Mentre i mercati guardano il petrolio che torna a salire, un segnale silenzioso potrebbe arrivare proprio dal Giappone. E se la vera variabile da osservare non fosse il prezzo del greggio, ma la reazione della banca centrale giapponese?
Se Tokyo dovesse reagire allo shock energetico con una politica monetaria più restrittiva, l’effetto potrebbe farsi sentire ben oltre i confini asiatici. Non sarebbe la prima volta che una decisione presa dall’altra parte del mondo riesce a propagarsi attraverso il sistema finanziario globale, influenzando mercati azionari, obbligazionari e flussi di capitale.
In un momento storico in cui le valutazioni dei mercati appaiono particolarmente estese e il sistema finanziario globale è fortemente interconnesso, anche un cambiamento apparentemente marginale nella politica monetaria giapponese potrebbe avere conseguenze molto più ampie di quanto molti investitori immaginino.
Perché il Giappone è così vulnerabile al petrolio
Il Giappone è una delle economie avanzate più esposte agli shock energetici globali. A differenza degli Stati Uniti o di altri grandi produttori, il Paese non dispone di grandi risorse energetiche domestiche. Questo lo rende strutturalmente dipendente dalle importazioni di petrolio e gas naturale.
Secondo le statistiche energetiche internazionali, circa il 95% del petrolio consumato dal Giappone proviene dal Medio Oriente. Ancora più rilevante è il fatto che circa il 70% di queste forniture attraversa lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili dell’intero sistema energetico globale.
Questo crea una vulnerabilità sistemica.
Quando il prezzo del petrolio aumenta o quando emergono tensioni geopolitiche in quella regione, l’impatto sull’economia giapponese è quasi immediato. Il rincaro dell’energia non si limita a incidere sulla bolletta energetica nazionale. Si trasmette rapidamente ai costi di produzione industriale, alla logistica, ai trasporti e, infine, ai prezzi al consumo. In termini macroeconomici si parla di inflazione importata.
Si tratta di un fenomeno particolarmente delicato per il Giappone, perché l’economia nipponica ha trascorso oltre due decenni combattendo contro il problema opposto: la deflazione.
La svolta storica della politica monetaria giapponese
Negli ultimi anni il Giappone ha iniziato a vivere una trasformazione che fino a poco tempo fa sembrava quasi impossibile.
Per oltre vent’anni la Bank of Japan ha mantenuto una politica monetaria estremamente accomodante, caratterizzata da tassi di interesse negativi, massicci programmi di acquisto di titoli e una strategia di controllo della curva dei rendimenti nota come Yield Curve Control.
Questo regime monetario aveva un obiettivo preciso: stimolare la crescita economica e riportare l’inflazione verso il target del 2%.
Nel 2024 però qualcosa è cambiato. Dopo anni di pressioni inflazionistiche gradualmente crescenti, la Bank of Japan ha iniziato un processo di normalizzazione monetaria, portando i tassi sopra lo zero per la prima volta dopo molti anni.
Si tratta di un passaggio storico.
Il Giappone è stato per lungo tempo l’ultimo grande bastione mondiale della politica monetaria ultra espansiva. Il fatto che anche Tokyo abbia iniziato a ritirare parte degli stimoli segna un cambiamento strutturale nel panorama monetario globale.
Ora il nuovo rialzo del petrolio potrebbe aggiungere un ulteriore elemento di pressione.
Se il greggio dovesse restare stabilmente su livelli elevati, l’inflazione importata potrebbe tornare a salire. In questo scenario la banca centrale giapponese potrebbe trovarsi davanti a una scelta non facile.
Da un lato potrebbe tollerare un aumento temporaneo dei prezzi. Dall’altro potrebbe decidere di reagire con una politica monetaria più restrittiva per evitare che l’inflazione si radichi nell’economia.
Il possibile punto di rottura: il carry trade
Il fenomeno che molti investitori stanno osservando con crescente attenzione è quello del carry trade.
Per anni il Giappone ha rappresentato la principale fonte di finanziamento a basso costo per il sistema finanziario globale. Grazie ai tassi di interesse estremamente bassi, gli investitori potevano prendere in prestito yen a costi minimi e investire il capitale in asset con rendimenti più elevati in altre parti del mondo.
Questo meccanismo ha alimentato flussi di capitale enormi verso mercati azionari, obbligazionari e verso economie con tassi più alti. Se però i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi dovessero salire, questo equilibrio potrebbe iniziare a rompersi.
Un aumento dei rendimenti sui bond giapponesi ridurrebbe infatti la convenienza di questo arbitraggio finanziario. Gli investitori potrebbero essere incentivati a riportare capitale in Giappone oppure a chiudere parte delle posizioni finanziate in yen.
Il risultato potrebbe essere una riduzione della liquidità globale. Non si tratta di una teoria astratta.
Nell’agosto del 2024 un improvviso movimento nei rendimenti giapponesi generò un episodio di forte volatilità sui mercati internazionali, causando un improvviso shock negativo sulle borse globali. Molti operatori ricordano ancora quel momento come un esempio concreto di quanto la struttura del sistema finanziario globale sia diventata dipendente da questo tipo di dinamiche monetarie.
Perché i mercati potrebbero diventare più nervosi
In un contesto in cui le valutazioni azionarie globali appaiono già molto elevate, soprattutto negli Stati Uniti, anche piccoli cambiamenti nelle condizioni di liquidità possono avere effetti amplificati.
Il mercato azionario statunitense si trova infatti su livelli storicamente molto estesi in termini di multipli di valutazione e di concentrazione della capitalizzazione.
Se il carry trade dovesse iniziare a ridursi e i rendimenti globali dovessero salire, la conseguenza più probabile sarebbe un aumento della volatilità finanziaria. Non necessariamente un crollo immediato. Ma un ambiente di mercato più instabile, in cui i flussi di capitale diventano meno prevedibili e i movimenti dei prezzi più violenti.
È proprio per questo motivo che alcuni investitori stanno osservando con attenzione i segnali che arrivano dal Giappone.
Perché, anche se geograficamente lontano, il sistema finanziario giapponese è profondamente intrecciato con quello globale.
E a volte i cambiamenti più importanti arrivano proprio dai luoghi che sembrano meno rilevanti nel breve periodo.