Venezuela, il crollo del prezzo del petrolio avvicina lo spettro del default. Decisiva la riunione Opec del 27 novembre

La rivoluzione dello shale oil americano sta scuotendo il mercato del greggio dalle fondamenta; ma nella guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Stati Uniti a pagare potrebbe essere però solo il Venezuela.

Il ribasso del prezzo del petrolio potrebbe spingere il Venezuela verso il default. Il rischio per il paese sudamericano si è fatto sempre più grave da giugno, da quando il prezzo del greggio è crollato del 25%. Nei giorni scorsi il Brent ha toccato i minimi da 4 anni (82,08 $ al barile) mentre il Wti ha raggiunto i minimi da 3 anni a 75,84$ al barile. Solo un mese fa, il Venezuela è riuscito per il rotto della cuffia a pagare bond in scadenza per due miliardi di dollari.

Il crollo del prezzo dell’oro nero è stato innescato dalla rivoluzione dello shale oil, il petrolio di scisto con cui gli Stati Uniti si stanno avvicinando all’indipendenza energetica.

Ma non solo, perché anche l’OPEC, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, di cui il Venezuela fa parte, continua la sua politica di prezzi bassi soprattutto verso gli USA, per cercare proprio di arginare lo strapotere del nuovo olio di scisto.

Il ruolo dell’OPEC
Il Venezuela è il più piccolo produttore tra gli Stati OPEC: l’organizzazione produce ogni anno il 40% del petrolio nel mondo e che ha estratto nel mese di ottobre 31 milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita è invece il maggior produttore con 9,6 milioni di barili al giorno e un potenziale fino a 12,5 milioni.

Ma alla vigilia del decisivo vertice OPEC del 27 novembre, tra i produttori di greggio mondiali c’è il timore che si possa scatenare una guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e USA che potrebbe sfociare in un ulteriore crollo delle quotazioni di petrolio.

A quel punto per il Venezuela non ci sarebbe scampo. Il greggio rappresenta il 96% delle esportazioni del paese e, per ogni dollaro in meno di prezzo, il paese perde circa 700 milioni di dollari. Secondo gli analisti, il Venezuela avrebbe bisogno di un prezzo del petrolio intorno ai 130 dollari al barile per tenere il bilancio in pareggio.

Le possibili cessioni
Per evitare il default, il Venezuela sarebbe pronto a vendere Citgo, una raffineria texana controllata dalla compagnia petrolifera statale PDVSA. Ha una capacità di raffinazione di 749 mila barili al giorno, di cui il 31% è petrolio del Venezuela e vanta 5.900 stazioni di servizio. Secondo il presidente di PDVSA, Citgo potrebbe valere intorno ai 10 miliardi di dollari, anche se alcuni esperti pensano che valga intorno agli 8 miliardi.

Secondo quanto emerso, negli ultimi giorni si sarebbero fatti avanti almeno dieci compratori, segno che la trattativa potrebbe essere in fase avanzata. Secondo alcuni analisti, inoltre, l’operazione potrebbe andare in porto nel caso nella riunione dell’OPEC del 27 novembre non decida un aumento dei prezzi. In caso contrario, per non dichiarare default, il Venezuela sarebbe costretto a vendere i “pezzi pregiati” della sua produzione petrolifera.

Solo la Cina può salvare il Venezuela
La Cina è il primo partner commerciale del Venezuela e importa dal paese sudamericano soprattutto petrolio. In particolare, dal 2006 è in vigore un accordo tra i due paesi che prevede il pagamento del petrolio venezuelano attraverso una serie di prestiti per risanare l’economia del paese. In sostanza, petrolio in cambio di denaro e di crediti privilegiati.

Ora che il prezzo del petrolio è crollato, il Venezuela sta vendendo greggio alla Cina solo per ripagare i debiti che ha già contratto. Lo scorso anno l’ormai ex presidente della Pdvsa, Rafael Ramirez, disse che la metà dei 640 mila barili di greggio che quotidianamente si imbarcano verso la Cina, serve a pagare il debito verso questo paese. Secondo l’analista energetico Mario Szichman:

“Caracas non riceve un centesimo in cambio di una fornitura che varrebbe quasi 9 miliardi di dollari l’anno”.

Il vertice OPEC del 27 novembre sarà fondamentale per il futuro del Venezuela. Se il presidente venezuelano Maduro non riuscirà a convincere gli altri paese produttori ad innalzare i prezzi, il paese sudamericano sarà costretto a buttarsi tra le braccia della Cina in quello che potrebbe essere un abbraccio mortale.

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