Accordo UE-Mercosur, le opportunità per le imprese italiane. €800 milioni in questo settore

Giorgia Paccione

21/01/2026

L’intesa promette protezione delle IG e raddoppio dell’export agroalimentare. Ma filiera e allevatori temono l’impatto dei contingenti a basso costo dal Sudamerica.

Accordo UE-Mercosur, le opportunità per le imprese italiane. €800 milioni in questo settore

Dopo oltre vent’anni di negoziati e rinvii, l’accordo tra Unione europea e Mercosur entra in una fase decisiva. Il via libera politico arrivato a Bruxelles segna un passaggio rilevante anche per l’Italia, che ha subordinato il proprio sì all’introduzione di garanzie rafforzate a tutela delle filiere più sensibili. Il risultato è un’intesa che combina apertura dei mercati e una chiara valenza strategica, ma che solleva interrogativi sulla tenuta della filiera agroalimentare europea.

Per il settore food italiano, infatti, le stime indicano un potenziale raddoppio dell’export verso l’area sudamericana, da 400 a 800 milioni di euro, ma il mondo agricolo teme l’impatto della concorrenza a basso costo proveniente dal Sudamerica.

L’accordo crea comunque una delle più grandi aree di libero scambio al mondo, coinvolgendo complessivamente più di 700 milioni di persone e prevedendo l’azzeramento o la riduzione dei dazi su oltre il 90% dell’export europeo. Un beneficio che riguarda comparti industriali chiave, come automotive e chimico-farmaceutico, ma che per l’Italia assume un significato particolare e controverso sul fronte agroalimentare.

Indicazioni Geografiche e tutela del Made in Italy

Uno degli elementi più rilevanti dell’intesa riguarda la protezione delle Indicazioni Geografiche. L’accordo introduce il divieto di imitazione per oltre 340 prodotti alimentari tradizionali europei, il numero più alto mai tutelato in un trattato commerciale dell’Unione. Tra questi figurano 57 eccellenze italiane come Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma, Mozzarella di Bufala Campana, Aceto Balsamico di Modena e Prosecco. Nei Paesi del Mercosur questi nomi non potranno più essere utilizzati per prodotti che non rispettano i disciplinari europei, né evocati attraverso diciture, immagini o richiami ingannevoli.

La Farnesina ha evidenziato come si tratti di un risultato senza precedenti sul piano della proprietà intellettuale, decisivo per contrastare il fenomeno dell’Italian sounding. Per le imprese italiane, tale tutela giuridica delle denominazioni dovrebbe infatti contribuire a ridurre il rischio di concorrenza sleale, rafforzare la riconoscibilità del brand e consentire di difendere i margini di prezzo, valorizzando l’origine certificata come elemento distintivo.

Come ricordato dal governo italiano dopo il Consiglio europeo di dicembre, il via libera di Roma è arrivato solo dopo l’introduzione di “garanzie e clausole di salvaguardia rafforzate per proteggere alcune filiere sensibili del comparto agroalimentare”. Clausole che permettono di intervenire qualora l’applicazione dell’accordo generi squilibri di mercato o non venga rispettato il principio di reciprocità sugli standard sanitari e di qualità, che tuttavia molti operatori considerano insufficienti.

Opportunità per l’export, ma rischi per la produzione interna

Dal punto di vista economico, i numeri spiegano perché l’accordo sia considerato una leva strategica per alcuni settori. Oggi l’export agroalimentare italiano verso Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay vale circa 400 milioni di euro, meno dell’1% del totale, ed è concentrato per oltre l’80% sul solo Brasile. L’abbattimento delle barriere doganali e la protezione delle IG possono aprire spazi significativi per vino, formaggi e salumi, categorie ad alto valore aggiunto.

Il precedente dell’accordo CETA con il Canada rafforza l’ottimismo dei sostenitori dell’intesa: nei cinque anni successivi all’entrata in vigore, l’export agroalimentare italiano ha raddoppiato il tasso medio di crescita annua. Un effetto simile, seppur con dinamiche diverse, è atteso anche nel Mercosur, dove la classe media è in espansione e cresce l’interesse per prodotti di qualità e origine certificata.

Tuttavia, il mondo agricolo italiano ed europeo esprime forti perplessità. L’accordo prevede contingenti di importazione agevolata per prodotti sensibili: 99.000 tonnellate di carne bovina (con dazio ridotto al 7,5%), 180.000 tonnellate di pollame a dazio zero, 25.000 tonnellate di carne suina, oltre a 60.000 tonnellate di riso e 45.000 tonnellate di miele. Queste quantità, introdotte gradualmente in sei anni, si aggiungono alle importazioni già esistenti e rischiano di esercitare una pressione significativa sui produttori europei.

Reciprocità, standard produttivi e preoccupazioni ambientali

La questione centrale, sollevata con forza da Coldiretti, CIA-Agricoltori italiani e Confagricoltura, riguarda il principio di reciprocità. Mentre gli agricoltori europei devono rispettare normative stringenti su benessere animale, uso di fitofarmaci e antibiotici, emissioni e sostenibilità ambientale, nei Paesi del Mercosur vigono standard meno rigorosi. Secondo le organizzazioni agricole, i Paesi sudamericani utilizzano fino a cinque volte più agrofarmaci rispetto all’Europa, molti dei quali vietati nell’UE.

Un audit della Commissione europea nell’ottobre 2024 ha rilevato criticità nei controlli sulla carne bovina brasiliana, in particolare per quanto riguarda la presenza dell’ormone estradiolo-17β, vietato in Europa. La tracciabilità dalla nascita al macello è garantita solo in Uruguay, mentre permangono lacune negli altri Paesi. Inoltre, i controlli doganali europei riguardano attualmente solo il 3-4% dei carichi in ingresso: un livello che le organizzazioni agricole considerano del tutto inadeguato rispetto ai volumi attesi.

Le differenze strutturali nei costi di produzione, dovute a economie di scala molto maggiori, minori vincoli normativi e costi del lavoro inferiori, rischiano così di generare una concorrenza considerata sleale da molti produttori europei. In Italia, dove l’agricoltura è caratterizzata da aziende di piccola e media dimensione fortemente radicate nei territori, l’impatto potrebbe essere particolarmente marcato, accelerando fenomeni di abbandono delle campagne e perdita di occupazione agricola.

Un’altra dimensione critica dell’accordo riguarda la sostenibilità ambientale. L’1 gennaio 2026 l’Associazione brasiliana delle industrie di oli vegetali (Abiove) ha annunciato l’uscita dalla Moratoria sulla soia in Amazzonia, un accordo che dal 2006 aveva contribuito a ridurre del 69% la deforestazione legata alla produzione di soia.

Questo segnale preoccupa chi teme che l’accordo possa incentivare l’esportazione verso l’Europa di materie prime provenienti da aree deforestate. Organizzazioni ambientaliste e parte della società civile sottolineano come l’UE, da un lato, richieda ai propri agricoltori di rispettare vincoli ambientali sempre più stringenti nell’ambito del Green Deal, mentre dall’altro apre le porte a produzioni con standard inferiori. Sebbene l’accordo includa una clausola ambientale vincolante, che prevede la possibilità di sospensione in caso di violazione dell’Accordo di Parigi, molti ritengono che i meccanismi di controllo non siano sufficientemente robusti.

Per mitigare l’impatto sul settore agricolo, l’UE ha previsto un fondo compensativo di 45 miliardi di euro nell’ambito della Politica Agricola Comune, che gli Stati membri potranno utilizzare per sostenere gli agricoltori nella fase di transizione. Il governo italiano ha ottenuto questa garanzia come contropartita al proprio sì.

Tuttavia, rappresentanti del mondo agricolo e parte delle forze politiche ritengono questa cifra “la contropartita minima indispensabile, ma non sufficiente”. Le proteste degli agricoltori europei, con i trattori tornati a sfilare a Strasburgo e in altre città europee a gennaio 2026, testimoniano un malcontento diffuso. Anche in Italia sono state annunciate manifestazioni e blocchi stradali a partire dal 19 gennaio.

Valenza geopolitica e prospettive industriali

Accanto alle opportunità di vendita, l’intesa offre novità anche sul fronte degli approvvigionamenti. La riduzione dei dazi su materie prime come caffè e cacao può contribuire a stabilizzare i costi per l’industria alimentare italiana, fortemente dipendente dall’import per molte categorie.

L’accordo UE-Mercosur va poi letto anche alla luce delle tensioni commerciali globali. Con il ritorno delle politiche protezionistiche statunitensi, la possibilità di diversificare i mercati di sbocco diventa cruciale per un Paese esportatore come l’Italia. Settori come la meccanica, l’automotive e la farmaceutica vedono nell’accordo un’opportunità per rafforzare la propria presenza in mercati in espansione. Federmeccanica ha accolto positivamente l’intesa, parlando di benefici che potrebbero superare ampiamente i rischi.

Oltre all’impatto economico, il trattato rafforza il posizionamento geopolitico dell’Unione europea in America Latina, area sempre più contesa tra Stati Uniti, Cina e Russia. In un momento in cui il rapporto transatlantico è in evoluzione, l’accordo rappresenta un segnale di apertura commerciale basata su regole condivise.

L’accordo divide quindi l’Europa e l’Italia stessa. Se da un lato rappresenta un’opportunità per l’industria manifatturiera e per alcuni segmenti dell’agroalimentare italiano orientati all’export, dall’altro solleva legittime preoccupazioni nel mondo agricolo, che teme di pagare il prezzo di una competizione asimmetrica.

Il passaggio al Parlamento europeo, previsto per la primavera, sarà decisivo. Diverse delegazioni nazionali, tra cui quella del Movimento 5 Stelle e della Lega in Italia, hanno già annunciato voto contrario o di astensione, mentre il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR) ha lasciato libertà di voto alle delegazioni nazionali. Francia, Polonia e Austria continuano a opporsi fermamente all’intesa.

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