Sarà il ritorno del Covid a «salvare» la Fed e soci da un giugno di decisioni rischiose?

Mauro Bottarelli

30 Maggio 2021 - 11:02

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Fra il 10 e il 24 del mese in arrivo, le quattro principali Banche centrali (Cina esclusa) terranno riunioni chiamate a pronunciarsi sul taper dei programmi di sostegno. I mercati attendono e le dinamiche macro sembrano imporre l’agenda. Di colpo, la Gran Bretagna mette in dubbio la riapertura, il Giappone pensa a un nuovo stop alle Olimpiadi e il Vietnam spaventa con la sua nuova variante. Mentre sul caso Ivermectin che starebbe salvando l’India, silenzio assoluto

Sarà il ritorno del Covid a «salvare» la Fed e soci da un giugno di decisioni rischiose?

Il 10 giugno si avvicina. Il 16 pure. Rispettivamente Bce e Fed, in quei due giorni, dovranno dire qualcosa a mercati già freneticamente sintonizzati sulle loro lunghezze d’onda. Taper o non taper? Si scollina l’estate prima di iniziare il ritiro graduale? L’annuncio ci sarà o sarà anch’esso rinviato all’ingiallire delle foglie? I messaggi in tal senso si sprecano, sia in casa Eurotower che dall’altra parte dell’Atlantico.

Quotidianamente e quasi sempre a Borse aperte, un paio di membri dei rispettivi board prende la parola e invia segnali agli investitori. Ovviamente di senso opposto, nemmeno esistesse un tacito patto per un effetto di off-set che - alla fine - faccia guadagnare un altro giorno di rally. Poi, si vedrà. Ma il tempo corre. E ormai l’appuntamento per le Banche centrali è alle porte. Eppure, un indizio rispetto a quanto potrà accadere sta emergendo. E non da fonti monetarie, bensì da quelle sanitarie. Zitto zitto, mentre Europa e Usa ufficialmente si stanno muovendo a larghe falcate verso la normalizzazione grazie alla campagna vaccinale, il Covid sta tornando. A macchia di leopardo.

Ma a far drizzare le antenne è il fatto che uno dei rinnovati fronti di allarme sia quello del Regno Unito, esempio insieme a Israele di efficienza nell’immunizzazione di massa e avanguardia delle riaperture. Tutto fermo, proprio in vista di un’altra data fatidica di giugno: il 21, giorno in cui in Gran Bretagna tutto quanto avrebbe dovuto riaprire. Fine dell’incubo. E invece, ecco che la variante indiana fa paura per uno sviluppo inatteso: starebbe contagiando molto rapidamente e in modo aggressivo non solo chi non è stato ancora vaccinato (alla faccia dell’immunità di gregge spacciata fino all’altro giorno) ma anche chi ha ricevuto solo la prima dose.
Vietnam1 Fonte: Bloomberg
Tanto da far mettere sempre più in dubbio la timeline ufficiale: molto probabilmente, il 21 giugno non cambierà nulla. Niente D-day.

Proprio tre giorni prima del Comitato monetario della Bank of England, attesa da tutti a operare ulteriormente da apripista della riduzione dei programmi di acquisto, dopo la prima sforbiciata del 6 maggio (da 4,44 a 3,44 miliardi di sterline di acquisti alla settimana). Ma non basta. Perché è il fronte asiatico a spaventare. Se infatti Taiwan è dovuta ricorrere a chiusure e restrizioni già da due settimane, limitando o addirittura bloccando la critica produzione di microchip, ora sono Vietnam e Giappone a fare notizia. Quest’ultimo ha appena prolungato lo stato di emergenza nazionale al 20 giugno e implementato le misure già in atto in 8 nuove circoscrizioni nel tentativo di sgravare gli ospedali dalla pressione ormai ingestibile. E se anche a Tokyo i locali che servono alcool sono stati chiusi e quelli senza somministrazione devono comunque abbassare le saracinesche alle 20.00, il segnale più serio arriva da un sondaggio in base al quale il supporto popolare per lo spostamento o la cancellazione dei Giochi Olimpici sta aumentando vertiginosamente. Persino il patron di SoftBank, Masayoshi Son, ha fatto pesare la sua influenza, dicendosi favorevole a un ulteriore rinvio.

Tanto per mettere la questione in prospettiva, la Bank of Japan si riunisce il 17-18 giugno, subito dopo la Fed. E all’ordine del giorno c’è una questione tutt’altro che residuale per il mercato, stante il livello di interventismo della Banca centrale nipponica non solo nel comparto obbligazionario sovrano - ormai monopolizzato dai suoi acquisti di unica istanza e dal controllo sulla curva dei rendimenti - ma anche in quello equities, tramite l’acquisto di Etf. E proprio in quell’ambito gli scorsi 20 e 21 aprile si sono tramutati nei giorni del grande dubbio, il medesimo che la riunione di giugno avrebbe dovuto sciogliere. A fronte di un Topix in calo del 2%, la Bank of Japan per la prima volta dal 2016 non intervenne con acquisti su Etf per tamponare le perdite. Il Plunge Protection Team con gli occhi a mandorla sembrò optare per lo stress test.

Ma questo grafico
Vietnam<sup class="typo_exposants">2</sup> Fonte: Bloomberg
mostra come la pazienza sperimentale durò poco e fu il panico a prevalere: a fronte di un indice benchmark di Tokyo che proseguiva i cali, il giorno dopo Haruhiko Kuroda premette il pulsante buy e acquistò per 70,1 miliardi di yen. Ma questo secondo grafico
Vietnam<sup class="typo_exposants">3</sup> Fonte: Bloomberg/Zerohedge
spiega il perché, nonostante quella rassicurazione tardiva, il mercato attenda con ansia il prossimo board della Banca centrale: l’11 maggio scorso, stessa dinamica sul Topix ma nessun intervento. Nemmeno il giorno seguente. Il timore? Rispetto al passato, quando la serie storica parla di una BoJ pronta all’acquisto non appena l’indice fosse sceso sotto il -0,5%, ora si teme che un cambio di politica sia silenziosamente occorso nelle segrete stanze del Consiglio, tale da limitare i salvataggio a cali più consistenti e superiori a 2%.

Miss Watanabe non ha gradito e attendeva con ansia dei chiarimenti: ci penserà il Covid, magari accompagnato da un clamoroso annuncio riguardo i Giochi Olimpici, a togliere le castagne dal fuoco alla BoJ? Infine il Vietnam, dove la nuova variante sarebbe particolarmente pericolosa e aggressiva, poiché una sorta di ibrido fra quella indiana e quella inglese e con un livello di trasmissibilità per via aerea altissimo. Il tutto, in un Paese che dall’inizio della pandemia ha registrato 6.713 casi e 47 decessi, stando a dati della Johns Hopkins University. Su quasi 100 milioni di abitanti. Come mai tanta paura, quindi, stando anche al livello di mobilità sociale del Paese apparentemente piatto e quindi non in grado di operare da detonatore per l’ondata in corso? Nel frattempo, gli Usa scoprono che parlare chiaramente di origine non naturale del Covid non rappresenti più un’adesione al complottismo, tanto da vedere il numero uno dei virologi, Anthony Fauci, parlare chiaramente di dubbi. Joe Biden ha chiesto alle agenzie federali di investigare sul caso, di fatto mettendo nel mirino il laboratorio di Wuhan e di fornire al riguardo un rapporto completo entro 90 giorni. Un lasso di tempo decisamente breve, a fronte del nulla di fatto ottenuto finora. Ma in quasi perfetta contemporanea con il simposio della Fed di Jackson Hole di fine agosto.

E se per tutta risposta all’offensiva Usa, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha tirato in ballo nel corso di una conferenza stampa gli oltre 200 biolab presenti negli Stati Uniti e citato esplicitamente quello di Fort Detrick in Maryland, a completare il quadro di un mondo (e di un mercato, soprattutto) ormai Covid-centrico ci pensa questa prima immagine.
Vietnam4 Bloomberg/Zerohedge
La quale mostra i risultati ottenuti in India a livello di riduzione di contagi quotidiani nelle ultime quattro settimane: ovvero, da quando l’Ivermectin è stato inserito nel protocollo sanitario ufficiale di lotta al Covid da parte delle autorità di New Delhi. E di cosa si tratta? Un normalissimo anti-parassitario, il quale però - in base agli studi di un’università australiana - debellerebbe la malattia in 48 ore. Come mai tanto clamore per i numeri ancora risibili della variante vietnamita e silenzio tombale per questo risultato apparentemente straordinario in uno dei Paesi più popolosi al mondo e più colpiti in assoluto?

Chissà. Magari si potrebbe chiederne conto a Michael Capuzzo, giornalista del New York Times con sei nominations al Pulitzer alle spalle, il quale al riguardo ha recentemente pubblicato un articolo-inchiesta di 15 pagine dal titolo eloquente: The drug that cracked Covid. A suo dire, una storia incredibile: I don’t know of a bigger story in the world. In effetti, come dargli torto. Il New York Times avrà dedicato un’intera edizione a una notizia simile? No. Questa immagine finale
Vietnam5 Fonte: Mountain Home
mostra dove Michael Capuzzo ha pubblicato il suo racconto: Mountain home, un mensile gratuito della Pennsylvania. Diretto da sua moglie.

A costo di sfidare la nomea di complottista, ancorché lungi dal negare l’esistenza e la pericolosità del virus, viene da pensare che il Covid stia diventando la versione sanitaria della Corea del Nord: ogni tanto salta fuori, promette l’armageddon e consente a tutti di rimettere l’elmetto e imporre a intere società di chiudersi nel bunker. Salvo, forse, essere curabile con un comune anti-parassitario. Sarà il virus a salvare le Banche centrali da un giugno di decisioni quantomeno delicate? Una cosa è certa, tornando in casa Bce: Germania e Francia hanno re-imposto a tempo di record la quarantena per chi arriva dal Regno Unito. E non hanno per ora ritirato chiusure e coprifuoco.

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