Per oltre due decenni il mercato globale dell’alluminio è stato caratterizzato da un surplus strutturale. L’abbondanza del metallo era garantita dalla crescita apparentemente inarrestabile della produzione cinese, che dal 2002 a oggi è passata da appena quattro milioni di tonnellate a oltre 43 milioni.
Con il 60% della produzione mondiale concentrata entro i propri confini, Pechino è stata al centro della dinamica di eccesso, alimentando non solo il consumo interno ma anche le esportazioni di semilavorati, che hanno spesso inondato i mercati internazionali. Tuttavia, lo scenario che per anni è stato dato per scontato sta cambiando radicalmente. La Cina ha raggiunto il tetto massimo di capacità produttiva fissato dal governo a 45 milioni di tonnellate annue: un limite pensato per contenere l’impatto ambientale e per razionalizzare un settore già sovradimensionato. Con agosto che ha registrato livelli produttivi vicini alla soglia di 44,5 milioni di tonnellate, l’era della crescita senza fine è arrivata a un punto di arresto.
Le conseguenze di questo freno si stanno facendo sentire sul mercato globale. Mentre le esportazioni di prodotti semilavorati come tubi, barre e fogli sono calate del 9% nei primi sette mesi dell’anno, le importazioni di alluminio primario sono cresciute dell’11%, alimentate soprattutto da forniture provenienti dalla Russia. Un cambiamento che segna un’inversione storica nei flussi commerciali e che sottolinea la crescente dipendenza della Cina dall’estero. Le sanzioni internazionali sull’alluminio russo, che impediscono la consegna sul mercato LME del metallo prodotto dopo aprile 2024, hanno contribuito a ridurre la liquidità disponibile presso la principale borsa di riferimento, accelerando la riduzione degli stock registrati e fuori registro.
Le scorte di alluminio presso il London Metal Exchange, un tempo superiori ai tre milioni di tonnellate, si sono ormai stabilizzate poco sopra le 700.000. Questa contrazione riflette non solo il riassorbimento di eccedenze accumulate negli anni, ma anche la difficoltà a reperire nuove fonti di offerta in un contesto in cui la domanda è sostenuta da settori in rapida espansione. L’energia rinnovabile e l’industria dei veicoli elettrici rappresentano oggi i motori principali della crescita dei consumi, aprendo una nuova fase in cui il rischio maggiore non è più l’eccesso di produzione, ma piuttosto la scarsità di metallo disponibile.
Fuori dalla Cina, la situazione non appare più rassicurante. Negli Stati Uniti, l’aumento dei dazi deciso dall’amministrazione Trump ha stimolato la prospettiva di riavviare una parte della capacità produttiva inattiva, ma si tratta di iniziative limitate, ostacolate dall’elevato costo dell’energia e dalla scarsa competitività delle fonderie occidentali. In Africa, grandi operatori come South32 hanno già avvertito che senza nuovi contratti energetici sostenibili potrebbero chiudere impianti storici, come quello in Mozambico. In Europa, il peso delle bollette energetiche continua a mettere sotto pressione le fonderie, mentre i governi faticano a garantire un quadro stabile di sostegno.
In questo contesto, l’unica vera speranza di nuova capacità produttiva si concentra sull’Indonesia, dove aziende cinesi stanno investendo in un processo di delocalizzazione della filiera. I progetti sulla carta parlano di sette milioni di tonnellate aggiuntive entro la fine del decennio, ma la realtà è molto più complessa. I nuovi impianti devono confrontarsi con una competizione accesa per l’accesso alle fonti energetiche, mentre la costruzione di centrali elettriche dedicate comporta costi ingenti difficilmente giustificabili ai prezzi correnti. Secondo le stime più caute, la capacità indonesiana potrebbe raggiungere appena 2,3 milioni di tonnellate entro il 2030, un livello insufficiente a compensare il rallentamento cinese.
Gli analisti di Citi hanno definito la situazione come un mercato che “sta camminando nel sonno verso i maggiori deficit degli ultimi vent’anni”. Per evitare un effettivo esaurimento delle disponibilità, i prezzi dovrebbero non solo superare la soglia dei 3.000 dollari per tonnellata, ma anche mantenersi stabilmente su quei livelli. Si tratta di un passaggio epocale per un settore abituato a crisi legate all’abbondanza, come quella degli anni Novanta seguita al crollo dell’Unione Sovietica o quella più recente causata dalla sovrapproduzione cinese.
Oggi, al contrario, il rischio è una crisi da scarsità, con conseguenze potenzialmente dirompenti sull’industria globale. Un aumento strutturale dei prezzi dell’alluminio non avrebbe soltanto effetti sulla competitività delle imprese che lo utilizzano come materia prima, ma potrebbe ridisegnare gli equilibri commerciali e geopolitici, rafforzando i paesi in grado di garantire nuove forniture e penalizzando quelli più dipendenti dalle importazioni. La transizione da un mondo inondato di metallo a un contesto di deficit strutturale segna l’inizio di un nuovo ciclo per il metallo leggero, destinato a ridefinire le strategie industriali e commerciali nei prossimi decenni.