I mercati hanno davvero paura della guerra in Iran? Oppure stanno semplicemente reagendo come fanno sempre davanti all’incertezza, per poi riprendere la loro strada una volta che la nebbia si dirada? È una domanda più importante di quanto sembri. Perché se fosse il secondo caso, allora il ribasso che stiamo osservando potrebbe non essere l’inizio di una nuova fase ribassista strutturale, ma soltanto una correzione tecnica innescata da un catalizzatore geopolitico.
E allora la vera domanda diventerebbe un’altra: il mercato ha davvero qualcosa di rotto sotto la superficie, oppure sta semplicemente riprezzando il rischio? Capire la differenza è fondamentale.
Il conflitto come catalizzatore, non come causa
Nei mercati finanziari è molto raro che un evento geopolitico rappresenti la vera causa di una correzione. Più spesso agisce come catalizzatore, cioè come un evento che accelera dinamiche che erano già latenti nel sistema.
Questo significa che la tensione con l’Iran potrebbe aver semplicemente attivato una correzione che il mercato stava già aspettando. Dopo mesi di rally e multipli elevati, molti investitori erano consapevoli che una fase di consolidamento sarebbe arrivata.
Il conflitto ha solo fornito il contesto perfetto.
Quando emerge un evento geopolitico di questo tipo, aumenta rapidamente ciò che gli analisti chiamano incertezza geopolitica, cioè la difficoltà di stimare gli sviluppi economici futuri a causa di fattori politici o militari.
E nei mercati finanziari l’incertezza ha un effetto quasi meccanico. Quando l’incertezza aumenta, gli investitori riducono l’esposizione al rischio. Quando diminuisce, il capitale torna progressivamente sugli asset più rischiosi.
Questo processo è ciò che viene chiamato repricing del rischio, ovvero la rivalutazione degli asset in base al nuovo livello di rischio percepito.
La reazione del mercato è stata textbook
Se si osservano i movimenti dei principali indicatori di mercato, la reazione è stata perfettamente coerente con quanto avviene storicamente durante una crisi geopolitica.
Prima di tutto è salito il VIX.
Il VIX è l’indice della volatilità implicita dell’S&P 500. In termini semplici misura quanto gli operatori si aspettano che il mercato possa oscillare nel breve periodo. Quando il VIX sale significa che gli investitori stanno comprando più protezione tramite opzioni, segnalando un aumento della percezione del rischio.
In parallelo è salito il petrolio.
Questo accade perché il Medio Oriente è una delle aree più importanti per la produzione e il trasporto di energia. Qualsiasi tensione nella regione porta gli operatori a prezzare un possibile shock sull’offerta.
Infine si è osservata una rotazione verso asset difensivi.
Gli asset difensivi sono strumenti finanziari che tendono a performare meglio nelle fasi di incertezza. Tra questi troviamo tipicamente oro, obbligazioni governative e settori azionari meno ciclici come utilities o healthcare.
Allo stesso tempo i titoli più speculativi, cioè quelli con valutazioni elevate e crescita attesa molto lontana nel tempo, sono stati venduti.
In altre parole, il mercato ha reagito esattamente come da manuale. E questo è un punto importante. Perché non c’è stato nulla di anomalo nel comportamento degli operatori.
Cosa dovrebbe rompersi perché il ribasso continui?
Cosa si è rotto nel sistema finanziario perché il mercato non riesca a recuperare queste perdite? Storicamente i ribassi prolungati nascono da tre fattori principali. Il primo è il deterioramento degli earning aziendali.
Gli earning rappresentano gli utili delle aziende quotate. In particolare gli analisti osservano spesso l’EPS, cioè l’earnings per share, ovvero l’utile netto diviso per il numero di azioni in circolazione. È una misura della redditività di una società per ogni azione posseduta dagli investitori. Quando gli EPS iniziano a scendere in modo significativo, significa che la capacità delle imprese di generare profitti si sta deteriorando.
Ma oggi questo scenario non sembra verificarsi.
Le guidance delle aziende, cioè le previsioni fornite dal management sui risultati futuri, continuano a indicare una crescita degli utili. In alcuni casi le stime parlano addirittura di nuovi record per gli EPS nei prossimi trimestri.
Il secondo fattore che potrebbe sostenere un ribasso strutturale è l’aumento dei tassi di interesse.
Se il petrolio dovesse salire molto a causa delle tensioni nello Stretto di Hormuz, potrebbe generare un aumento dell’inflazione energetica. E un’inflazione più alta potrebbe spingere le banche centrali a mantenere politiche monetarie restrittive più a lungo.
Il terzo elemento che spesso anticipa crisi di mercato è l’allargamento dei credit spread.
I credit spread rappresentano la differenza di rendimento tra obbligazioni aziendali e titoli di Stato considerati sicuri. Se questo differenziale aumenta significa che gli investitori chiedono un premio più alto per detenere debito societario, segnalando una maggiore percezione del rischio di default. Ma anche questo indicatore al momento non sta mostrando segnali particolarmente preoccupanti.
I tassi di default non stanno esplodendo e non ci sono evidenze di una recessione imminente.
Le guerre e il comportamento storico dei mercati
Se si osservano i precedenti storici, emerge un elemento molto interessante.
Le guerre tendono a generare volatilità nel breve periodo, ma raramente producono ribassi strutturali nel lungo termine.
Un caso spesso citato è la Guerra del Golfo del 1990. In quel periodo il petrolio salì rapidamente e il VIX aumentò in modo significativo. L’incertezza geopolitica era estremamente elevata e molti investitori temevano uno shock economico globale.
Eppure il mercato azionario non entrò in una fase ribassista prolungata. La ragione è abbastanza semplice. Nel breve periodo l’incertezza provoca vendite perché gli investitori non sanno come valutare gli sviluppi futuri. Ma nel lungo periodo i mercati sono guidati principalmente da una variabile molto più concreta. La crescita degli utili.
Quando gli utili delle aziende continuano ad aumentare, la direzione di lungo periodo delle azioni tende a restare positiva.
In questo senso i mercati funzionano come un sistema che prima prezza l’incertezza e poi torna a concentrarsi sulle certezze fondamentali.
Il vero motore dei mercati
Alla fine il punto centrale è proprio questo. L’incertezza genera repricing. La crescita genera trend. I ribassi possono nascere da shock geopolitici, ma per trasformarsi in bear market devono essere accompagnati da deterioramenti macroeconomici, crolli degli utili o crisi del credito.
Se questi elementi non si materializzano, i sell off tendono a restare episodi temporanei. Questo non significa che il rischio non esista. Significa semplicemente che per capire se un ribasso sia destinato a durare bisogna guardare oltre il rumore delle notizie e analizzare le fondamenta economiche.