Anche questo fondo frena la corsa ai riscatti degli investitori che bussano alla sua porta sulla scia dell’ansia che sta travolgendo l’intero mercato del private credit.
Il colosso americano della gestione patrimoniale Blackstone, tartassato dalle richieste di rimborsi arrivate da chi ha investito nel suo maxi fondo da 79 miliardi di dollari Blackstone Private Credit (BCRED), ha deciso di limitare i prelievi, fissando un tetto massimo alle somme che potranno essere ritirate.
Il gigante ha imposto per la precisione un tetto ai riscatti degli investitori pari al 5% delle quote, dopo che le richieste di rimborso hanno raggiunto il 10% nel corso del secondo trimestre.
Blackstone, il maxi fondo tartassato da richieste di riscatti dall’inizio del 2026
Blackstone Private Equity BCRED è uno dei primi grandi veicoli semi-liquidi di private credit ad aggiornare il mercato sull’andamento delle richieste di rimborso del trimestre.
Il fondo aveva già visto arrivare nel primo trimestre del 2026 domande di riscatti a livelli record, pari al 7,9% del patrimonio, ovvero di circa 3,8 miliardi di dollari.
Le richieste sono poi schizzate fino a stralciare il record precedente, balzando per l’appunto al 10% nel secondo trimestre.
La decisione di Blackstone, che segue di un giorno quella del colosso svizzero Partners Group, conferma l’ansia degli investitori che hanno deciso in passato di puntare sui fondi di credito privato, e che ora temono sempre di più una crisi di liquidità di questi veicoli, noti per finanziare, spesso con accordi che coinvolgono anche grandi colossi bancari, società non quotate in Borsa.
Di una possibile crisi e di stress che stanno colpendo il mercato del private credit si parla ormai da parecchio tempo, con l’alert lanciato più volte dall’inizio del 2026.
Perché l’ansia degli investitori per il private credit è esplosa. C’entrano i tassi di interesse
La paura è che il meccanismo che in questi ultimi anni ha consentito al credito privato di registrare una crescita esplosiva, fino a valere $2 trilioni, finisca per incepparsi, infettando l’intero sistema finanziario.
Alla base del grande timore ci sono le tante aziende che sono state finanziate in passato dai fondi di private credit: aziende i cui fondamentali non sono sempre di facile accesso in quanto, non essendo quotate in Borsa, non sono obbligate alla disclosure pubblica continua sulla loro reale salute finanziaria.
Il problema è rappresentato dal contesto finanziario decisamente mutato in cui queste società si trovano a operare.
Controllate spesso da fondi di private equity, tante aziende si sono indebitate quando i tassi di interesse erano bassi.
Ora, tuttavia, i tassi di interesse sono decisamente più alti rispetto agli anni in cui le società erano state finanziate dai fondi (soprattutto nell’arco temporale compreso tra il 2015 e il 2022).
Risultato: il costo del debito è aumentato in modo drastico e la preoccupazione per chi ha investito nei fondi di private credit è che i fondi stessi non vedano tornare più indietro i crediti erogati, a causa di possibili casi di insolvenza da parte delle aziende.
Molte di loro sono state finanziate infatti con prestiti a tasso variabile e ora, a fronte di tassi più elevati rispetto al passato, devono devolvere una quota crescente dei flussi di cassa al servizio del debito, aumentando il rischio di insolvenza e, di conseguenza, le potenziali perdite per i fondi che hanno erogato i finanziamenti.
Gli investitori guardano con paura anche alla prospettiva di una massiccia ondata di rifinanziamenti nei prossimi anni, quando numerosi prestiti concessi durante l’era del denaro a basso costo arriveranno a scadenza e dovranno essere rinnovati a condizioni molto meno favorevoli, in un contesto in cui tra l’altro i tassi, già alti, rischiano di essere alzati ulteriormente dalle banche centrali, (vedi BCE), preoccupate per l’inflazione crescente.
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Occhio al tasso di default, mentre PIMCO paventa il peggio. E attenti alle banche
Alcuni dati hanno già segnalato la potenziale gravità della situazione.
Fitch Ratings ha riferito che il tasso di default nel mercato statunitense del private credit ha raggiunto il 6% ad aprile, un livello record.
L’ansia di chi ha puntato sui fondi del private credit sta così montando, portando gli investitori a presentare sempre di più richieste di riscatto, presi dal timore di non venire rimborsati.
Le richieste sono salite al punto tale che i fondi di private credit, per tutelare la loro stessa liquidità, hanno deciso di imporre tetti massimi ai prelievi.
Blackstone è soltanto uno dei tanti ultimi casi, mentre un allarme sul private credit è stato lanciato, tra gli altri, da PIMCO, con il direttore degli investimenti Daniel Ivascyn che ha avvertito che “c’è molto che sta accadendo sotto la superficie”, aggiungendo che “ci troviamo, credo, nel mezzo del primo ciclo sostenuto di default o di perdite in tanti, tanti anni”.
E la preoccupazione, a causa del legame tra i fondi del credito privato e il settore bancario, sta aumentando anche per le perdite in cui potrebbero incorrere molte grandi banche.
Quella più esposta ai guai del private credit in Europa è Deutsche Bank, insieme ad altri tre grandi nomi del mondo della finanza.
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