Petrolio: investire sulle grandi società in ottica di rimbalzo dei prezzi?

La forte discesa dei prezzi del petrolio di questi giorni potrebbe indurre ad investire nelle grandi società petrolifere in ottica di lungo periodo nell’ottica di un ritorno a 70-80$ a barile. Vediamo perché e come investire.

I prezzi del petrolio odierni e nel breve-medio periodo potrebbero mettere in difficoltà i produttori USA di Shale Oil facendo in modo che taglino la produzione per evitare di rimanere fuori dal mercato.
Quest’azione, sommata alla prolungata insostenibilità di prezzi del petrolio troppo bassi anche per Opec e Russia, potrebbe fare in modo che scatti una reazione globale a catena per far rialzare i prezzi del petrolio nel lungo periodo.

E’ arrivato il momento di investire sulle grandi compagnie petrolifere?

Potrebbe essere arrivato il momento di puntare sulle grandi società petrolifere in ottica di un investimento di lungo periodo. Il petrolio negli ultimi giorni ha toccato i 45 dollari al barile che potrebbe essere un buon pretesto per investire sulle grandi compagnie petrolifere, vista la capacità del mercato petrolifero nel sapersi riequilibrare.

Prezzo del petrolio in rialzo nel lungo periodo: perché?

Nel breve-medio periodo il petrolio potrebbe continuare a scendere, tutto dipenderà dal successo nelle negoziazioni con l’Iran e sulla decisione del rialzo dei tassi da parte della Fed. L’Iran potrebbe aumentare la produzione di petrolio, facendo in modo da appesantire la già profonda sovrapproduzione petrolifera, facendo in modo che i prezzi dell’oro nero possano nuovamente abbassarsi.

Il rialzo dei tassi invece, se fatto in tempi non corretti, potrebbe far abbassare la domanda di petrolio già di per sè anemica. Infatti, se la Fed dovesse decidere di alzare i tassi troppo presto, potrebbe mettere in difficoltà la Cina che è il primo importatore mondiale di petrolio e la cui domanda pesa non poco sulla domanda globale del greggio.

Tuttavia, come sappiamo, le politiche di prezzo effettuate dall’Opec sono volte a togliere dal mercato del greggio la concorrenza dei produttori di Shale Oil americani che sono interessati a fare il loro ingresso, in modo preponderante, nel mercato petrolifero.

Per i produttori di Shale Oil americani però, il prezzo del petrolio così basso o se anche oscillasse tra i 50 e i 60$ a barile sarebbe insostenibile. Questo perché per i produttori americani il prezzo di break-even si aggira in un range compreso tra i 70 e gli 80$ a barile, perciò se il prezzo del petrolio dovesse rimanere al di sotto di quel range, per i produttori americani si metterebbe piuttosto male. E infatti, come riportato nel nostro articolo di quest’oggi, il prezzo del petrolio odierno è considerato un «dono di Dio» dai Paesi dell’Opec.

Per evitare di scomparire dal mercato del greggio, i produttori di petrolio americani sarebbero costretti ad aggiustare il tetto di produzione a ribasso nel lungo periodo. Questo fattore sommato al fatto che la domanda di greggio dovrebbe ritrovare smalto nell’arco di un anno o più, insieme al taglio della produzione da parte dell’Opec, potrebbe portarci a pensare che puntare sulle grandi società petrolifere potrebbe rivelarsi un investimento vincente.

Infatti, anche l’Opec prima o poi dovrà per forza abbassare il tetto della produzione petrolifera in modo da permettere un rialzo dei prezzi del petrolio poiché anche per gli stessi Paesi leader di produzione di petrolio un prezzo intorno ai 50-60$ potrebbe diventare insostenibile.

Per i Paesi dell’Opec il prezzo di break-even del petrolio è di circa 90$ a barile (break-even non basta perché bisogna anche coprire i costi di produzione) e quindi costringe i Paesi produttori arabi di petrolio a rialzare i prezzi del greggio per non vedere un innalzamento cospicuo del deficit statale.

Lo stesso discorso vale per la Russia che dai prezzi del petrolio ne ricava il 70% degli introiti nella bilancia commerciale. Infatti Putin sta cercando più o meno disperatamente di rialzare i prezzi del greggio per dare una dose di ossigeno alla provata economia russa.

Come e perché investire sulle grandi compagnie petrolifere

Il mercato del petrolio ha una capacità auto-rigenerativa. Una flessione dei prezzi del petrolio, incide sulla profittabilità delle trivellazioni che di consequenza fa in modo che la fornitura del greggio si abbassi dando una spinta ai prezzi.

In aggiunta durante i periodi di crisi del petrolio le società petrolifere preferiscono tagliare i costi e rimandare i progetti, concentrandosi sui cash flow e su un’alta distribuzione dei dividendi permettendo alle società petrolifere di mantenere dei fondamentali forti.

Le grandi società petrolifere in questi anni hanno ammodernato i loro modelli di business facendo in modo che gli shock dei prezzi del petrolio impattino relativamente sul bilancio. Molte delle grandi compagnie petrolifere hanno diversificato le loro capacità produttive concentrandosi su fonti rinnovabili, gas e raffinazione facendo in modo che, se il prezzo del petrolio dovesse abbassarsi, i ricavi derivanti dalle altre divisioni bilancerebbero gli introiti mancati dalla voce petrolio.

Questo discorso vale per le grandi società del settore petrolifero, in Italia vale ad esempio per Erg e Eni ma non ad esempio per Saras. Infatti, le piccole società che non hanno un modello di business diversificato, durante i periodi di crisi petrolifera tendono ad essere inglobate nelle grandi società facendo in modo di migliorarne l’efficienza e la redditività operativa complessiva nel lungo periodo.

Un esempio potrebbe essere quello di Exxon che nel 1999 acquisì Mobil e vide accrescere il prezzo dell’azione da 72$ di inizio anno a 79$ il giorno dell’acquisizione per finire a 82,5$ alla fine dell’anno.

Perciò in Italia si potrebbe pensare di investire su società quali Eni ed Erg, evitando altre società come la Saras che gode della momentanea caduta dei prezzi del petrolio visto che il core business della società è incentrato sulla raffinazione dello stesso e che quindi con prezzi del petrolio bassi aumenta la redditività aziendale.

E’ un caso che la Rosneft abbia collocato pochi giorni fa il 9% del suo capitale? Forse. Potrebbe tuttavia essere una strategia di lungo periodo poiché i russi potrebbero pensare che sia meglio vendere quando il mercato petrolifero gira in favore dell’azienda.

Per chi invece si volesse cimentare nell’investimento di lungo periodo su azioni petrolifere estere è consigliabile tenere d’occhio Exxon Mobil, Dutch Shell e Chevron che rispettano i criteri di grandi società con diversificazione del business.

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