Alluminio o intelligenza artificiale? La corsa all’energia che divide l’America

Redazione Money Premium

9 Giugno 2025 - 07:00

Negli Stati Uniti il rilancio della produzione di alluminio affronta un ostacolo cruciale: l’energia. Le Big Tech, affamate di elettricità per l’IA, alzano la posta e complicano la sfida.

Alluminio o intelligenza artificiale? La corsa all’energia che divide l’America

L’industria americana dell’alluminio primario, un tempo simbolo della potenza manifatturiera nazionale, è oggi ridotta ai minimi termini.

Dal picco di 33 impianti attivi nel 1980, la produzione si è contratta drasticamente: oggi ne restano solo sei, con una capacità produttiva di appena 700.000 tonnellate all’anno, a fronte dei quasi cinque milioni di allora.

Tra questi, due impianti sono completamente fermi, e altri due — compreso il celebre Mt Holly in South Carolina — operano ben al di sotto delle loro possibilità.

Nonostante questo scenario poco incoraggiante, si intravedono segnali di un possibile rilancio. Due progetti ambiziosi, sostenuti rispettivamente da Emirates Global Aluminium (EGA) e da Century Aluminum, puntano a costruire nuovi stabilimenti per rilanciare la produzione nazionale. Ma entrambi si trovano di fronte allo stesso, enorme ostacolo: l’energia elettrica.

La produzione di alluminio è uno dei processi industriali più energivori esistenti. Per ottenere una tonnellata di alluminio primario servono circa 14.800 kWh. Questo significa che un impianto di dimensioni moderne, capace di produrre 750.000 tonnellate annue, consuma più energia di un’intera metropoli come Boston. Il problema è che questa energia deve essere continua, stabile e a basso costo per garantire la sostenibilità economica del progetto.

Secondo la Aluminum Association, perché un nuovo impianto sia finanziariamente sostenibile con i prezzi attuali dell’alluminio, sarebbe necessario un contratto ventennale di fornitura elettrica a non più di 40 dollari per MWh. Una condizione difficile da ottenere nell’attuale mercato energetico statunitense, dove i prezzi medi nel 2023 sono stati ben superiori in molte delle aree industriali interessate.

A rendere la situazione ancora più complicata è l’ascesa vertiginosa dei data center e delle applicazioni basate sull’intelligenza artificiale. Le grandi aziende tecnologiche — da Microsoft ad Amazon, da Google a Meta — stanno investendo miliardi nella costruzione di nuovi centri di calcolo, che hanno un bisogno costante e crescente di elettricità. E, soprattutto, hanno risorse economiche tali da poter pagare qualunque prezzo pur di garantirsi un approvvigionamento sicuro 24 ore su 24.

Secondo recenti stime, Microsoft ha accettato di pagare 115 dollari per MWh per riattivare la centrale nucleare di Three Mile Island in Pennsylvania, pur di alimentare le sue infrastrutture digitali. Un prezzo quasi tre volte superiore a quello che sarebbe sostenibile per uno smelter. In una simile competizione, l’industria metallurgica rischia di essere tagliata fuori.

EGA ha scelto l’Oklahoma per il proprio progetto da 600.000 tonnellate l’anno, attratta dalla sua abbondanza di energia. Lo stato produce quasi il triplo di quanto consuma, grazie a una combinazione di fonti che include gas naturale (circa il 50%) e energia eolica (circa il 42%), rendendolo uno dei leader nazionali nel settore rinnovabile.

Tuttavia, l’energia eolica è per sua natura intermittente. Per alimentare un impianto così esigente come uno smelter, servirebbero enormi capacità di accumulo energetico, o una significativa quota di energia da fonti fossili. L’accordo finale tra EGA e il fornitore locale di energia, la Public Service Company of Oklahoma, dipenderà dalla possibilità di ottenere una tariffa speciale e stabile per decenni. Fino ad allora, il progetto resta in stand-by.

In parallelo, cresce l’interesse per l’alluminio riciclato, che richiede solo il 5% dell’energia rispetto alla produzione da bauxite. Dal punto di vista ambientale ed economico, il riciclo rappresenta una soluzione molto più efficiente e a basso impatto. Negli ultimi anni, negli Stati Uniti sono stati avviati ben 14 nuovi impianti di rifusione, e la domanda di rottami d’alluminio è attesa raggiungere i 6,5 milioni di tonnellate entro la fine del decennio.

Ma anche qui non mancano i problemi. Il tasso di riciclo delle lattine negli Stati Uniti è fermo a un modesto 43%, e il paese continua a esportare enormi quantità di rottami, soprattutto verso la Cina, che ha fame di materie prime secondarie. Nel 2024, l’export ha toccato i 2,4 milioni di tonnellate, in aumento del 17% rispetto all’anno precedente. Trattenere una quota maggiore di questo materiale nel mercato domestico permetterebbe di rafforzare la filiera nazionale senza le complicazioni legate all’energia.

Il destino dell’alluminio americano si gioca su più fronti: rilancio della produzione primaria, transizione verso energie rinnovabili, e potenziamento del riciclo. Tuttavia, nella lotta per l’accesso all’energia, l’industria metallurgica si trova in svantaggio rispetto a colossi digitali sempre più assetati di potenza.

In attesa che si realizzino condizioni favorevoli per nuovi impianti, il percorso più rapido ed efficiente potrebbe essere investire nella raccolta e nel trattamento dei rottami domestici. Ridurre la dipendenza dalle importazioni, aumentare la circolarità e proteggere una filiera considerata strategica da tutte le agenzie federali: una sfida cruciale, non solo per l’economia, ma anche per la sicurezza nazionale e climatica.