Altro che euro e dollaro. È questa la valuta che può battere tutti nel 2026

Claudia Cervi

2 Maggio 2026 - 07:52

Tassi, materie prime e Cina: la combinazione che può far correre questa valuta oltre euro e dollaro. Ecco come sfruttarla.

Altro che euro e dollaro. È questa la valuta che può battere tutti nel 2026

Nel 2026, euro e dollaro potrebbero non essere le valute più performanti. Sui mercati si stanno facendo strada valute più legate all’andamento del ciclo economico. Tra le valute più osservate c’è il dollaro australiano, che in alcuni scenari potrebbe fare meglio di entrambe.

Non si tratta di un cambio strutturale degli equilibri, ma di una fase di mercato in cui possono crearsi le condizioni per una sovraperformance anche a doppia cifra. Perché questo accada devono però allinearsi tre fattori: un allargamento del differenziale dei tassi d’interesse, un rafforzamento del ciclo delle materie prime e una Cina in grado di sostenere la domanda globale.

I primi due segnali sono già in parte visibili. In Australia i tassi restano più elevati rispetto a Stati Uniti ed Europa e questo continua ad attirare capitali verso l’AUD. Sul lato delle commodities, ci sono segnali di ripresa della domanda legata a infrastrutture ed energia, anche se non si può ancora parlare di un vero e proprio ciclo rialzista generalizzato.

La variabile decisiva resta però la Cina: è lì che si gioca la sostenibilità di questo movimento.

Perché il dollaro australiano può fare meglio di euro e dollaro

Il dollaro australiano si trova in una fase in cui il contesto macro gioca più a suo favore rispetto a euro e dollaro USA. La Reserve Bank of Australia potrebbe già nella riunione del 5 maggio muoversi in controtendenza: l’accelerazione dei prezzi energetici, con il carburante salito del 33% a marzo, sta spingendo l’inflazione complessiva verso il 5% nel secondo trimestre. Un quadro che rende difficile allentare la politica monetaria e mantiene aperta la porta a un nuovo rialzo dei tassi.

È proprio qui che si crea il vantaggio. Mentre Fed e BCE restano più accomodanti, l’Australia mantiene tassi più elevati e un percorso meno incline ai tagli. Oggi il tasso della Reserve Bank of Australia è intorno al 4,1%, con attese di mercato verso il 4,5–4,6% entro fine anno. Negli Stati Uniti, invece, i Fed Funds resteranno ancora nel range del 3,50%-3,75% per diversi mesi. In Europa, i tassi BCE dovrebbero essere confermati al 2%, ma potrebbero salire al 2,25% a giugno. È questo il differenziale, già visibile, che continua ad attirare flussi verso l’AUD.

In ogni caso, l’AUD non ha la pretesa di sostituire le grandi valute di riferimento, ma può guadagnare terreno e, almeno in questa fase, fare meglio.

Altri driver decisivi: materie prime e Cina

Il vantaggio sui tassi da solo non basta a spiegare i movimenti del dollaro australiano. Quello che conta è soprattutto il contesto globale, e in particolare l’andamento delle materie prime. L’economia australiana è da sempre fortemente legata all’export di risorse (ferro, rame, carbone, gas) e quando la domanda internazionale riprende, la valuta tende a beneficiarne in modo diretto.

I segnali, per ora, sono contrastanti. Alcuni comparti restano deboli, altri iniziano a dare indicazioni più costruttive, soprattutto sul fronte dei metalli industriali, sostenuti da investimenti infrastrutturali e transizione energetica. Non si può ancora parlare di un ciclo rialzista vero e proprio, ma il mercato sta iniziando a guardare con più attenzione a questa dinamica.

Un ruolo importante è svolto dalla Cina. I dati dei primi mesi del 2026 hanno mostrato una crescita solida, ma il nodo è la continuità. Se la domanda cinese regge, l’effetto sulle materie prime può diventare significativo e rafforzare anche l’AUD. In caso contrario, il rischio è che il movimento resti incompleto, con una valuta sostenuta dai tassi ma senza una vera spinta di fondo.

Quando AUD può davvero battere euro e dollaro (e come sfruttarlo)

Lo scenario che oggi il mercato considera più probabile è quello di una crescita globale moderata, senza strappi ma neppure in frenata. È la lettura che emerge da diverse case d’investimento, da BofA a UBS, che vedono l’AUD supportato da tassi relativamente più alti e da un contesto di commodities stabile. Con queste premesse, il dollaro australiano potrebbe guadagnare terreno, ma in modo graduale: negli ultimi 12 mesi l’Aussie è già salito di circa +10–12%, portandosi verso i livelli più alti dal 2022.

Se invece il ciclo delle materie prime dovesse ripartire davvero, spinto da una Cina più solida e da investimenti globali in infrastrutture ed energia, ci sarebbe spazio per un rafforzamento più deciso: AUD/USD stabile sopra 0,70 con estensioni verso 0,75, mentre EUR/AUD scenderebbe verso 1,60. In tal caso l’AUD diventerebbe una delle valute più performanti, non tanto per un investimento diretto sul Forex, quanto per un potenziale doppio beneficio investendo su titoli delle materie prime.

Per un investitore europeo, comprare società come BHP Group o Rio Tinto significa infatti esporsi direttamente al ciclo delle materie prime. Il cambio, preso da solo, oggi offre un potenziale contenuto: con EUR/AUD già sceso in area 1,63, anche un movimento verso 1,60 implica un apprezzamento dell’AUD nell’ordine del 2–3%.

Se però guardiamo all’investimento nel suo insieme, il rendimento (potenziale) cambia. Se le materie prime entrano in una fase positiva, questi titoli possono beneficiare direttamente del rialzo dei prezzi, con performance dell’8–12% annuo. A questo si aggiunge il dividendo, spesso elevato per il settore, tra il 4–6%, pagato in dollari australiani.

È a questo punto che entra in gioco il cambio: anche un rafforzamento limitato dell’AUD contribuisce ad amplificare il rendimento quando viene convertito in euro. Così, il rendimento complessivo può salire al 12–18%.

Ovviamente la leva valutaria funziona anche al contrario. Nel caso di rallentamento globale, materie prime in calo e ritorno dei flussi difensivi verso il dollaro USA, AUD/USD potrebbe perdere fino al 10%, scendendo a 0,64 almeno, mentre EUR/AUD risalirebbe sopra 1,80, amplificando l’eventuale perdita sui titoli.

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