Titoli value: è il momento perfetto per investire?

Qual è lo stile di investimento che offre i migliori rendimenti sul lungo termine? Proviamo a rispondere a questa domanda con un’ampia panoramica sugli ultimi scenari di mercato e i loro meccanismi

Titoli value: è il momento perfetto per investire?

Qual è lo stile di investimento che garantisce i migliori guadagni a lungo termine?
La lotta tra titoli growth e titoli value sembra da sempre in pieno svolgimento.

Attualmente appare fuori discussione il successo dei titoli growth, che a partire dal 2007 hanno sorpassato i value e, negli anni, hanno cavalcato il crescente successo del settore tecnologico, approfittando di un ciclo economico favorevole per una lunga serie di fattori.

Ma non esistono costanti in un ambito simile, e un rapido cambio di scenario potrebbe cogliere impreparati gli investitori. Ecco allora un quadro della situazione realizzato da T. Rowe Price, asset manager globale con oltre 1.000 miliardi di dollari in gestione e quotato sul NASDAQ dal 1986, per chiarire il più possibile il contesto attuale e quali potrebbero essere i movimenti in futuro.

Titoli growth e titoli value: cosa sono e a cosa si legano?

I titoli azionari si differenziano in base al valore (value) o in base alla crescita (growth).
I titoli growth si legano a società per le quali si prevedono utili in crescita e rendimenti medi superiori, nel tempo, a quelli del mercato azionario di riferimento; il rapporto prezzo su utili è quindi molto alto, così come la loro volatilità, e la preferenza è massima nelle fasi di crescita di un Paese.

Quelli value, all’opposto, si riferiscono a società a cui si attribuisce un valore intrinseco, slegato dai guadagni; hanno un rapporto prezzo su utili molto basso e la stessa volatilità è molto bassa, vista la maggiore stabilità dei prezzi nel tempo. Tendono ad essere preferiti dagli investitori quando l’economia di un Paese raggiunge un punto massimo o minimo.

La teoria recita che un investimento orientato al valore produca più di uno orientato alla crescita. Ma il concetto si presenta molto relativo, visto che al beneficio che deriva dalla crescita superiore dei growth si potrebbe contrapporre quello tratto dalla convenienza dei value, di norma sottovalutati dal mercato.

Su un piano più concreto, i titoli growth sovraperformano quelli value dal 2007, ma si tratta di un trend che va inquadrato nel dettaglio per capire perché le cose potrebbero presto cambiare.

Growth legati doppio nodo al settore tecnologico

Il rally di diversi titoli tech degli ultimi 10 anni, concretizzatosi anche nelle recenti performance elevatissime dei cosiddetti FAANG (Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google), si è presentato come il contesto perfetto per il dominio dei growth.

Sull’altro versante invece i titoli finanziari - tendenzialmente orientati al valore - hanno incontrato le condizioni peggiori per crescere come bassi tassi di interesse, l’appiattimento della curva dei rendimenti e le stringenti normative del dopo-crisi; elementi, questi ultimi, quasi tutti in grado di spianare la strada ai growth.

Il futuro vede un ritorno dei value?

Le condizioni descritte continueranno? Al momento va notato come diversi elementi sembrino suggerire un cambio di scenario, dai tassi predisposti verso il rialzo negli Stati Uniti fino al moltiplicarsi delle previsioni non proprio rosee sul futuro dei FAANG e più in generale dei titoli tech, che ha fornito agli investitori un piccolo assaggio solo qualche giorno fa con la deludente trimestrale di Netflix e il crollo successivo delle azioni fino al 14%.

Va aggiunto poi il fattore regolamentazione, che potrebbe colpire severamente alcune tra le principali realtà tecnologiche, con le Authority che monitorano costantemente Facebook e Google per motivi di privacy e per l’annosa questione relativa al monopolio.

Secondo Yoram Lustig di T. Rowe Price i titoli value potrebbero presto tornare alla ribalta, ma riconosce soprattutto l’importanza di restare flessibili e non legarsi a dei contesti giudicati quasi come stabili:

“Gli investitori possono prepararsi a questa possibilità detenendo dei portafogli che, oltre ad avere un equilibrio tra titoli value e growth, dispongono anche della flessibilità necessaria per adattarsi a nuovi regimi. Le strategie attive, basate sulla ricerca fondamentale, possono adattarsi più efficacemente rispetto alle strategie quantitative, che presumono il protrarsi dello status quo. Scommettere sistematicamente sui fattori può rivelarsi una strategia perdente per anni se i fattori perdono attrattiva. Con il cambiamento di rotta del dibattito tra gli stili di investimento value e growth, potrebbe aprirsi l’era delle strategie attive basate sui fondamentali”.

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