Filippo Taddei: una follia uscire dall'Euro

Redazione

16/01/2019

L’uscita dall’euro e le sue conseguenze per i risparmiatori italiani: ce ne parla Filippo Taddei, ex responsabile economico del PD durante il governo Renzi, nella seconda puntata di Testa o Croce.

Filippo Taddei: una follia uscire dall'Euro

Euro sì o Euro no? Nella seconda puntata di Testa o Croce, nuovo format di Money.it condotto da Fabio Frabetti che dà la parola a illustri sostenitori e detrattori della moneta unica europea, è intervenuto Filippo Taddei, economista, professore universitario ed ex portavoce dell’Economia e del lavoro del Partito Democratico dal 2013 al 2017. Ecco il punto di vista dell’ospite di questo nuovo appuntamento settimanale.

Guarda la prima puntata di Testa o Croce con l’intervista a Valerio Malvezzi

Uscita dall’euro e svalutazione

Se esci dall’euro torni ad essere quel Paese che passa dalla centralità degli investimenti alla centralità delle esportazioni. Negli anni ’80 il modello produttivo era totalmente integrato nel Paese. Prendiamo ad esempio il classico maglioncino Benetton: era prodotto con materie prime italiane e realizzato interamente qui, poi venduto all’estero. La svalutazione della lira portava un vantaggio al nostro prodotto. L’economia mondiale nel frattempo è cambiata, non siamo più i gestori dell’intero sistema produttivo, siamo invece parte di una catena internazionale. Il beneficio della svalutazione porta a far costare meno quello che si vende all’estero, ma anche quello che importi costa di più, dunque il vantaggio della svalutazione oggi sarebbe notevolmente schiacciato. Bisogna invece sfruttare il beneficio della stabilità dell’euro con bassi tassi di interesse che facilitano gli investimenti. Il nostro Paese purtroppo non lo ha fatto quando c’erano le grandi condizioni economiche per farlo tra il 2000 ed il 2007 in cui il peso degli interessi sul debito pubblico era crollato. Quando poi è arrivata la crisi ci siamo trovati più deboli degli altri, e infatti da noi è durata molto di più.

Il cambio lira-euro? Un dettaglio

Ammettiamo che ci sia stato un peccato originario nella fissazione del cambio lira-euro. Per quanti anni questo può aver avuto un impatto rilevante? Un anno? Due anni? E poi? Dal 2004 in avanti cosa è successo? Se le esportazioni fossero cresciute del 5% avremmo cambiato il mondo? Stiamo parlando di un dettaglio dimenticando l’elefante in una stanza. Il Paese ha deciso di diventare adulto smettendo di utilizzare il mezzuccio della manipolazione del tasso di cambio nei momenti di difficoltà, scaricando l’inflazione aggiuntiva su dipendenti e pensionati. Ha deciso invece di entrare in un’area di stabilità con bassi tassi di interesse dando la possibilità, non la garanzia, di favorire la trasformazione produttiva resa possibile da un volume di investimenti che prima era proibitivo da mantenere. Se i tassi di interesse sul debito sono molto alti diventa difficile, infatti, fare investimenti, e diventa altrettanto complicato trasformare il sistema produttivo. Se proprio negli anni in cui c’è una grande trasformazione produttiva rinunciamo, come abbiamo fatto, ad ingaggiare la sfida degli investimenti a cui non siamo abituati e vogliamo attaccarci al tasso di cambio, come direbbe Caressa: “stringiamoci forte e vogliamoci tanto bene”.

Uscire dall’euro: una follia

Uscire dall’euro vuol dire che tutti gli italiani si recheranno nelle loro banche e svuoteranno i loro conti. Una fase di passaggio ad un’altra moneta si gestisce infatti con il blocco forzoso dei conti correnti, obbligando le persone a tenere i soldi fino a quando non ci sarà la conversione verso la nuova moneta. Una violazione forte del valore del risparmio delle persone, obbligate a trasformare i loro risparmi in euro in un’altra valuta. All’epoca dell’entrata dell’euro c’era un grande consenso, nessuno propose di rimanere fuori. Non azzeriamo il conta tempo della storia, la scelta l’abbiamo fatta, possiamo anche tornare indietro ma dobbiamo avvisare i cittadini di quello che andremo a fare: prendere i loro risparmi, bloccare i loro conti, con la trasformazione dei depositi nella nuova moneta svalutati del 30%. Per fare un’operazione del genere non occorre uscire dall’euro, ha un nome diverso: si chiama patrimoniale. E allora io dico, se questo deve essere l’obiettivo, teniamoci l’euro e facciamo la patrimoniale al 30% sui risparmi di famiglie e imprese. Si abbassano i salari reali delle persone e ripristiniamo la produttività a livello internazionale. È vagamente folle e invito tutti a pensare alle conseguenze ed al costo a cui si andrebbe incontro. Viviamo già adesso in una fase piuttosto incerta, come dimostra lo Spread. Questo indicatore misura proprio l’incertezza sulla nostra idea di futuro, siamo dubbiosi sul tipo di futuro che vogliamo offrire a noi stessi e a quei 400 miliardi di euro di investitori che servono annualmente per rifinanziare il nostro debito pubblico.