È il referendum più inutile di sempre: i veri motivi del Sì e del No

Gli italiani si apprestano a votare per un referendum vuoto di significati, con le ragioni del Sì e del No al taglio dei parlamentari che sono dettate da meri calcoli di sopravvivenza politica.

È il referendum più inutile di sempre: i veri motivi del Sì e del No

Non me ne vogliano costituzionalisti, scrittori, filosofi e politici vari, ma il dibattito in merito al referendum sul taglio dei parlamentari sta assumendo dei toni grotteschi. Il problema non è il contenuto dei discorsi, ma il contesto.

Da settimane si sente parlare di Costituzione, rappresentanza dei territori, soldi che verrebbero risparmiati ed efficienza del Parlamento. Tutti temi nobili ma che cozzano con i veri sentimenti che starebbero animando i due fronti politici.

Guardando la storia del nostro Paese, si potrebbe tranquillamente affermare che questo sul taglio dei parlamentari sarà il referendum più inutile di sempre. Basta vedere come è nato per capire come sia frutto solo di tatticismi politici e non di alte motivazioni a difesa della Costituzione o della rappresentanza dei territori.

L’8 ottobre 2019 la Camera con 553 voti favorevoli, 14 voti contrari e 2 astenuti, ha approvato in via definitiva la riforma del taglio dei parlamentari che prevede, a partire dalla prossima legislatura, una sforbiciata complessiva di 345 parlamentari (115 senatori e 230 deputati).

Chi si è subito opposto è il Partito Radicale, che ha organizzato una raccolta firme nelle piazze per chiedere un referendum: a fronte di 500.000 firme necessarie al 10 gennaio ne sono state raccolte soltanto 669.

I senatori che hanno voluto il referendum

Un referendum comunque può essere richiesto anche presentando le firme di 64 senatori. A riguardo bisogna ricordare che nelle due votazioni a Palazzo Madama sulla riforma i voti contrari sono stati rispettivamente 54 e 50.

Il 10 gennaio, proprio sul filo di lana prima che la riforma diventasse legge, sono state presentate 71 firme di altrettanti senatori: 42 di Forza Italia, 10 del Misto, 9 della Lega, 5 del PD, 2 del Movimento 5 Stelle, 2 di Italia Viva e 1 senatore a vita.

Bisogna ricordare però anche il contesto politico di quel momento, con le sorti del governo che apparivano appese al voto in Emilia Romagna, tanto che il governo Conte veniva dato per traballante anche per i capricci di Matteo Renzi che minacciava una crisi per la questione della prescrizione.

Secondo gli analisti più maligni, l’autentico deus ex machina della richiesta di un referendum fu Matteo Salvini, che voleva ritagliarsi una piccola finestra elettorale nella speranza di un’immediata crisi di governo. Non sarebbe un caso che le nove firme dei senatori leghisti pare abbiano sbloccato una raccolta che sembrava essersi impantanata.

Se la riforma infatti fosse diventata subito legge, sarebbe servito del tempo per sistemare la legge elettorale ridisegnando i collegi del Rosatellum. Alla fine però il centrosinistra ha vinto in Emilia e poi è arrivato il coronavirus a cancellare ogni speranza di voto anticipato.

Già dalla sua nascita questo referendum sembrerebbe avere una natura non molto nobile, senza considerare i costi per una consultazione del genere che adesso sono pure aumentati visto il doppio giorno di voto reso necessario dalla crisi sanitaria in atto.

I veri motivi del Sì

Sono quattro i partiti che si sono apertamente schierati per il Sì al referendum: Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Lega e Fratelli d’Italia. C’è da dire comunque che tra le fila dei dem e del Carroccio non mancano i distinguo di diversi esponenti anche di prima fascia.

I 5 Stelle hanno da sempre portato avanti questa riforma, iniziando l’iter parlamentare con il primo governo Conte (quello con la Lega) e portando a casa l’approvazione definitiva con l’attuale esecutivo giallorosso.

I soldi risparmiati e un Parlamento più efficiente grazie al taglio sono però motivazioni molto deboli. La riforma ha indubbiamente un carattere soltanto simbolico e ai grillini, in grande calo di popolarità e di voti, serve più per compattare il proprio elettorato che per altro.

Per tagliare veramente i costi del Parlamento si dovrebbe infatti mettere mano agli stipendi e ai benefici di deputati e senatori, e magari Luigi Di Maio dovrebbe dare il buon esempio rivedendo il proprio staff alla Farnesina che annualmente costa 711.580 euro, mentre quello del suo predecessore Enzo Moavero Milanesi costava 200.000 euro.

Il taglio del numero dei parlamentari comunque può essere considerato come un apprezzabile primo passo, mentre su una migliore efficienza delle Camere nessuno ha la sfera di cristallo per poterlo dichiarare.

Il Partito Democratico inizialmente aveva votato contro la riforma in Parlamento, salvo poi non far mancare i propri voti una volta nato il governo giallorosso. Nicola Zingaretti infatti ha barattato il proprio via libera alla promessa di una futura riforma elettorale.

Schierandosi con il Sì al referendum ai dem sembrerebbe interessare maggiormente un’altra cosa: approvare poi la nuova legge elettorale proporzionale, il Brescellum calendarizzato a fine mese, che andrebbe a penalizzare Salvini e darebbe i presupposti per la nascita di un patto tra il PD e i 5 Stelle.

Se alle prossime elezioni si votasse infatti con l’attuale legge elettorale, il centrodestra vincerebbe in tutti i collegi maggioritari e con il 50% attestato dai sondaggi farebbe il pieno dei seggi anche nella parte proporzionale.

In sostanza Matteo Salvini diventerebbe premier con una maggioranza che potrebbe arrivare anche ai due terzi del Parlamento, che gli consentirebbe di modificare la Costituzione senza rischi immediati di referendum confermativi.

Tornando al referendum, la Lega si è schierata a favore soltanto per non prestare il fianco agli attacchi dei 5 Stelle e perché Salvini ha annusato l’aria di come potrebbe andare a finire.

Fratelli d’Italia invece ha sempre avuto un atteggiamento coerente: nessun proprio senatore ha firmato per la richiesta referendaria, voto sempre favorevole in Parlamento e ora appoggio al Sì.

I veri motivi del No

Se tra le fila del fronte del Sì le vere motivazioni sembrerebbero essere tutte ispirate a guardare nel proprio orticello, anche per quanto riguarda lo schieramento del No al referendum le cose non sembrerebbero essere molto diverse.

Meno parlamentari significherebbe meno spazio per i partiti minori, non a caso sono tutti compatti contro la riforma. Se poi con una vittoria del Sì dovesse arrivare il Brescellum come legge elettorale, la soglia di sbarramento si alzerebbe dal 3 al 5%.

Questo vorrebbe dire che + Europa, Italia Viva, La Sinistra e Azione, stando ai sondaggi delle ultime settimane, rimarrebbero tutti fuori dal Parlamento, e anche Forza Italia correrebbe molti rischi.

Quanto alla rappresentanza il problema attuale è che deputati e senatori lavorano poco e male, senza considerare che alle ultime elezioni Salvini è stato eletto in Calabria e la Boschi a Bolzano alla faccia della territorialità.

C’è poi un buon numero di politici e personalità del mondo della cultura che si sono schierati per il No soltanto per andare contro il Movimento 5 Stelle, nella speranza magari di indebolire un premier che le immancabili voci vorrebbero poco gradito ai “poteri forti”, ansiosi di vedere a breve un governo tecnico a gestire il fiume di denaro in arrivo dal Recovery Fund.

Questa battaglia referendaria sembrerebbe essere soltanto uno scontro di sopravvivenza tra le varie esigenze dei partiti politici, tanto che andrebbero lasciati in pace i padri costituenti e i principi democratici tirati in ballo nelle ultime settimane.

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