Quando il prezzo del petrolio sale: cosa insegna la storia sugli shock geopolitici

Redazione Money Premium

3 Luglio 2025 - 07:23

Gli shock geopolitici spingono in alto i prezzi del greggio, ma la storia dimostra che senza interruzioni gravi alla produzione, l’impatto macroeconomico resta contenuto.

Quando il prezzo del petrolio sale: cosa insegna la storia sugli shock geopolitici

Nel corso dell’ultimo anno, il rischio geopolitico è stato tra le principali preoccupazioni degli investitori. Un concetto spesso usato in modo generico — e in certi casi come eufemismo per le politiche tariffarie americane — che oggi torna alla ribalta in una delle sue forme più classiche: la minaccia che un conflitto in Medio Oriente metta a rischio l’offerta globale di petrolio.

Con l’attacco israeliano agli impianti nucleari iraniani, seguito da un colpo diretto a un terminal petrolifero a Teheran, il prezzo del greggio è salito del 12% in poche ore. L’Iran, che produce circa 3,3 milioni di barili al giorno (di cui due milioni destinati all’esportazione), rappresenta una quota significativa ma gestibile del mercato globale, considerando la capacità di aumento rapido della produzione da parte di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che insieme possono aggiungere oltre 3,5 milioni di barili al giorno.

Tuttavia, ciò che spaventa non è tanto un taglio diretto della produzione, quanto il rischio che Teheran possa decidere di chiudere lo Stretto di Hormuz — da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — o colpire le infrastrutture energetiche dei paesi vicini.

La relazione tra prezzo del petrolio, instabilità geopolitica e andamento macroeconomico è tutt’altro che lineare. Uno studio della Banca Centrale Europea del 2023 ricorda che, dopo l’11 settembre 2001, il prezzo del Brent aumentò del 5% per poi perdere il 25% nel giro di due settimane, a causa delle attese di rallentamento economico. Stesso copione, in scala diversa, dopo l’invasione russa dell’Ucraina: +30% nelle prime due settimane, poi ritorno ai livelli pre-invasione dopo otto.

Questi esempi confermano come gli shock geopolitici agiscano tramite due canali: nel breve periodo attraverso il “canale del rischio”, che fa aumentare la convenience yield, cioè il valore associato al possesso immediato del petrolio; nel lungo periodo tramite il “canale dell’attività economica”, che porta invece a una riduzione della domanda globale, raffreddando i prezzi.

In sintesi: gli aumenti di prezzo innescati da crisi geopolitiche tendono a essere temporanei, a meno che non si verifichi un’interruzione reale della produzione.
Non tutti i precedenti, però, offrono rassicurazioni. Gli shock del 1973 e del 1979 portarono gli Stati Uniti in recessione, e la loro eco continua a influenzare le aspettative di mercati e policy maker. Tuttavia, secondo una recente analisi della Federal Reserve Bank di Dallas, anche un rischio elevato di shock simile a quelli storici ridurrebbe oggi l’output economico globale solo dello 0,12%. Un impatto modesto, che invita a valutazioni meno drammatiche.

Allo stesso modo, anche i mercati azionari tendono a reagire con sobrietà. Secondo il FMI, gli eventi geopolitici del secondo dopoguerra sono stati associati a ribassi di breve termine, ma con effetti nulli sul lungo periodo — ad eccezione, ancora una volta, del 1973.

Molto dipenderà da quanto durerà il conflitto tra Israele e Iran e da quanto si espanderà. È utile ricordare che perfino durante la “Guerra delle Petroliere” degli anni ’80 — quando oltre 200 navi furono colpite nello Stretto di Hormuz — i prezzi del greggio si stabilizzarono dopo un’impennata iniziale.

La storia insegna che solo un’interruzione significativa e duratura nella produzione mediorientale può innescare effetti profondi sull’economia globale. Per ora, gli allarmi restano contenuti. Ma i mercati, come sempre, restano in ascolto.