C’è chi la chiama «rivoluzione» e chi, per usare un termine tanto caro a Mao Zedong, «lunga marcia». Da qualunque prospettiva la si guardi, e indipendentemente dalle parole utilizzata per descriverla, la trasformazione in atto nell’industria cinese dell’alluminio è destinata a lasciare un’impronta ben visibile sulla mappa economica del Paese.
Ci sono due mutazioni parallele da attenzionare. Una riguarda il trasferimento delle aziende del suddetto settore dal nord depresso del Paese, ossia dalla cosiddetta Rust Belt del Dragone, al sud, dove è in corso un importante sviluppo hi-tech; l’altra chiama in causa il graduale passaggio alle energie rinnovabili per continuare ad alimentare l’ascesa green della Cina.
Parliamo di processi rilevanti, visto che, secondo i dati dell’industria locale, nel 2024 la produzione cinese di alluminio elettrolitico, il prodotto principale del settore, ha raggiunto i 43,8 milioni di tonnellate rappresentando circa il 60% della produzione totale mondiale.
Cosa sta succedendo lo ha spiegato nel dettaglio il Financial Times: negli ultimi 13 anni, in seguito a una serie di delocalizzazioni, ben 13 milioni di tonnellate della suddetta capacità (ovvero circa il 30%) provengono adesso da nuove fonderie che impiegano energia pulita e sfruttano bassi costi di sviluppo nello Yunnan, nel Sichuan, nello Xinjiang e nella Mongolia Interna.
La trasformazione dell’industria cinese dell’alluminio
Questo processo di delocalizzazione multimiliardario, durato anni ma ancora in corso, sta contribuendo a decarbonizzare uno dei settori più inquinanti al mondo: quello dell’alluminio appunto.
Quando è iniziato tutto? L’accelerazione più evidente si è avuta nel 2017, nel momento in cui il governo cinese ha fissato un limite di produzione nazionale annuale di 45,5 milioni di tonnellate di alluminio. L’anno successivo Pechino ha vietato nuove capacità di fusione in aree del Paese già soggette a severe misure di prevenzione dell’inquinamento atmosferico. Un’altra svolta è arrivata nel 2020, con il presidente cinese Xi Jinping che ha fissato il traguardo di raggiungere il picco di emissioni di CO₂ del Paese entro il 2030 e zero emissioni nette entro il 2060.
Nel complesso, queste norme implicano che le aziende che costruiscono nuove fonderie nel sud e nell’ovest devono anche dismettere una capacità equivalente nei loro tradizionali hub settentrionali, dove dipendono dall’elettricità prodotta dal carbone.
Unendo tutti i punti messi sul tavolo otteniamo un risultato interessante: il futuro di un settore che storicamente ha contribuito al 5% delle emissioni di carbonio della Cina si sta riscrivendo nel sud del Paese.
Un esempio? Esteso su diversi chilometri quadrati, il parco industriale della piccola città di Wenshan, nello Yunnan, ospita nuove fonderie ad alto consumo energetico che producono leghe essenziali per ogni cosa, dalle navi agli smartphone, dai veicoli elettrici ai treni ad alta velocità. Il contesto è ideale: rete di linee ad alta tensione che trasportano l’elettricità dalle centrali idroelettriche della regione, pannelli solari e turbine eoliche.
Il Dragone d’alluminio
Insomma, l’industria cinese dell’alluminio sta attraversando una profonda e sistematica trasformazione. Anche perché la competizione in questo settore si sta spostando da una battaglia di scala e costi a una competizione globale di vantaggi verdi e a basse emissioni di carbonio.
Emblematico il caso di China Hongqiao, il più grande gruppo privato di alluminio della Cina per volume di produzione, che prevede di completare nel corso quest’anno la sua seconda fonderia a Wenshan. Una volta terminata, la sua attività nello Yunnan rappresenterà una capacità annua di 4 milioni di tonnellate, poco più del 60% del totale e equivalente all’intera capacità di alluminio del Nord America.
Nessuno può vantare la stessa situazione di Pechino. Il Dragone ha infatti un ecosistema di alluminio «completo» unico al mondo, con più di 20 distretti industriali a livello nazionale che includono non solo fonderie ma anche impianti per la produzione di bauxite e anodi di carbonio precotti.
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