Petrolio: perché il fondo norvegese sta scappando dal mercato

Il petrolio sotto i riflettori: il fondo sovrano norvegese vuole abbandonare il mercato del greggio. Un segnale ribassista da cogliere al volo?

Petrolio: perché il fondo norvegese sta scappando dal mercato

Il petrolio torna a catalizzare l’attenzione degli investitori.

Norges Bank, la banca centrale che gestisce il fondo sovrano norvegese da 1 trilione di dollari, ha comunicato l’intenzione di quest’ultimo di tirarsi fuori dal mercato e di porre fine agli investimenti, anche nel comparto gas.
L’annuncio a sorpresa ha ovviamente allarmato il mercato e gli osservatori internazionali, recentemente soddisfatti dei rialzi delle quotazioni. Proprio alla luce delle recenti oscillazioni del prezzo del petrolio viene da chiedersi se l’addio del fondo norvegese non sia un chiaro segnale ribassista per il mercato.

L’importanza del fondo

Statens pensjonsfond Utland. È questo il nome del fondo norvegese in procinto di abbandonare il mercato del petrolio. Più comunemente noto come Oljefondet, esso può vantare circa l’1,5% delle azioni emesse a livello globale: tra queste, almeno il 6% sono collegate a titoli di società petrolifere (corrispondenti a 35 miliardi).

Si pensi ad esempio alle sue partecipazioni in Shell, Exxon, British Petroleum e persino in ENI con un miliardo (il fondo non ha mai celato la sua propensione all’investimento in Italia).

Come forma di tutela dell’economia norvegese, il fondo sta abbandonando il mercato, azzerando di fatto l’esposizione alle già citate società quotate. Stiamo parlando, come già accennato, di titoli per un valore complessivo di 35 miliardi di dollari.

Il governo e il parlamento norvegese saranno chiamati ad esprimersi sulla questione che non sembra si risolverà prima della fine del prossimo anno.

I motivi dell’addio

A preoccupare il fondo norvegese sono le recenti oscillazioni del prezzo del petrolio che, soprattutto nel corso del 2017, ha viaggiato sulle montagne russe, passando dai minimi di inizio anno fino al rally dell’estate oltre i 60 dollari al barile.

Nonostante lo storico accordo OPEC e gli sforzi dei produttori abbiano permesso all’oro nero di recuperare, lo shale statunitense continua a pesare, e ha già ripetutamente messo in discussione gli sforzi del Cartello di riequilibrare il mercato.

Che cosa accadrebbe nel caso in cui il prezzo del petrolio tornasse in piena fase ribassista? Per evitare un impatto negativo sull’economia norvegese, il fondo ha preferito tirarsi fuori dai giochi. Che sia questo un chiaro segnale bearish per gli investitori?

Oslo ha ribadito che la presa decisione sul petrolio non dipende da alcun tipo di previsione sul mercato, ma una cosa appare ormai certa: la pressione sulle spalle dell’OPEC tornerà ad aumentare.

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