Un taglio dei tassi dell’Eurozona nel mese di giugno da parte della Bce? Un fatto compiuto, per dirla in francese un “fait accompli”. É quanto ha detto il vice di Christine Lagarde, Luis de Guindos, in un’intervista recente rilasciata al quotidiano francese Le Monde.
Il dado del primo taglio dei tassi euro, praticamente, è tratto.
L’incognita è piuttosto su cosa farà la Banca centrale europea, dopo che avrà tagliato i tassi il prossimo 6 giugno, visto che la battaglia contro l’inflazione non è stata ancora vinta.
Se il taglio dei tassi a giugno può essere considerato un “fatto compiuto”, la Bce non si trova infatti ancora nella posizione di poter annunciare a gran voce “Mission Accomplished”, anche se i progressi fatti finora sono stati significativi.
E di questo gli economisti e gli strategist sono ben consapevoli, tanto da essere più prudenti su quelle che saranno le prossime mosse dell’Eurotower.
Un chiaro allarme, nel frattempo, arriva dal mercato del forex, in particolare dal cambio euro-dollaro (EUR-USD).
Bce: taglio tassi a giugno, ma poi? Cosa dicono gli economisti
La cautela è evidente nei risultati del sondaggio lanciato da Reuters, che ha interpellato 97 economisti nei giorni compresi tra il 15 e il 22 aprile.
Il verdetto è stato il seguente: la grande maggioranza degli esperti, ben 91 su 97, ha detto di ritenere che la Bce taglierà i tassi dell’area euro di 25 punti base, nella riunione di giugno, facendo così scendere il tasso sui depositi dal 4% attuale al 3,75%.
Fin qui tutto bene, visto che questo taglio è prezzato dai mercati.
“Giugno appare il mese in cui i tassi inizieranno a essere tagliati – ha commentato Bias van Geffen, senior strategist macro di Rabobank – Soltanto una grande delusione per i dati sui salari, che saranno diffusi alla metà del mese prossimo, potrebbero far deragliare un taglio nel mese di giugno, qualcosa di molto improbabile”.
È stato però lo stesso Geffen a sollevare l’interrogativo su quanto la Bce di Lagarde potrà decidere di tagliare i tassi in seguito, dopo la mossa di giugno, “visto che esistono ancora rischi al rialzo sull’inflazione”, tra l’altro anche “amplificati”. E visto che, per l’appunto, c’è ancora la Fed, di cui ha parlato lo stesso de Guindos nella sua intervista a Le Monde.
Alcuni economisti stanno dunque rivedendo il proprio outlook sui tagli dei tassi che la Bce si appresta ad annunciare.
In generale, dal sondaggio di Reuters, è emerso che poco più della metà degli economisti intervistati, ovvero 52 su 97, crede che la banca centrale europea taglierà i tassi sui depositi altre due volte, dopo giugno, nel corso di quest’anno, a fronte delle tre sforbiciate su cui i mercati continuano tuttora a scommettere.
Sull’entità dei tagli, sette sono gli economisti che prevedono una riduzione totale di 50 punti base nel 2024, mentre sono 38 a stimare un calo dei tassi di 100 punti base o anche superiore.
Una percentuale inferiore rispetto a quella di appena un mese fa. Dal sondaggio di Reuters lanciato a marzo era emersa infatti una maggioranza più ampia di economisti che avevano stimato una sforbiciata uguale o superiore ai 100 punti base nel corso del 2024: 39, in tutto, ma su un totale di 77 economisti (ora sono invece 38 su 97), puntavano su quel taglio del costo del denaro.
Il repricing delle aspettative sui tassi della Bce è notevole, e si spiega non solo e forse non tanto con l’inflazione dell’area euro, ma con l’inflazione degli Stati Uniti, dunque con la paura sulle prossime mosse della Fed.
“Nell’arco degli ultimi mesi abbiamo dovuto ridurre le aspettative più dovish sui tassi della Bce – ha ammesso Mark Wall, responsabile della divisione di economia europea di Deutsche Bank – L’economia si sta confermando più robusta e l’inflazione è più persistente di quanto avessimo previsto”.
Bce, per de Guindos taglio tassi ‘fait accompli”. Ma inflazione Usa-Fed fanno paura
La preoccupazione è stata chiaramente espressa anche da Luis de Guindos.
“La battaglia non è finita”, ha avvertito il vice di Christine Lagarde, intervistato da Le Monde, pur mettendo in evidenza i risultati della lotta contro l’inflazione lanciata dalla Bce, nel luglio del 2022, combattuta a colpi di strette monetarie, fino al settembre del 2023.
“Abbiamo incassato diverse vittorie lungo il percorso verso la disinflazione. Siamo passati da una inflazione al 10% a una al 2,4%. Anche l’inflazione core sta scendendo e ora è al di sotto del 3%. Tutti gli indicatori si stanno muovendo nella giusta direzione. Non ci siamo ancora, ma la fine è vicina. Crediamo di riuscire a raggiungere il nostro target del 2% nel 2025”.
A patto, ovviamente, che non ci siano shock improvvisi.
“Guardando al di là dei rischi geopolitici – ha precisato il banchiere – la minaccia più grande che rimane deriva dall’inflazione del settore dei servizi, sostenuta principalmente dai salari”.
Ma le informazioni arrivate sono confortanti:
“Anche qui – ha ammesso de Guindos – assistiamo a un chiaro rallentamento delle dinamiche: i salari, che stavano salendo a un tasso superiore al 5% un paio di trimestri fa, sono aumentati a un ritmo poco superiore al 4% nell’ultimo trimestre del 2023”.
Segnali di buon auspicio, dunque, che tuttavia de Guindos non vuole dare per scontati.
Di conseguenza, se un taglio dei tassi a giugno è cosa praticamente fatta, per l’appunto come ha detto lui stesso in francese un “fait accompli”, “riguardo a quello che accadrà in seguito, rimango molto cauto”.
Alla domanda su “quanto velocemente la Bce potrà tagliare i tassi” dopo la sforbiciata prevista per il prossimo 6 giugno, la risposta del vice di Lagarde è stata così la seguente:
“Dipenderà dal modo in cui evolveranno i dati, dalla situazione geopolitica e dall’impatto potenziale sui prezzi del petrolio, per esempio. Dovremo monitorare anche gli sviluppi dei salari e della produttività e dovremo prendere in considerazione quanto accade negli Stati Uniti, dove l’inflazione è più alta”.
“Il livello di incertezza rende molto difficile dare una risposta”.
Il punto, infatti, è che “quello che la Federal Reserve decide è cruciale non solo per gli Stati Uniti, ma anche per l’economia globale, che condiziona anche l’area euro”.
Attenti all’EUR-USD con la scommessa short dei trader
Non poteva mancare il riferimento a quel fattore che più di tutti porta a temere che la Bce possa finire con l’essere costretta a tagliare i tassi in misura meno significativa, per non prendere troppo le distanze dalla politica monetaria della Fed.
Quel fattore si chiama euro-dollaro EUR-USD: se, per effetto o in vista dei tagli dei tassi di interesse da parte della Bce l’euro si indebolisse troppo nei confronti della valuta americana, l’Eurozona si troverebbe infatti a pagare prezzi più salati per i beni che acquista dagli Usa, importando così una maggiore inflazione e rischiando di tornare a essere assillata dall’incubo dell’impennata dei prezzi.
In poche parole, una maggiore divergenza tra la politica monetaria degli Stati Uniti e quella dell’Eurozona rischierebbe di vanificare gli sforzi fino a ora compiuti dall’Eurotower.
“Il rapporto euro-dollaro potrebbe essere uno dei canali attraverso cui si manifesterebbe un impatto”, ha ammesso de Guindos, che ha poi puntualizzato: “Non abbiamo un target per il rapporto di cambio, ma dobbiamo prendere in considerazione l’impatto dei movimenti” che si presentano sul forex.
E i movimenti stanno dando chiari segnali, che non piaceranno sicuramente alla Bce: l’euro-dollaro viaggia al minimo degli ultimi sei mesi, attorno a quota $1,0650.
Il motivo? La speculazione dei trader.
La moneta unica sta pagando infatti gli attacchi short dei trader, che stanno scommettendo in modo più significativo proprio sulla divergenza tra la politica monetaria dell’area euro e quella della Fed guidata da Jerome Powell.
In tanti ritengono ormai che il rapporto EUR-USD testerà la parità entro la fine del 2024, fattore che metterebbe necessariamente la Bce sull’attenti.
Insomma, inutile girarci intorno. A dispetto di quanto affermato dalla presidente della Bce Christine Lagarde nell’ultima riunione del Consiglio direttivo dell’11 aprile scorso, una Fed costretta ad agire in modo diverso dalla Bce e a mantenere i tassi sui fed funds Usa più alti per un periodo di tempo più lungo è, per la stessa Eurotower, fonte di preoccupazione.
De Guindos stesso, nel parlare del fenomeno di repricing delle aspettative sui tagli ai tassi, ha avvertito che “i timori relativi agli Stati Uniti potrebbero riflettersi sulle aspettative dei mercati finanziari, che stanno al momento prezzando un processo perfetto di disinflazione, con un soft landing dell’economia, un calo dell’inflazione, tassi di interesse più bassi, etc”.
Ciò significa che, “se dovesse accadere qualsiasi cosa di imprevisto, potremmo assistere a un aumento della volatilità e a una correzione dei prezzi che potrebbe finire con il colpire le banche europee”.
Uno scenario realistico visto che, così come ha ricordato de Guindos, “il processo di disinflazione negli Stati Uniti è rallentato in modo considerevole: l’inflazione è lievemente al di sotto del 3,5% e l’inflazione core è appena inferiore al 4%”.
In occasione dell’ultima riunione di politica monetaria della Bce, Christine Lagarde ha ribadito che la Banca centrale europea non dipende dalla Fed, ma dai dati macro.
Bisogna capire tuttavia se i mercati abbiano intenzione di credere a Lagarde. E le ultime indicazioni stanno dicendo piuttosto l’opposto.
In più, a de Guindos si potrebbe far notare che il fenomeno di repricing sui tassi dell’area euro e Usa è in atto già da un po’: è dall’inizio del 2024, infatti, che i dati relativi all’inflazione più persistente delle attese hanno affondato le scommesse super dovish che si erano infiammate alla fine del 2023.