MES, cos’è e come funziona il Meccanismo Europeo di Stabilità: capitale, regole, riforma e backstop. L’Italia è l’unico dei 21 membri a non aver ratificato.
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Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) torna ciclicamente al centro del dibattito politico italiano, ogni volta che l’Eurogruppo rimette sul tavolo la riforma del fondo salva-Stati. Ma cos’è il MES e come funziona?
Il quadro, a ottobre 2026, è netto: con l’ingresso della Bulgaria, il 29 giugno 2026, i membri del MES sono saliti a 21 e l’Italia è l’unico Paese aderente a non aver ratificato l’accordo internazionale che modifica il funzionamento del MES originario. La Camera ha respinto la ratifica il 21 dicembre 2023 con 184 voti contrari, 72 favorevoli e 44 astensioni. A maggio 2026, secondo fonti Ue citate dal sito Eunews, i partner europei avrebbero rinunciato a nuove pressioni su Roma, giudicando poco opportuno sollevare la questione con il Paese ormai vicino alle elezioni.
La premier Giorgia Meloni, subito dopo la bocciatura, ha definito il MES uno strumento obsoleto, sostenendo che la mancata ratifica potesse diventare l’occasione per trasformarlo in qualcosa di più efficace, adeguato al nuovo contesto geopolitico e orientato alla crescita anziché alla logica dell’austerità del passato.
Per comprendere appieno cos’è esattamente il MES e come funziona occorre partire dalle sue origini e approfondire la riforma approvata dall’Eurogruppo. In questo articolo vediamo cos’è il MES, come funziona e perché la sua riforma è ancora ferma in Italia.
Cos’è il MES?
Il Meccanismo Europeo di Stabilità nasce dalla modifica dell’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, decisa dal Consiglio europeo il 25 marzo 2011, che ha autorizzato i Paesi dell’euro a istituire un meccanismo di stabilità permanente. Il fondo salva-Stati ha raccolto l’eredità dell’EFSF, il fondo temporaneo creato nel giugno 2010, ed è stato inaugurato l’8 ottobre 2012, dopo aver superato i ricorsi davanti alla Corte di giustizia Ue e alla Corte costituzionale tedesca. L’avvio, inizialmente previsto per il 2013, era stato anticipato al 2012 a causa di una crisi del debito sempre più pressante.
A chi si chiede cos’è il MES potremmo dunque rispondere definendolo un meccanismo volto a mantenere la stabilità finanziaria della zona euro. È un’organizzazione intergovernativa regolata dal diritto internazionale pubblico, con sede a Lussemburgo, che si finanzia emettendo obbligazioni sui mercati.
Il MES è un fondo di assistenza finanziaria che ha l’obiettivo di aiutare i Paesi dell’Eurozona (non tutti gli Stati Ue, quindi) che si trovano in difficoltà finanziarie e non riescono più a finanziarsi a costi sostenibili con il normale collocamento di titoli di Stato. In cambio del prestito, il Paese beneficiario deve accettare una serie di condizioni, fissate in un Memorandum d’intesa: un programma di aggiustamento macroeconomico e di controllo del debito che può comprendere riforme incisive, dalle pensioni alla spesa pubblica.
Oggi il MES ha una capacità di prestito massima di 500 miliardi di euro, di cui oltre 430 miliardi ancora disponibili a fine 2025. Con i versamenti della Bulgaria, il capitale sottoscritto salirà a 714,67 miliardi, di cui 81,68 miliardi effettivamente versati. L’Italia è il terzo azionista dopo Germania (26,51%) e Francia (19,91%): detiene il 17,49% del capitale, pari a 125 miliardi sottoscritti e 14,29 miliardi versati.
Tra il 2010 e il 2018 EFSF e MES hanno erogato complessivamente 295 miliardi di euro a cinque Paesi: Grecia (203,8 miliardi), Spagna (41,3 miliardi, per ricapitalizzare le banche), Portogallo (26 miliardi), Irlanda (17,7 miliardi) e Cipro (6,3 miliardi). Irlanda e Portogallo sono stati assistiti dal solo EFSF, Spagna e Cipro dal MES, la Grecia da entrambi. Tutti i programmi si sono chiusi, l’ultimo quello greco ad agosto 2018. Per le linee di credito precauzionali, invece, sono richiesti criteri più leggeri: sono destinate a Stati con fondamentali economici solidi colpiti da shock avversi fuori dal loro controllo.
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Come funziona il MES?
Una volta capito, almeno in linea di massima, cos’è il MES occorre comprendere al meglio come funziona e come tutela la stabilità finanziaria dell’area euro. Lo scopo del fondo è fissato dall’articolo 3 del trattato istitutivo, mentre la procedura per concedere assistenza è disciplinata dall’articolo 13.
Possiamo suddividere la sua azione in tre fasi distinte.
- Lo Stato in difficoltà invia al Presidente del Consiglio dei governatori una richiesta di assistenza, indicando lo strumento richiesto.
- Il Consiglio dei governatori incarica la Commissione Ue, d’intesa con la BCE, di valutare se esiste un rischio per la stabilità finanziaria dell’Eurozona, se il debito pubblico del Paese è sostenibile e quale sia il suo fabbisogno finanziario effettivo. Dove possibile, la valutazione coinvolge anche il FMI.
- Sulla base delle analisi, il Consiglio dei governatori decide se concedere l’aiuto, sotto forma di prestito o di altro strumento, e affida a Commissione e BCE il negoziato del Memorandum d’intesa con le condizioni da rispettare.
Le decisioni più rilevanti, a partire dalla concessione dell’assistenza, vengono prese di comune accordo, cioè all’unanimità dei votanti; le altre a maggioranza qualificata (80%) o semplice. I diritti di voto sono proporzionali al capitale sottoscritto da ciascuno Stato. In caso di urgenza, se Commissione e BCE concludono che il mancato via libera minaccerebbe la sostenibilità economica e finanziaria dell’Eurozona, scatta una procedura d’emergenza con maggioranza dell’85%: una soglia che assegna di fatto un potere di veto ai soli Paesi con quote superiori al 15%, ossia Germania, Francia e Italia. Il MES e i suoi beni godono di immunità dai procedimenti giudiziari, salvo le eccezioni previste dal trattato: la rinuncia espressa da parte del Meccanismo o i casi contemplati nei contratti, compresa la documentazione dei suoi strumenti di finanziamento.
Il Meccanismo Europeo di Stabilità è guidato da un Consiglio dei governatori, composto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona e presieduto dal presidente dell’Eurogruppo, dal 12 dicembre 2025 il greco Kyriakos Pierrakakis. Accanto c’è un Consiglio di amministrazione, i cui membri sono nominati dai governatori, che segue la gestione corrente.
Completa la struttura il Direttore generale, nominato dai governatori per un mandato di cinque anni rinnovabile: dal 1° dicembre 2022 è l’ex ministro delle Finanze lussemburghese Pierre Gramegna. Il Direttore generale presiede il Consiglio di amministrazione ma non ha diritto di voto. Il commissario europeo agli Affari economici e monetari e il Presidente della BCE partecipano alle riunioni dei governatori come osservatori.
Cosa prevede la riforma del MES?
Nel 2017 l’Europa ha aperto all’ipotesi di rivedere il trattato istitutivo ed è proprio questa eventualità che ha spianato la strada a un acceso dibattito in Italia. Dopo l’accordo politico raggiunto all’Eurogruppo del 4 dicembre 2019, gli Stati allora membri, Italia compresa, hanno firmato l’accordo di modifica del trattato tra gennaio e febbraio 2021. Croazia e Bulgaria hanno ratificato trattato e riforma in seguito, al momento della loro adesione. Per entrare in vigore, però, la riforma richiede la ratifica parlamentare di tutti i membri.
Le misure descritte di seguito fanno parte della riforma, che non è ancora entrata in vigore: fino al completamento delle ratifiche continuano ad applicarsi le regole del trattato del 2012.
La riforma definisce criteri di ammissibilità precisi per le linee di credito precauzionali, che i contrari alla ratifica hanno giudicato troppo restrittivi. Secondo la Banca d’Italia, però, i prerequisiti per accedere a prestiti e linee precauzionali sarebbero rimasti sostanzialmente invariati.
Sul tavolo delle discussioni le condizioni per poter attivare la PCCL (Precautionary Conditioned Credit Line), la linea di credito precauzionale pensata per i Paesi dell’Eurozona colpiti da turbolenze sul mercato del debito pur avendo conti in ordine.
Con la riforma, le condizioni più caratteristiche per accedere alla PCCL sarebbero, nei due anni precedenti la richiesta:
- un rapporto deficit/Pil non superiore al 3%;
- un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al livello minimo fissato per il Paese;
- un rapporto debito/Pil sotto il 60% o, in alternativa, una riduzione della distanza da questa soglia al ritmo medio di 1/20 l’anno;
- l’accesso ai mercati internazionali a condizioni ragionevoli, una posizione estera sostenibile e l’assenza di squilibri eccessivi o di gravi fragilità nel settore finanziario.
Chi rispetta i criteri non firmerebbe un Memorandum, ma una lettera d’intenti, con verifiche almeno semestrali. L’impianto del MES riformato comprende quindi:
- due linee di credito: una precauzionale (PCCL), con i paletti visti sopra, e una a condizioni rafforzate (ECCL) per i Paesi solidi che non rispettano tutti i requisiti, vincolata a un Memorandum;
- un ruolo più forte del MES nei programmi: firmerebbe i futuri Memorandum insieme alla Commissione e valuterebbe la capacità di rimborso del Paese;
- le clausole di azione collettiva con voto unico dei creditori (single-limb), per rendere più ordinata un’eventuale ristrutturazione del debito;
- il backstop al Fondo di risoluzione unico per le banche.
In risposta alla crisi pandemica, nel maggio 2020 il MES ha attivato il Pandemic Crisis Support, una linea di credito da 240 miliardi di euro (fino al 2% del Pil di ciascun Paese) per le spese sanitarie legate al Covid-19. Lo strumento è rimasto disponibile fino a fine 2022, ma nessuno Stato ne ha fatto richiesta.
Backstop bancario
Una delle novità più importanti della riforma riguarda il backstop per il settore bancario. Si tratta di una rete di sicurezza per il Fondo di risoluzione unico (SRF), gestito dal Comitato di risoluzione unico (SRB) e alimentato dai contributi delle banche, non dai contribuenti. Se il Fondo esaurisse le proprie risorse durante la gestione della crisi di una banca, il MES potrebbe prestargli il necessario attraverso una linea di credito rotativa con un tetto di 68 miliardi di euro.
Il backstop scatterebbe solo come ultima istanza, quando l’SRB non riesce a raccogliere contributi o a prendere fondi a prestito a condizioni accettabili. Le decisioni spetterebbero al Consiglio di amministrazione del MES, di comune accordo ed entro 12 ore dalla richiesta. Il prestito andrebbe rimborsato con i contributi bancari entro tre anni, estendibili fino a cinque, così da risultare neutrale per i conti pubblici nel medio periodo. Con l’arrivo del backstop verrebbe eliminato lo strumento di ricapitalizzazione diretta delle banche.
La riforma prevede inoltre che il MES, su richiesta del Paese interessato, possa in futuro facilitare il dialogo tra lo Stato e i suoi investitori privati in vista di una ristrutturazione del debito, su base volontaria, informale, non vincolante e riservata. Né il trattato attuale né quello rivisto rendono automatica la ristrutturazione del debito.
Nel frattempo tutti gli altri Paesi hanno completato le ratifiche. La Croazia, entrata nell’euro a inizio 2023, ha aderito al MES approvando sia il trattato istitutivo sia quello di riforma. Lo stesso ha fatto la Bulgaria: il suo Parlamento ha ratificato entrambi i testi a maggio 2026 e il Paese è diventato il 21° membro del MES il 29 giugno 2026. Per l’entrata in vigore della riforma manca soltanto il via libera di Roma, mentre il MES continua a operare con le regole attuali.
L’Italia e il MES oggi: a che punto è la ratifica
La posizione italiana si è consolidata in tre anni. A fine novembre 2022 la Camera ha approvato una mozione della maggioranza che impegnava il governo a non presentare il disegno di legge di ratifica, in attesa delle nuove regole del Patto di stabilità. Il 21 dicembre 2023, il giorno dopo l’intesa europea sul nuovo Patto, l’Aula ha bocciato la ratifica con 184 no, 72 sì e 44 astenuti: contro hanno votato Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 Stelle, a favore Pd, Italia Viva, Azione e +Europa, mentre si sono astenuti Forza Italia, Noi Moderati e Alleanza Verdi-Sinistra.
La mancata ratifica non cancella il MES: il trattato del 2012 resta pienamente in vigore e l’Italia conserva il proprio peso nel Consiglio dei governatori. A restare congelate sono le novità della riforma, a partire dal backstop bancario. Nelle sue note per l’Eurogruppo, il Consiglio Ue ha evidenziato che il MES non viene utilizzato dal 2018 e che la mancata ratifica impedisce una modernizzazione più profonda dei suoi strumenti.
Nel 2025 è circolata l’ipotesi di riconvertire parte delle risorse del MES al finanziamento della difesa europea, ma un funzionario Ue ha precisato che il tema non era in discussione né all’Eurogruppo né negli organi del Meccanismo. L’Italia, intanto, ha aderito al nuovo strumento Ue per la difesa SAFE, chiedendo fino a 14 miliardi di euro di prestiti.
Sul fronte tecnico, il MES ha completato nel 2024 una revisione complessiva dei propri strumenti: capacità di prestito e dotazione sono state giudicate adeguate, con l’indicazione di rendere le linee precauzionali più efficaci e meno stigmatizzanti. Il lavoro di affinamento è proseguito nelle assemblee annuali del 2025 e del 2026.
Le critiche al MES
Per comprendere al meglio cos’è il MES e come funziona non si può prescindere dalle riserve espresse sul fondo salva-Stati. Il punto più dibattuto riguarda la condizionalità: in cambio dei prestiti, i Paesi devono accettare riforme e vincoli concordati con Commissione, BCE e MES, una cessione di sovranità di fatto sulle politiche economiche nazionali. A questo si aggiunge il cosiddetto stigma: secondo la premier Meloni, nessun Paese ha chiesto nemmeno il MES sanitario proprio perché ricorrere al fondo segnalerebbe ai mercati una situazione di debolezza.
Non sono mancate inoltre critiche dalla Grecia: Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze nel 2015, in Adulti nella stanza ha ricostruito in chiave fortemente critica il negoziato con i creditori che ha portato al terzo programma di aiuti per Atene, il primo interamente finanziato dal MES.
Un altro nodo riguarda il funzionamento del capitale. Il MES raccoglie le risorse da prestare emettendo obbligazioni sui mercati, e il capitale degli Stati, versato e richiamabile, sostiene la sua capacità di raccolta. Ogni Paese partecipa in base a una chiave di contribuzione legata a popolazione e Pil. È diverso dal primo salvataggio greco del 2010, quando i Paesi dell’euro prestarono denaro ad Atene su base bilaterale.
Ed è qui il pericolo indicato dai contrari al MES: il trattato prevede meccanismi per garantire che il fondo riceva il capitale richiesto anche se un membro non riesce a effettuare un versamento, e in quel caso possono essere chiamati a contribuire gli altri Stati, in proporzione alle rispettive quote. Questo non significa che l’esposizione di ciascun Paese sia illimitata: per l’Italia l’impegno complessivo legato al capitale sottoscritto è pari a circa 125 miliardi di euro, di cui 14,29 miliardi già versati. La quota residua costituisce capitale richiamabile secondo le condizioni previste dal trattato.
Domande frequenti sul MES
Cos’è il MES in parole semplici?
- È il fondo salva-Stati dell’Eurozona: presta denaro ai Paesi dell’euro che non riescono più a finanziarsi sui mercati, in cambio di riforme e impegni di bilancio.
Quanti Paesi aderiscono al MES?
- Dal 29 giugno 2026 sono 21, cioè tutti i Paesi che adottano l’euro, dopo l’ingresso della Bulgaria.
L’Italia ha ratificato la riforma del MES?
- No. La Camera ha respinto la ratifica il 21 dicembre 2023 e l’Italia è l’unico dei 21 membri a non averla approvata: senza il suo via libera la riforma non può entrare in vigore.
Quanto ha versato l’Italia nel MES?
- L’Italia ha versato 14,29 miliardi di euro su 125 miliardi di capitale sottoscritto, pari al 17,49% del totale: è il terzo contributore dopo Germania e Francia.
Articolo revisionato da Emanuele Di Baldo il
Commenti
3Il MES «senza condizioni» fa morire dal ridere! Cosa significa esattamente, in termini legali, «senza condizioni»?! Sarà meglio andare a verificare con molta attenzione prima di chiederlo, anche solo per le spese sanitarie. In generale, poi, riguardo al MES se non viene modificato, è evidente che per l’Italia, è una capitolazione nei confronti delle Istituzioni monetarie internazionali, dato che non ha alcun parametro in regola! Non si sa perchè paghiamo 17 miliardi all’anno se per usarlo occorre cedere ogni sovranità!
Guarda..se serve per tagliare stipendi pubblici e pensioni, così anche loro capiscono cosa vuol dire combattere per sopravvivere...non mi dispiacerebbe. Forse faremmo veramente la rivoluzione
debito/PIL sotto il 60% e non deficit/PIL sotto il 60%