Robin Tax: cos’è, chi paga e perché rischia di essere incostituzionale

Robin Tax in Legge di Bilancio 2020: cos’è e chi paga la nuova addizionale Ires che tanto sta facendo discutere? Ad esserne colpiti i concessionari di servizi pubblici, con possibili aumenti per i contribuenti. C’è però il rischio che l’addizionale sull’imposta societaria sia incostituzionale, secondo un principio espresso dalla Corte nel 2015.

Robin Tax: cos'è, chi paga e perché rischia di essere incostituzionale

È la Robin Tax una delle ultime novità previste dalla Legge di Bilancio 2020 che agita gli animi del Governo.

Nel pieno dei lavori per l’approvazione della Manovra ed in una situazione di stallo all’interno della Maggioranza, la Robin Tax rappresenta l’ancora di salvezza per recuperare una dote importante di risorse, pari a 647,1 milioni di euro nel 2020 e 369,8 milioni nel 2021 e 2022.

Il gettito derivante dalla Robin Tax sarà finalizzato alla realizzazione di “servizi socialmente utili” e nello stesso emendamento alla Legge di Bilancio presentato dal Governo, è previsto che sarà destinato a “realizzare interventi volti al miglioramento della rete infrastrutturale e dei trasporti”.

Nonostante l’intento nobile del Governo, divampa la polemica ed è scontro tra gli stessi partiti di Maggioranza. Per capirne i motivi è necessario capire cos’è la Robin Tax e quali saranno i soggetti obbligati al versamento.

Accanto ad un’analisi del funzionamento della nuova tassa, è necessario ricordare che non è la prima volta che si parla di Robin Tax: già il Governo Berlusconi, nel 2008, aveva introdotto un’addizionale Ires per alcune categorie di imprese.

L’aumento della tassazione sui profitti delle imprese era stato definito come incostituzionale da parte della Corte. C’è il rischio che la situazione si ripeta?

Cos’è la Robin Tax, l’addizionale Ires per i concessionari di servizi prevista dalla Legge di Bilancio 2020

Si chiama Robin Tax perché dovrebbe togliere ai ricchi per dare ai poveri, questo almeno credeva il Presidente USA Jimmy Carter, quando ormai 40 anni fa ne propose l’introduzione, senza mai concretizzarla.

In Italia era stato il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, durante il Governo Berlusconi, ad introdurla, come extra prelievo sui profitti di aziende petrolifere ed energetiche.

Il Governo M5S-PD prova a rimettersi i panni di Robin Hood. La Robin Tax prevista in un emendamento alla Legge di Bilancio 2020 è un’addizionale Ires su redditi derivanti dallo svolgimento di attività in concessione.

Si tratta in sostanza di un aumento di imposte, previsto per il triennio 2019, 2020 e 2021, che andrà a gravare sui redditi delle società che svolgono attività sulla base di:

  • concessioni autostradali;
  • concessioni di gestione aeroportuale;
  • autorizzazioni e concessioni portuali;
  • concessioni per lo sfruttamento di acque minerali;
  • concessioni di produzione o distribuzione di energia elettrica;
  • concessioni ferroviarie;
  • concessioni di frequenze radiofoniche, radiotelevisive e delle comunicazioni.

L’addizionale Ires del 3% porterà l’imposta sul reddito delle società che svolgono attività in concessione dal 24% al 27%, con il rischio che a pagare siano però i consumatori.

Chi paga la Robin Tax: perché si rischia l’aumento dei prezzi per servizi autostradali, bollette e non solo

Non è certo una scoperta nuova in economia che le grandi società, a fronte di un aumento delle tasse, incrementano i costi dei propri beni e servizi per non veder ridotto il proprio margine di guadagni.

Se sulla carta a pagare la Robin Tax sono quindi specifiche categorie di società, concessionarie di servizi, nella realtà il balzello Ires del 3% potrebbe ripercuotersi sui contribuenti.

Come è facile spiegarlo, prendendo ad esempio le concessioni autostradali. Per ridurre il peso della nuova imposta sui propri bilanci, potrebbero aumentare il prezzo dei pedaggi. Stessa cosa per i servizi portuali, così come per le bollette dell’energia elettrica.

Quella che viene definita come Robin Tax proprio per la finalità di solidarietà sociale che presuppone, rischia di trasformarsi nella vera stangata del 2020 per tutte le famiglie.

La Robin Tax è incostituzionale? Per la Corte sì, almeno nel 2015

La Robin Tax non è una novità del Governo Conte Bis. Era stato il Governo Berlusconi ad introdurla per la prima volta nel 2008, con il decreto legge 112 del 2008, come addizionale IRES del 5,5% sugli extra-profitti delle imprese energetiche con ricavi maggiori a 25 milioni di euro. Dopo essere salita nel triennio 2011-2013 al 10,5%, nel 2014 era scesa al 6,5%.

Allora l’obiettivo era quello di bloccare eventuali speculazioni di compagnie energetiche e petrolifere in un periodo segnato da un forte rialzo dei prezzi delle materie prime.

Tuttavia il destino della Robin Tax, già allora accusata di portare ad incrementi dei prezzi per i consumatori, non è stato dei migliori. La Commissione tributaria provinciale di Reggio Emilia ha sollevato la questione di legittimità sull’extra-prelievo sulle società petrolifere, in quanto lesivo del principio di capacità contributiva.

Premettendo che lo scopo del legislatore “appare senz’altro legittimo” e definendo il settore energetico-petrolifero un settore di “stampo oligopolistico, popolato da pochi soggetti«, ove»le ordinarie dinamiche di mercato faticano a esplicarsi”, la Corte Costituzionale, nel 2015, ha dichiarato incostituzionale la Robin Tax perché:

“ha previsto una maggiorazione d’aliquota di una imposizione, qual è l’IRES, che colpisce l’intero reddito dell’impresa”,

e non i soli sovra-profitti poiché manca:

un meccanismo che consenta di tassare separatamente e più severamente solo l’eventuale parte di reddito suppletivo connessa alla posizione privilegiata dell’attività esercitata dal contribuente al permanere di una data congiuntura.

Ad esser contestato era l’incremento indiscriminato dell’imposta, cosa che la Legge di Bilancio 2020 riprende senza considerare il passato. Il rischio di incostituzionalità anche per il balzello del +3% previsto dalla Manovra è dietro l’angolo.

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