Vaccino Covid: perché non sarà somministrato a bambini e adolescenti?

Chiara Ridolfi

28 Dicembre 2020 - 13:20

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Il vaccino Pfizer non sarà somministrato a bambini e adolescenti, che non saranno immunizzati nei prossimi mesi. Ecco per quali ragioni non saranno sottoposti a vaccino.

Vaccino Covid: perché non sarà somministrato a bambini e adolescenti?

Il vaccino anti-Covid non sarà somministrato a bambini e adolescenti, a dirlo sono le Faq dell’Aifa, Agenzia Italiana del Farmaco che fanno luce sulla questione. Il vaccino sviluppato da BioNTech/Pfizer, arrivato in queste ore in Italia con le prime dosi, non potrà quindi essere somministrato ai minori di 16 anni.

In un primo momento ad essere sottoposti a vaccinazione saranno il personale sanitario, le persone anziane e pian piano si procederà con il resto della popolazione, ma per la vaccinazione dei più piccoli si dovrà attendere ancora un po’. Ma per quale ragione i minori di 16 anni non si potranno vaccinare contro il Covid-19? Facciamo chiarezza sulla questione.

Vaccino BioNTech/Pfizer: perché non si potrà somministrare ai minori di 16 anni?

La corsa al vaccino è iniziata e il V-Day del 27 dicembre 2020 ha dato il via alle vaccinazioni in Italia contro il Covid-19. In occasione delle prime somministrazioni l’Aifa ha pubblicato le risposte ad alcune domande frequenti spiegando anche che i minori di 16 anni, al momento, non saranno vaccinati.
Per questa fascia d’età non è stato ancora condotto un piano di sperimentazione e quindi il vaccino BioNTech/Pfizer «non è al momento raccomandato nei bambini di età inferiore a 16 anni» come si legge nelle Faq dell’Aifa.

L’Agenzia europea e le altre agenzie internazionali attendono altri studi che permettano di comprendere meglio gli effetti del vaccino sulla popolazione pediatrica. Le sperimentazioni per i più piccoli dovrebbero iniziare durante la primavera 2021, momento in cui dovrebbero prendere il via i test su piccoli gruppi di adolescenti e successivamente sui più piccoli.
A spiegare la situazione era stata a novembre Antonella Viola, direttore scientifico dell’Istituto di Ricerca Pediatrica-Città della Speranza di Padova, che aveva messo in chiaro come si attendesse l’approvazione del vaccino per gli adulti per poi passare alla popolazione pediatrica.

Più nel dettaglio ha spiegato la situazione Sergio Abrignani, immunologo, ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano, in alcune dichiarazioni al Corriere. Abrignani ha messo in chiaro che, solitamente, infusioni e dosaggi sono uguali per adulti e bambini e che dai 2 ai 6 anni, dal punto di vista immunologico, si comportano quasi come gli adulti, mentre dai 7 in poi sono sostanzialmente uguali.
Più complessa è invece la situazione per i bambini della fascia 0-2, ha spiegato Abrignani, che hanno una risposta immunologica incompleta e, a causa delle aree in via di sviluppo, possono avere delle risposte immunitarie differenti dagli adulti.

Nelle settimane scorse anche il presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli, aveva spiegato i motivi che avrebbero portato a non includere i più piccoli nella campagna di vaccinazione. Il vaccino aveva chiarito Locatelli non sarebbe stato proposto per i bambini non solo per l’assenza di un trial medico, ma anche per il minore impatto del virus sui più piccoli. I bambini non sono infatti considerati soggetti a rischio, dal momento che sviluppano solitamente solo sintomi lievi e hanno un rischio molto più basso, rispetto agli adulti, di sviluppare la malattia grave.
Per le vaccinazioni dei più piccoli si dovrà quindi attendere ancora un po’ e aspettare che vengano sviluppati studi ad hoc.

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