Un improvviso rimbalzo del petrolio può invertire il trend ribassista di lungo periodo?

R. F.

24 Ottobre 2025 - 11:29

Trump inasprisce le sanzioni contro Russia: il petrolio rimbalza, ma il trend resta fragile tra tensioni geopolitiche e incertezza sui mercati.

Un improvviso rimbalzo del petrolio può invertire il trend ribassista di lungo periodo?

Come certo saprete, sembra che Trump si sia stancato di essere preso in giro da Putin circa la volontà di quest’ultimo di addivenire seriamente a un negoziato di pace tra Russia e Ucraina. Le sanzioni di Trump contro la Russia hanno quindi subito un’escalation proprio in questi giorni.

Il rimbalzo del petrolio registrato negli ultimi due giorni è dovuto alle nuove sanzioni statunitensi contro le aziende statali russe produttrici di greggio. Bisogna ammetterlo: le sanzioni emesse dagli Stati Uniti il 22 ottobre 2025 contro Lukoil e Rosneft, i principali produttori di petrolio russi, rappresentano un aumento significativo della pressione economica su Mosca.

In cosa consistono le sanzioni

  • Sanzioni complete: Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni complete a Rosneft e Lukoil, nonché alle loro filiali russe controllate con almeno il 50% di partecipazione. Questo tipo di sanzione comporta il blocco di tutti i beni delle società localizzati negli Stati Uniti e ne rende impossibile l’utilizzo. Inoltre, vieta ai cittadini e alle aziende statunitensi di effettuare transazioni con esse.
  • Divieto di transazioni in dollari: Le sanzioni colpiscono in particolare la capacità di Rosneft e Lukoil di condurre operazioni economiche denominate in dollari, valuta cruciale per il commercio internazionale del petrolio.
  • Periodo di grazia: È stato concesso un periodo di tempo - fino al 21 novembre 2025 - per consentire alle aziende colpite di adeguarsi ai nuovi requisiti e completare le transazioni in corso.

L’obiettivo? Secondo Washington, quello di aumentare la pressione sulla Russia a causa della “mancanza di una seria volontà” di impegnarsi in un processo di pace in Ucraina.

Quali effetti avranno queste sanzioni sull’export di petrolio russo?

Gli effetti sull’export russo si preannunciano potenzialmente molto duri, sebbene Mosca stia cercando modi per aggirare le restrizioni.
La conseguenza più immediata e potenzialmente devastante è stata l’annuncio da parte delle raffinerie indian e - un cliente chiave per il greggio russo - di voler smettere di acquistare petrolio da Rosneft e Lukoil. Se confermato, ciò comporterebbe per la Russia la perdita di circa un quarto delle proprie esportazioni (circa 1 milione di barili al giorno).

Con la perdita del mercato indiano, la Russia sarebbe costretta a rivolgersi ulteriormente alla Cina, conferendole un enorme potere negoziale per ottenere sconti maggiori sul greggio acquistato da Putin. In pratica, in termini economici, Putin diventerebbe un vassallo di Xi Jinping.

Mosca probabilmente attuerà una riorganizzazione delle proprie esportazioni, affidandosi a intermediari, utilizzando società terze non russe per vendere il greggio in dollari agli acquirenti finali in Asia, aggirando così le sanzioni. O una flotta ombra, cioè navi e servizi di trasporto o assicurazione non occidentali, per continuare le spedizioni che ufficialmente non risulterebbero come forniture di petrolio russo.

Si stima che anche un calo del 5–10% nelle esportazioni delle due compagnie, unito all’aumento degli sconti, possa costare al bilancio russo fino a 1,5 miliardi di dollari al mese.

Gli effetti sul mercato globale del petrolio

Gli effetti sul mercato non si sono fatti attendere: la notizia delle sanzioni ha causato un rally dei prezzi sui mercati internazionali, a causa del timore di una possibile riduzione dell’offerta globale.

Come si può osservare dal grafico Bloomberg qui sotto, per ora il rimbalzo del WTI al Nymex non inverte il trend di lungo periodo: il prezzo resta ancora al di sotto delle trendline di breve, medio e lungo periodo, e il petrolio non sembra ancora uscire dal tunnel ribassista delimitato dai due canali individuati dalle linee bianche parallele.

Quotazioni del WTI negli ultimi 12 mesi e medie mobili a 50, 100 e 200 giorni Quotazioni del WTI negli ultimi 12 mesi e medie mobili a 50, 100 e 200 giorni Fonte: Bloomberg

È pur vero che il WTI è schizzato verso l’alto, raggiungendo i 62 dollari al barile dopo essere sceso sotto i 58 dollari (ritestando il minimo del 5 maggio scorso) a seguito dell’annuncio delle sanzioni. Anche il Brent ha registrato un rialzo superiore al 5%, avvicinandosi ai 66 dollari al barile: il maggiore balzo dai tempi del conflitto Israele–Iran del 13 giugno.

Un mercato depresso da un cronico eccesso di offerta ha dunque trovato una “scusa” per il rimbalzo, grazie alla decisione degli Stati Uniti di mettere al bando i giganti petroliferi russi Rosneft PJSC e Lukoil PJSC, vietando le transazioni in dollari e alimentando i timori che un acquirente chiave come l’India possa ritirarsi dagli accordi con Mosca, rivolgendosi ai Paesi OPEC per coprire il fabbisogno.

Va però ammesso che la notizia è arrivata in un momento in cui i prezzi erano già molto depressi: l’offerta globale è abbondante, le nazioni dell’OPEC+ hanno aumentato la produzione e si registrano segnali di rallentamento della domanda di petrolio a causa dell’indebolimento dell’economia globale.

Insomma, il trend di fondo per il petrolio rimane ribassista, perché le cause fondamentali sono tuttora presenti.

Se l’India dovesse effettivamente tagliare drasticamente gli acquisti - come dichiarato da alti dirigenti delle raffinerie indiane, secondo cui le restrizioni renderebbero quasi impossibile proseguire i flussi - la questione principale sarà capire se la Cina sarà disposta a colmare il vuoto di domanda creato dalla sospensione indiana.

Nel frattempo, anche l’Unione Europea ha aumentato ulteriormente la pressione sul Cremlino, adottando un nuovo pacchetto di sanzioni che mira alle infrastrutture energetiche russe, incluso un divieto completo di transazioni tra società europee e Rosneft o Gazpromneft.

Per ora, tuttavia, le reazioni al rialzo del Brent e del WTI sembrano emotive.

Un mercato ancora fragile

Il mercato petrolifero era già molto stressato nei prezzi, con oscillatori tecnici come l’RSI (Relative Strength Index) su livelli molto bassi.

Mostrava inoltre segnali di surplus di offerta, con i depositi di greggio accumulati su petroliere ferme al largo delle coste statunitensi e cinesi che avevano toccato un record stagionale.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) prevedeva recentemente che l’offerta mondiale avrebbe superato la domanda di quasi 4 milioni di barili al giorno nel 2026.

Tutto ciò aveva portato la curva dei prezzi forward - cioè la curva dei prezzi per le consegne future - ad assumere una pendenza decrescente, segnalando una crescente debolezza del prezzo del petrolio per le scadenze tra il 2026 e il 2027.

Tuttavia, sebbene le forniture abbondanti possano attenuare l’impatto delle nuove sanzioni, queste non devono essere sottovalutate. Riorganizzare le importazioni di petrolio per l’India - di cui oltre un terzo proviene dalla Russia - sarà un compito immenso. La mossa sta creando scompiglio anche nell’industria petrolifera cinese, che importa fino al 20% del proprio greggio dalla Russia.

È difficile che nel breve periodo la Cina riesca a compensare con maggiori importazioni il calo della domanda indiana: Pechino comprerà più petrolio solo se ne avrà effettiva necessità, e la crescita cinese per il 2026 non sembra abbastanza vigorosa da richiedere un forte aumento dell’import di oro nero.

Certo, la Russia ha molta esperienza nell’aggirare le sanzioni (come descritto all’inizio dell’articolo), e il loro impatto definitivo sul prezzo del petrolio nei prossimi mesi non è ancora chiaro.
Basti pensare che le spedizioni marittime di greggio russo hanno recentemente raggiunto il massimo degli ultimi 29 mesi, nonostante la lunga serie di restrizioni occidentali già in vigore.

Ciononostante, le nuove misure segnano un cambiamento nell’approccio del Presidente Trump nei confronti di Mosca e aprono la porta a sanzioni ancora più severe in futuro, che potrebbero infine avere un impatto concreto sui flussi di petrolio russo.

È dunque presto per scommettere su un rialzo duraturo del petrolio, acquistando ETF o posizioni su derivati (futures e call options).

Ed ora?

L’incertezza sull’andamento dei prezzi del petrolio nei prossimi mesi deriva dal dubbio su quanto saranno efficaci queste sanzioni e quale impatto reale avranno sulle esportazioni russe.
Per il momento, non sembra che il petrolio abbia iniziato un’inversione del trend ribassista di lungo periodo.

Tuttavia, il messaggio proveniente dai raffinatori indiani - secondo cui probabilmente non saranno più in grado di acquistare greggio russo - rappresenta un cambio di rotta significativo, considerando che fino a poco tempo fa si dichiaravano disposti a continuare, seppur con volumi ridotti.

Il Presidente Donald Trump ha dichiarato questa settimana che il Primo Ministro indiano Narendra Modi lo ha rassicurato sul fatto che l’India ridurrà i propri acquisti di petrolio russo. Sembra inoltre che anche le raffinerie cinesi stiano adottando un blocco temporaneo delle importazioni di greggio russo, almeno finché Mosca non accetterà di ridenominare i contratti di vendita in renminbi anziché in dollari.

In seguito alle misure annunciate, Trump ha dichiarato di voler parlare con il Presidente cinese Xi Jinping sugli acquisti di petrolio russo da parte di Pechino, durante un incontro previsto la prossima settimana in Corea del Sud.

Rosneft, guidata dallo stretto alleato di Putin Igor Sechin, e la compagnia privata Lukoil sono i due maggiori produttori russi, e insieme rappresentano quasi la metà delle esportazioni totali del Paese, secondo le stime di Bloomberg.
Le tasse derivanti dall’industria petrolifera e del gas costituiscono circa un quarto del bilancio federale russo.

Le misure statunitensi segnano un cambiamento radicale nella politica diplomatica di Washington nei confronti della Russia, dopo anni in cui si era preferito un semplice price cap (tetto massimo di prezzo) imposto dal G7, mirato a limitare le entrate del Cremlino senza interrompere l’offerta o causare un’impennata dei prezzi globali.

Ma da qui a poter dire che il petrolio WTI possa tornare a 80 dollari al barile (massimo di gennaio 2025), la strada è ancora lunga.

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