatura da parte del Parlamento britannico dell’l’ipotesi no deal, concretizzatasi lo scorso mercoledì.

Al vaglio oggi c’era invece il rinvio della data d’uscita del Regno Unito dall’Ue. La scadenza 29 marzo - data da sempre indicata come quella per il “leave” ufficiale - è quindi impossibile da rispettare.

Scenario preventivato oggi anche dal capo negoziatore, Michael Barnier, che ha caldamente invitato a prepararsi a una Brexit senza accordo, il cosiddetto scenario del no deal:

“Voglio dire che la situazione è grave e che bisogna prepararsi allo scenario di un no deal. Siamo pronti, ma raccomando di non sottostimare le conseguenze”.

La distinzione che entrava in scena era quindi solo quella tra rinvio breve e rinvio lungo.
Theresa May preme decisamente per il cosiddetto “short delay”.

Eppure, c’è da considerare che l’ultima parola spetta all’Ue, chiamata a decidere se concedere o meno al Regno Unito l’estensione dell’Articolo 50.

Secondo Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo, è opportuno concedere un lungo slittamento rispetto alla data del 29 marzo, così da garantire all’UK un “ripensamento della sua strategia sulla Brexit”.

Westminster ha inoltre respinto l’ipotesi secondo referendum sulla Brexit, con 334 voti a 85; un duro colpo per i sostenitori del cosiddetto «People’s Vote»

Con l’emendamento si prevedeva un’uscita dall’Ue posticipata per tutto il tempo necessario a organizzare ed effettuare un voto publbico sulle nuove condizioni da stabilire in merito al leave.

A fare da cornice al tutto anche il nuovo attacco da parte di Donald Trump ai danni di Theresa May, rea di non aver seguito i consigli del tycoon USA e di aver gestito in malomodo le politiche e le negoziazioni relative all’uscita.

Trump ha anche ribadito che gli Stati Uniti intendono restare spettatori esterni e del tutto passivi rispetto ai negoziati sul ’leave’, specificando però che - in ogni caso e malgrado tutti gli errori fatti - i negoziati devono essere portati avanti.

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