Sergio Cesaratto nel 2012: l’Euro è un esperimento fallito

Riproponiamo un’intervista del 2012 a Sergio Cesaratto, uno dei maggiori economisti italiani che fu tra i primi a sollevare pesanti dubbi sulla tenuta dell’Euro. Il suo giudizio all’epoca: «lasciamo le complicate utopie alle prossime generazioni»

Sergio Cesaratto nel 2012: l'Euro è un esperimento fallito

Riproponiamo in questo lungo week end di inizio novembre un’interessante intervista al Prof. Sergio Cesaratto, professore all’Università di siena, risalente al 2012 e a cura di Erika Di Dio.

Nonostante siano passati diversi anni i temi sono ancora molto attuali e molti dei problemi di allora sono non solo irrisolti ma anche peggiorati. Al tempo diede il LA all’intervista la critica di Cesaratto a Randall Wray, teorico della Modern Monetary Theory (MMT).

Il suo dibattito via Web con Randall Wray ha suscitato un certo interesse, il confronto può avere una conclusione o dovete prendere atto di due posizioni vicine ma difformi?

Il dissenso riguarda due aspetti. Nel tono, è esagerato pensare alla Modern Monetary Theory come un nuovo paradigma economico, ma è meglio guardarla come una scuola fra le altre dell’arcipelago delle analisi “non ortodosse”. Infatti i suoi confini sono assai sfumati, per cui gran parte di ciò che sostiene è generalmente condiviso e non appare come “farina del suo sacco”, ma naturalmente il mix di ciò che si pesca altrove, un po’ di valore aggiunto proprio, e l’enfasi su certi aspetti può costituire originalità.

Come ha detto Marc Lavoie, un influente economista eterodosso, in questo senso siamo tutti un po’ MMT. Ciò detto, grande merito della MMT in questa fase è stato di aver criticato con forza, assieme ad altri economisti critici, il punto di vista dominante demonizzante dei disavanzi e debiti pubblici. Merito della MMT è aver dato grande ruolo alla banca centrale nell’assicurare la solvibilità degli stati e tassi di interesse sostenibili. E grandissimo merito è stato quello di aver denunciato prima di altri quanto la natura della BCE come “banca straniera” per il paese dell’Eurozona avrebbe potuto condurre ad una crisi dei debiti sovrani qualora l’Eurozona avesse subito qualche shock finanziario, come poi è successo.

La mia critica di sostanza a Wray ha riguardato: a) la spiegazione della crisi europea e b) se avere una banca centrale sia sufficiente per un paese per non avere problemi di squilibri esteri (io ritengo che ciò sia vero solo per gli Stati Uniti che stampano una valuta accettata da tutti, Wray pensa valga erga omnes, dunque per l’Argentina, per l’Italia se tornasse alla lira ecc).

Secondo Wray, il fattore che sta alla base della crisi dell’Eurozona è principalmente l’assenza di banche nazionali centrali sovrane. Lei si trova d’accordo con questa affermazione?
Wray sostiene giustamente che l’Eurozona per funzionare avrebbe richiesto uno stato federale come gli Stati Uniti, con una banca centrale cooperativa con la politica fiscale federale, bilanci degli stati locali in pareggio, ma forti trasferimenti fiscali da quelli ricchi a quelli meno ricchi; un’unione bancaria. Ha perfettamente ragione. La mia critica è che però che dobbiamo spiegare come la crisi europea abbia preso forma nell’ambito della maniera in cui è stata costituita: non basta dire, “eh, se l’Europa fosse stata diversa allora la crisi non ci sarebbe stata”.

Vero, o almeno la si sarebbe gestita nella maniera più efficace con cui gli USA l’hanno controllata. Wray rifiuta la tesi, generalmente condivisa che la crisi europea è una crisi di bilancia dei pagamenti simile per molti versi alle crisi che i paesi emergenti hanno conosciuto nel passato: il venir meno del rischio del cambio e le liberalizzazioni finanziarie hanno scatenato bolle nel settore edilizio in alcuni paesi periferici, indebitamento verso i paesi del “core-Europe”. Questo modello è stato favorito dal comportamento mercantilista della Germania. Esso ha le sue peculiarità, per esempio la maniera in cui questo sistema dei pagamenti dell’Eurozona (TARGET2) rifinanzia automaticamente gli squilibri esteri della periferia. Questo dimostra come all’origine della crisi non vi siano i settori pubblici, i quali si sono trovati a dover sostenere quello privato essendo privi, come l’MMT aveva tempestivamente previsto, di banche centrali che ne assicurassero la solvibilità. Io accetto la parte della spiegazione che Wray propone e non capisco perché egli rifiuti la mia (che è della maggior parte degli economisti critici!).

Wray torna più volte sul punto secondo cui se l’Eurozona avesse applicato una politica fiscale come quella degli Stati Uniti non avrebbe avuto problemi di squilibri di partite correnti. Quindi la soluzione di Wray sembra essere il famoso «più Europa». Le sembra una soluzione percorribile data la variegata e bollente situazione politica dell’Eurozona?
E’ assolutamente giusto che se l’Europa si desse istituzioni come gli USA, allora non avrebbe certamente problemi a “stampare moneta” e finanziare i propri squilibri esterni. Dopotutto una moneta europea è quanto De Gaulle evocava negli anni 1960 per togliere agli USA il monopolio di un “esorbitante privilegio”. Che sia possibile procedere verso un’Europa Federale mi vede molto scettico, non lo vedo possibile e forse neppure desiderabile. Basti guardare quello che accade in Spagna dove, certo a causa della sciagurata austerità, la regione più ricca, la Catalonia, intende secedere. Penso che molto meno sia necessario per risolvere la crisi europea, lasciando complicate utopie alle prossime generazioni. Non facciamo ulteriori salti in avanti, l’Euro già ci è bastato.

Se dovesse fare una previsione sul prossimo futuro, pensa che l’Euro finirà per disgregarsi inevitabilmente come sostiene il suo collega Alberto Bagnai o pensa che alla fine la via dell’unificazione politica ed istituzionale riuscirà a giungere a compimento?
Se continua questa follia dell’austerità non v’è dubbio che l’esito sia quello che Alberto prevede. Dobbiamo batterci per una soluzione razionale ed europea della crisi: l’intervento della BCE per azzerare gli spread sui debiti sovrani in primis. Questo richiede una “fiscal rule”, ovviamente, ma questa non deve essere la cessione della sovranità fiscale a Bruxelles al fine di assicurare un’austerità senza fine. L’austerità è fallita, come Wray, Bagnai e tutti noi economisti critici abbiamo previsto (non ci voleva molto). La “fiscal rule” deve mirare a stabilizzare le finanze pubbliche attraverso politiche anti-austerity, una “condizionalità Kenesiana” per capirci. Come ho scritto più volte, le politiche Napolitano-Monti-Merkel non solo sono state inique, ma beffa nella beffa, inutili, anzi dannose (ci ricorderemo amaramente di Lei, Presidente Napolitano). Con l’evidente fallimento dell’austerità, in Europa stanno maturando tutte le condizioni politiche per chiedere un cambio di rotta radicale, e un autorevole governo italiano lo potrebbe pretendere. Per questo però deve essere pronto a fare le proprie scelte, se necessario, e a questo ci si deve preparare con attenzione.

Gli interventi di Sergio Cesaratto, compresi quelli su Wray sono raccolti in http://politicaeconomiablog.blogspot.it/

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