NASpI e dimissioni volontarie: 4 situazioni in cui la disoccupazione spetta comunque

Simone Micocci

24 Giugno 2021 - 11:04

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La NASpI non spetta in caso di dimissioni volontarie: generalmente è così, ma ci sono delle eccezioni. Ecco quali.

NASpI e dimissioni volontarie: 4 situazioni in cui la disoccupazione spetta comunque

Chi si dimette volontariamente dal lavoro generalmente non ha diritto all’indennità di disoccupazione (NASpI). Il legislatore, infatti, ha previsto questa condizione per evitare che una persona decida di lasciare il lavoro perché incentivata dalla possibilità di percepire l’indennità di disoccupazione.

A tal proposito, la normativa stabilisce che la NASpI spetta esclusivamente ai lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che hanno perso involontariamente l’occupazione. È su quel concetto di volontarietà, quindi, che si fonda l’intero impianto, motivo per cui per i periodi di lavoro cessati per dimissioni volontarie generalmente non spetta l’indennità di disoccupazione.

Tuttavia, ci sono almeno quattro situazioni in cui si ha diritto comunque alla NASpI nonostante le dimissioni volontarie.

NASpI e dimissioni per giusta causa

Per diverso tempo si è discusso riguardo alla volontarietà delle dimissioni per giusta causa.

È vero, infatti, che anche in questo caso è comunque il lavoratore dipendente a rassegnare le dimissioni, condizione che sembrerebbe escludere la possibilità del riconoscimento dell’indennità di disoccupazione, ma lo è altrettanto il fatto che senza il comportamento lesivo messo in atto dal datore di lavoro questo non avrebbe avuto alcun motivo per interrompere anticipatamente il rapporto lavorativo.

Per questi, quindi, la NASpI rappresenta più una tutela che un “incentivo”.

Un principio che l’Inps ha messo nero su bianco con la circolare 163 pubblicata il 20 ottobre 2003, dove si legge che “qualora le dimissioni non siano riconducibili alla libera scelta del lavoratore ma siano indotte da comportamenti altrui che implicano la condizione d’improseguibilità del rapporto di lavoro”, allora si ha comunque diritto all’indennità di disoccupazione.

Ma attenzione, non basta che sussista la giusta causa per far sì che anche le dimissioni presentate siano riconosciute come tali. È richiesta, infatti, un’apposita procedura senza la quale non sarà comunque possibile richiedere l’indennità di disoccupazione.

NASpI e dimissioni volontarie per maternità

Sono a tutti gli effetti delle dimissioni volontarie, invece, quelle date [durante il periodo di maternità. Come tale si intende quello che va dal 300° giorno precedente alla data presunta del parto al compimento del 1° anno di vita del bambino.

Pur essendo tali il legislatore ha comunque riconosciuto il diritto alla NASpI a queste lavoratrici. Una tutela per coloro che decidono di lasciare il lavoro per dedicarsi completamente alla cura del proprio figlio, riconoscendo comunque loro il diritto a percepire l’indennità di disoccupazione per i periodi lavorativi avuti negli ultimi 4 anni (purché non abbiano già dato luogo alla NASpI).

Anche in questo caso c’è una procedura particolare per presentare le dimissioni e non perdere il diritto alla disoccupazione. È necessario, infatti, presentare richiesta direttamente all’Ispettorato Nazionale del Lavoro (senza utilizzare la procedura telematica per le dimissioni online).

NASpI e risoluzione consensuale

Spetta comunque l’indennità di disoccupazione quando c’è la volontà del dipendente a non continuare il rapporto di lavoro, come pure quella del datore di lavoro.

Nel dettaglio, ci riferiamo a due situazioni che danno luogo alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro:

  • la prima, è quella in cui la risoluzione avviene nell’ambito della procedura di conciliazione presso la direzione territoriale del lavoro come disposto dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e come sostituito dall’articolo 1, comma 40, legge 92/2012;
  • la seconda è il caso in cui la risoluzione sia consensuale in quanto il lavoratore dipendente si rifiuta di trasferirsi presso un’altra sede dell’azienda, purché questa sita a più di 50 chilometri di distanza dalla residenza del lavoratore (o raggiungibile comunque con più di 80 minuti con i mezzi pubblici).

NASpI: dimissioni volontarie e riassunzione

C’è una quarta situazione in cui spetta comunque la disoccupazione per i periodi lavorativi interrotti con le dimissioni.

Prendiamo un lavoratore che si dimette e non rientra nelle casistiche suddette. Questo non potrà richiedere la disoccupazione. Ma attenzione: non è detto che questi periodi vadano persi.

In caso di riassunzione e di successiva perdita involontaria del lavoro, infatti, si va comunque indietro di quattro anni. Qualora in questo periodo siano compresi i periodi lavorati precedentemente che non hanno dato luogo alla NASpI visto quanto detto sopra, questi verranno presi in considerazione sia ai fini della maturazione del diritto che per il calcolo dell’indennità stessa.

Ricordiamo, infatti, che la NASpI spetta quando:

  • negli ultimi 4 anni ci siano almeno 13 settimane contributive;
  • nell’ultimo anno ci siano almeno 30 giorni di lavoro effettivo nell’ultimo anno (fino al 31 dicembre 2021 questo requisito non viene considerato).

Ebbene, per la maturazione di questi requisiti si tiene anche conto di eventuali periodi lavorativi cessati in seguito a dimissioni volontarie, ma solo nel caso in cui ci sia successivamente una riassunzione e una conseguente perdita del lavoro per non volontarietà del dipendente. Lo stesso vale per il calcolo del beneficio, per il quale si tiene conto di tutti i periodi lavorati negli ultimi 4 anni che non hanno già dato luogo all’indennità di disoccupazione.

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