Petrolio in rialzo, l’Arabia Saudita alzerà i prezzi da Aprile: ecco le ragioni del cambio di strategia

L’Arabia Saudita alzerà il prezzo di vendita del petrolio dal prossimo Aprile determinando un sostanziale mutamento della sua strategia commerciale: ecco le ragioni della scelta che potrebbe determinare la fine della guerra dei prezzi praticati sul greggio.

Le variazioni del prezzo del petrolio sono state l’elemento che ha destabilizzato maggiormente le sorti dell’economia mondiale negli scorsi mesi. Soprattutto nel quarto trimestre del 2014 e, segnatamente, in seguito alla riunione dell’OPEC dello scorso Novembre (che decise di non ridurre il tetto della produzione di greggio), sono stati molti i Paesi che hanno incominciato a tremare, o a gioire, per le variazioni di prezzo dell’oro nero.

Giganti economici come la Russia (ma anche il Venezuela) hanno rischiato il collasso, superpotenze come gli Stati Uniti hanno assistito al crollo di settori chiave come quello dello shale oil, Paesi importatori di petrolio, come le nazioni del vecchio continente, hanno tirato un sospiro di sollievo per una decisione che ha determinato un consistente calo dei prezzi dell’energia e dei carburanti.

Quel che è certo è che la decisione del cartello dei Paesi produttori di petrolio ha dato una sonora scossa a uno dei settori principali dell’economia reale, determinando il crollo di quotazioni che erano già iniziate a scendere dallo scorso luglio e che sono arrivate, all’inizio del 2015, ai 45 dollari al barile, in prezzo estremamente basso che corrispondeva a un ribasso percentuale pari al 60% (sempre dallo scorso luglio 2014).

Dal punto di vista politico, il brusco ribasso dei prezzi ufficiali di vendita del petrolio praticati dall’Arabia Saudita, avvenuto lo scorso Novembre e seguito a stretto giro da un ribasso dei prezzi del greggio anche da parte di Iran, Iraq e Kuwait, accanto alla decisione dell’OPEC di mantenere invariata la produzione, sembravano segnali inequivocabili di quella che si configurava come una vera e propria guerra dei prezzi: perdere sui ricavi, pur di mantenere invariate le vendite a fronte del pericolo rappresentato dall’olio di scisto, il nuovo combustibile fossile grazie al quale gli Stati Uniti sono diventati un Paese esportatore di combustibili.

L’andamento di due vicende strettamente correlate, come l’andamento dei prezzi del petrolio e la concomitante guerra commerciale in corso tra Medio Oriente e Stati Uniti sembrano ora cambiare verso.

Da un lato, infatti, i prezzi del petrolio hanno, da qualche settimana, ripreso a salire: il Brent è quotato oggi sopra i 60 dollari al barile (60,63 dollari con variazione del -0.64 - rilevazione delle ore 12.27) mentre il WTI si posiziona oltre i 50 dollari al barile (50,75 dollari con variazione del + 0,46% - rilevazione delle ore 12.27). A commento di questa inversione di tendenza l’Arabia Saudita ha mostrato una cauta soddisfazione, la scorsa settimana il ministro del petrolio saudita Ali Al Naimi ha, infatti, dichiarato che

«Il mercato è calmo, la domanda sta crescendo»

Conseguentemente, se la domanda sta crescendo, per Saudi Aramco, la compagnia nazionale saudita che si occupa di idrocarburi, è sembrato il momento giusto per mettere in campo una revisione al rialzo dei prezzi: i listini di Aprile, per Asia e Stati Uniti, subiranno, infatti, un rialzo di un dollaro in più al barile su tutte le qualità di greggio commercializzate dalla Saudi Aramco.

Anche se la decisione di alzare i prezzi del petrolio potrebbe essere una decisione puramente commerciale determinata da un’inversione della domanda, si tratta comunque di un rincaro molto consistente, rispetto agli standard. Un elemento, quest’ultimo, che consentirebbe di leggere la variazione come un chiaro segnale di fine, o per lo meno di sospensione, della guerra dei prezzi messa in atto finora dai sauditi.

Non solo, gli Official Seller Price (prezzi di vendita ufficiali), ossia i listini dei prezzi del petrolio che, almeno teoricamente dovrebbero adeguarsi all’andamento del mercato, sono stati recentemente considerati dagli operatori finanziari dei market mover, ovvero degli elementi che possono determinare l’andamento del mercato stesso. Tuttavia, in questo caso occorre prudenza, dal momento che è molto difficile, stando alle valutazioni degli stessi operatori finanziari, comprendere chiaramente sia la finalità di questo rialzo dei prezzi, sia interpretare questa decisione. I listini dei prezzi ufficiali del petrolio, si applicano, infatti, ai contratti di fornitura a lungo termine delle raffinerie e le variazioni di prezzo stabilite dalle compagnie petrolifere nazionali devono essere sommate (o sottratte, se si tratta di variazioni al ribasso) a un altro indice di riferimento del prezzo del petrolio che varia in base all’andamento del mercato (per l’Asia questo secondo indice è il Dubai-Oman; per gli USA è l’indice Asci e per l’Europa è la media ponderata del Brent (Bwave).

Alla scelta di Saudi Aramco occorre poi associare anche la lettura congiunta di altri eventi relativi al settore del petrolio: anche se la scelta di rialzare i prezzi potrebbe avere una valenza (ulteriormente) rialzista sull’andamento del prezzo del petrolio, ciò è di fatto avvenuto, in misura meno consistente del previsto nella giornata di ieri (dove il Brent è salito del 2,5% e il WTI dell’1,9%). Ciò è ancor più vero se si considera che la giornata di ieri è stata caratterizzata da altre notizie di natura rialzista, come il l’opposizione di Netanyahu all’accordo sul nucleare con l’Iran e la riduzione della produzione di petrolio russa, dovuta alle sanzioni.

Probabilmente, come già aveva notato James O’neill recentemente, il rialzo del prezzo del petrolio avverrà di certo ma con tempistiche lenti e con modalità graduali.

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