Troppo caro per estrarlo, troppo costoso per comprarlo: il paradosso del petrolio

Redazione Money Premium

22 Novembre 2025 - 07:01

La dipendenza globale da energia fossile, il crollo dell’EROI, il peso del debito pubblico e la crescita della disuguaglianza indicano un’economia vicina ai suoi limiti strutturali.

Troppo caro per estrarlo, troppo costoso per comprarlo: il paradosso del petrolio

Per oltre un secolo la nostra economia ha prosperato grazie a combustibili fossili abbondanti e convenienti.

Nel 1950 l’EROI del petrolio – l’energia ottenuta rispetto a quella necessaria per estrarlo – superava 50:1. Significava che con poco sforzo si otteneva molta energia, garantendo crescita economica, salari in aumento e servizi pubblici sempre più ricchi. Oggi, invece, molti giacimenti hanno EROI attorno a 10:1 o persino inferiore: produrre petrolio costa di più, inquina di più e sostiene meno attività economiche.

Nel 2024 l’87% dell’energia mondiale proviene ancora da fonti fossili e solo il 3% da eolico e solare su base totale. Le rinnovabili crescono, ma restano dipendenti dall’intera filiera fossile per costruzione, manutenzione e infrastrutture. L’elettricità rappresenta solo il 20% dei consumi e questo lascia ai combustibili fossili un ruolo dominante nei trasporti pesanti, nella produzione di acciaio, cemento e nell’industria agricola, dove non emergono alternative credibili su larga scala.

Il prezzo del petrolio, un tempo termometro della scarsità, oggi è condizionato dalla capacità d’acquisto delle famiglie. La disuguaglianza erode lo spazio della classe media, frena la domanda e rende insostenibili gli investimenti in nuovi giacimenti costosi. Si crea così un paradosso: prezzi troppo bassi per sostenere l’offerta, troppo alti per i consumatori. Il sistema si avvita su sé stesso, indebolendo sia l’industria energetica sia l’economia reale.

Nel frattempo i governi hanno scelto di supplire a salari stagnanti e costi sociali crescenti con nuovo debito. Oggi gli Stati Uniti superano i 34.000 miliardi di dollari di debito federale, con interessi annui paragonabili alla spesa militare. In Europa, sanità e pensioni divorano oltre metà del bilancio pubblico, mentre la natalità crolla e il numero di anziani raggiunge livelli mai visti. Sempre meno lavoratori devono sostenere sempre più spesa.

La competizione globale per energia accessibile alimenta tensioni geopolitiche. Dal Medio Oriente all’Africa cresce la corsa alle risorse: oleodotti, giacimenti e rotte marittime diventano fronti caldi in una contesa destinata a intensificarsi. Quando l’energia netta diminuisce, la società si irrigidisce, la politica si polarizza, le economie si frammentano. È una dinamica ricorrente nella storia delle civiltà: la complessità raggiunge un punto in cui non può più essere finanziata.

Il cambiamento non sarà improvviso ma progressivo. È probabile che nei prossimi anni si affermino modelli economici più locali e meno energivori, con tecnologie utilizzate in modo selettivo, dove garantiscono maggiore rendimento. La prosperità del passato era fondata sull’illusione di un petrolio infinito e a basso costo. Oggi sappiamo che il vero vincolo non è la quantità di risorse ancora presenti nel sottosuolo, ma la loro accessibilità economica.

Comprendere il limite del petrolio significa accettare che una nuova fase è iniziata. La sfida sarà governarla senza lasciare che la riduzione della complessità si trasformi in regressione sociale. La transizione potrà essere l’occasione per ripensare priorità, ridurre sprechi e rafforzare la resilienza delle comunità. Perché il futuro non dipenderà da quante risorse avremo, ma da come sapremo usarle.